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Lo stato delle cose, in Cina e qui da noi

Il supremo organo legislativo cinese ha reso operative due importanti decisioni prese dal recente Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista al potere. Una concerne la soppressione dei campi di rieducazione e di lavoro per i prigionieri, istituzione tipica delle dittature comuniste.

I gulag staliniani nell’URSS degli anni Trenta ebbero un ruolo importante nella realizzazione dei grandi obiettivi dei piani quinquennali. Milioni di prigionieri costretti ai lavori forzati, al costo di un misero pasto e di una baracca mal riscaldata, significavano una gigantesca estorsione di plusvalore, quindi di colossali profitti da reinvestire. L’economia sovietica ha iniziato a perdere colpi nei decenni successivi, quando quella risorsa umana ha cominciato a scarseggiare.

Evidentemente la Cina odierna non ne ha più bisogno, disponendo di abbondante manodopera a basso costo, più produttiva di quella forzata. Oppure la chiusura dei campi potrebbe essere semplicemente il riconoscimento di quelli che da noi si usano definire “diritti umani”, e tanto meglio così.

Più significativa è l’altra decisione, di abrogare la legge che obbligava alle coppie di avere un solo figlio, consentendo ora ad ogni coppia due figli. Quella legge, voluta da Deng Xiao Ping, l’affossatore del maoismo, il creatore della nuova Cina dei miracoli, voleva affrontare in modo drastico il problema dell’esplosione demografica.

Si calcola che in base a quella legge si sia evitata la nascita di circa 400 milioni di cinesi, che avrebbero portato la popolazione di quel Paese molto vicino ai due miliardi. Ci si è però finalmente resi conto che quell’obbligo spingeva la Cina alla catastrofe. Già ora la popolazione maschile supera di gran lunga quella femminile, perché molte coppie, volendo il maschio secondo i pregiudizi di una mentalità antica, decidevano l’aborto sapendo che sarebbe nata una femmina, o addirittura la eliminavano alla nascita prima che venisse registrata all’anagrafe.

Inoltre un solo figlio significa che nel giro di qualche decennio la percentuale di vecchi nel complesso della popolazione si farà insopportabilmente alta. Ora si fa marcia indietro, ma si riproporrà il problema demografico, irrisolvibile in Cina come nel resto del mondo. La sovrappopolazione del pianeta è forse la più grave delle minacce, ma il controllo delle nascite provoca guasti ancora più seri. Non si tratta di impedire le nascite, ma di non fare vivere troppo a lungo i vecchi. Alta natalità e alta mortalità dovrebbe essere l’obiettivo, ovviamente improponibile. Nessuna tirannia può essere tanto spietata da fissare un termine legale per la durata della vita degli individui.

Il ritmo di incremento della popolazione mondiale potrà diminuire, ma l’aumento continuerà, inarrestabile e disastroso nella sua pressione sull’ambiente e sulle risorse. La questione demografica è una delle tante insolubili. Lo è anche quella della disoccupazione. Nel mercato globale occorre essere competitivi e per esserlo bisogna aumentare la produttività. La produttività aumenta quando si produce la stessa quantità di merci o una quantità superiore utilizzando meno manodopera.

Negli anni delle vacche grasse i lavoratori espulsi dal processo produttivo trovavano impiego nei servizi, anche e soprattutto quelli del welfare, ma ora il debito pubblico abissale, altro problema insolubile, non consente più quello sbocco: la disoccupazione è strutturale e crescente. I giovanotti di Renzi che credono di risolverla con i corsi di formazione, o fanno i furbi sapendo di poter spacciare qualunque stupidaggine a un popolo frastornato, o non hanno capito niente. Capire o non capire non è questione di anagrafe.

Altra questione senza rimedio è quella dello scempio ambientale. Nell’incremento continuo del PIL richiesto dal funzionamento del sistema, in un insieme chiuso dalle risorse limitate qual è un pianeta, la distruzione dell’ambiente è inevitabile e non l’arresteranno le deliberazioni di Kyoto o di altri convegni inutili in località amene, carta straccia come tutte le chiacchiere che ci stanno propinando.

Il cammino della modernità capitalista è giunto a un ingorgo, a una strettoia che non consente spazi di manovra per tornare indietro. Siamo alla fine della corsa. Questo è lo stato delle cose nel mondo all’alba del 2014.

Potremmo scrivere frasi più rassicuranti ma suonerebbero false. Le lasciamo a Letta e a Renzi, che di belle promesse vivono e prosperano.

Luciano Fuschini

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