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Politica inversamente proporzionale: l’opposizione delle “strette intese”

La maggioranza diminuisce ma è più forte, la minoranza cresce ma è più debole

Il 27 novembre scorso, subito dopo il voto di decadenza al Senato per il Cavaliere, il raggiante Enrico Letta ha affermato: «Il governo è più forte di prima, acceleriamo le riforme». Il premier ha rafforzato la propria tesi, sostenendo che la fiducia accordata da 171 senatori alla legge di stabilità «è il miglior incentivo per dare all’esecutivo forza, coesione e prospettiva per tutto il 2014».

Esiste un Senato compatto dunque, in grado di chiamare al voto per la decadenza tutti gli aventi diritto, compresi i senatori a vita, in genere poco presenti. Una partecipazione così elevata, in controtendenza rispetto all’assenteismo delle sedute di tutti i giorni, è auspicabile anche nelle occasioni in cui in ballo ci siano i problemi degli italiani comuni.

La decadenza di Berlusconi ha segnato uno spartiacque: tra avversari del Cavaliere (M5s, Pd, Sel, Scelta Civica), chi lo ha “sacrificato” in nome della poltrona da difendere (Ncd) e i sostenitori irriducibili (Forza Italia). 

Il paradosso delle nuove intese vede anche una presenza, fra le opposizioni, di partiti come M5s, Sel e Forza Italia; formazioni tra loro in grande astio e non in grado di costituire una struttura di “minoranza delle larghe intese” come lo è stato per i partiti che hanno sostenuto l’“esecutivo partecipato” di Letta.

Il governo di Letta si trova forte non soltanto per i numeri (seppure in calo) che sono dalla sua parte e garantiscono prosperità, non solo per i numi tutelari che lo sostengono (da Washington, passando per Francoforte e per il Quirinale), ma si avvale anche della minoranza davvero eterogenea che lo fronteggia. Tale minoranza, infatti, a cui occorre aggiungere formazioni come la Lega e Fratelli d’Italia, è un misto di posizioni politiche diverse e contrastanti fra loro, difficili da poter ricondurre verso un anelito di protesta coesa e condivisa pur di far cadere l’esecutivo “fantoccio” di Letta. Per poter convogliare, infatti, le esigenze di dissenso di Forza Italia, M5s e Sel in contemporanea, deve sussistere davvero una tematica trasversale di spessore notevole.

Superata l’ennesima questione mediatica e politica legata al Cavaliere (con lieve riduzione di spazio, si spera, nei prossimi giorni), stando alle parole di Letta le carte in tavola cambieranno davvero. In possesso della bacchetta magica, il presidente del Consiglio sta tranquillizzando gli antiberlusconiani e i berlusconiani, proprio con l’assicurazione che ora si fa sul serio. Ciò vuol dire che per 7 mesi, dal suo insediamento di fine aprile, ha scherzato, frenando le riforme perché vincolato da quel Pdl così riottoso. Si desume, implicitamente, che il Paese, stando sempre alle ultime dichiarazioni di Letta, abbia perso 7 mesi per poter vedere, con questa nuova maggioranza più salda, il varo delle riforme importanti (una vera beffa).

In tal modo, seguendo il suo ragionamento, disoccupati, ragazzi in cerca di prima occupazione, cassaintegrati, pensionati e lavoratori in genere, possono tirare un sospiro di sollievo. Anche i berluscones si facciano una ragione della parziale sconfitta del proprio leader e si sollevino al pensiero delle irrevocabili decisioni o meglio: delle irrevocabili riforme.

Ora il Pd e la maggioranza hanno le mani slegate, non più tentennanti nei confronti dello scomodo alleato e quale minoranza può fermare l’onda forte delle nuove riforme (a cominciare da quella elettorale, per poi passare a quelle relative al lavoro e alla ripresa economica)? Non ci sono più minoranze in grado di fermare il Pd che governa né scomodi alleati di esecutivo, per cui la ripresa è inevitabile.

Il metalinguaggio attuale è grossomodo quello.

E ancora: il Pd dimostrerà come le calunnie (queste sì durate davvero 20 anni) sul fatto che la sinistra esista solo in funzione e di luce riflessa al berlusconismo, siano infondate e, avendo la strada spianata, potrà porre fine alla crisi economica, agli sprechi, all’evasione fiscale, alla giustizia, alla mancanza di lavoro, alla sicurezza pubblica, al femminicidio. È terminato il cosiddetto “ventennio” (in realtà, per la poltrona di Palazzo Chigi, occorre detrarre i 16 mesi di Dini, i 53 di Prodi, i 18 di D’Alema, i 14 di Amato, i 17 di Monti e i 7 di Letta) che ha paralizzato il Paese, ora si volta davvero.

Anche i media si gioveranno della nuova situazione e non saranno più costretti a riempire i loro spazi con le beghe berlusconiane per distrarre, ops, informare l’opinione pubblica italiana e potranno, invece, fornire tante informazioni riguardo alla disoccupazione e alle possibili soluzioni. I lavoratori in sciopero e in lotta contro le proprie aziende che delocalizzano all’estero, potranno giovare, certamente, di spazi adeguati per le proprie rivendicazioni, non essendoci più bagarre sul Cavaliere.

I berluscones stiano tranquilli: digeriscano l’impasse (provvisoria) del proprio leader, nel frattempo comincino a bearsi della ripresa economica, sociale, politica e morale dell’Italia.

Saranno contenti anche i gendarmi d’oltreoceano, nel vedere la colonia, ops, la fedele Italia in sicura ripresa? Loro auspicavano la crescita ma manovravano perché non si verificasse, ora è sufficiente un controllo a distanza, meno diretto, contemplando le migliorie di Letta. 

Questo sulla carta (e sulle tv, e nelle radio, ovviamente)

Tutto ciò salvo il minimo intoppo e allora, una telefonata alla troika che, a sua volta, avvertirebbe Napolitano, darebbe il “la” a un nuovo ribaltone, a nuove maggioranze.

Cambiano pelle insomma. Sulla nostra.

Marco Managò

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