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Imparare a diventare guerrieri. E a riconoscere i nemici

L’esplosione demografica, che ha visto moltiplicare la popolazione mondiale da 1 miliardo a più di 6 miliardi di persone nel giro di un secolo appena, unita all’implosione dei debiti inestinguibili degli Stati, costituisce una miscela potenzialmente letale per il mondo così come lo conosciamo. Un ridimensionamento drastico del nostro modo di produrre e consumare, cioè della nostra vita compresa tutta fra questi due atti economici, sarà l’equivalente di una Grande Povertà, tanto più dura e abbietta quando più dovremo disabituarci per un verso alla benzina nel serbatoio (il picco del petrolio non è ben chiaro quando sarà raggiunto, ma di sicuro il suo prezzo è già ora a livelli insostenibili) e per un altro alla pappa pronta nel piatto, con tutti quei comfort senza i quali ci sentiamo persi (elettricità a buon mercato, banchi zeppi d’alimentari, casa di proprietà ritenuta a torto, perché toccherà vendere anche quella, intoccabile). 

Ma la vita va vissuta sempre, nella quiete come nella tempesta. Sprecarla aspettando l’anno mille è esercizio sterile per piagnoni. Anche perché la miseria può far scattare la molla del riscatto ma può fare nascere nuove tirannie. Il compito futuro, allora, è prepararsi a combattere. La libertà è figlia del sangue, non della sola penna. È doloroso immaginare, in qualche modo addirittura invocare la distruzione, coi lutti, le efferatezze, le giustizie sommarie e gli orrori che si porta dietro. Ma se questo ordine sociale si sta autodistruggendo, ciò non avviene per mia scelta: è il dato di realtà in cui mi trovo a vivere. E allora il mio dovere è fare ciò che è giusto. 

La politica come continuazione dell’etica: non è una bavosa frase fatta, è la formula contraria all’attuale dominio dell’Economico. Quando si ha chiaro sotto gli occhi il gigantesco sopruso di un’umanità ridotta a variabile contabile dei bilanci dello Stato, io vedo ingiustizia. Se tutto, indiscutibilmente tutto ruota e si fa risucchiare dal gorgo del denaro, io non posso non bruciare di sdegno. L’assistere alla repressione di talenti, di passioni, di idealità perché ciò che non collima col metro del massimo profitto viene sacrificato senza pietà, è una cosa che grida vendetta al cielo. È questo “essere contro” per sofferenza morale, questo è senso della giustizia. Perché deve comandare chi non ha i titoli per farlo, ovvero spadroneggia grazie al raggiro, la frode, il calcolo, l’ipocrisia (le squallide virtù dell’homo oeconomicus)? 

Di qui la conseguente presa d’atto che, al contrario, la giustizia consiste in un principio di equilibrio. Il giusto mezzo come punto mediano e baricentrico di valori opposti e tuttavia complementari. Tra l’uso brutale della violenza e il porgere l’altra guancia c’è una giustizia che impone di saper imbracciare le armi, metaforiche e non, quando è minacciata la propria dignità. Ma cosa vuol dire, nel concreto, fare politica per dovere etico, in una società corrotta fino al midollo? Significa ripudiare la dittatura interiore del denaro, e fare del disinteresse per questo pezzo di carta il criterio con cui misurare il valore di una persona. Questa dev’essere la Regola per riconoscere chi è dalla propria parte. Se è attivo il controllo psichico, interno, dei soldi su di noi, sarà vano pensare di combattere la dittatura politica del dio quattrino e dei suoi sacerdoti. Individui che non vivono secondo il comandamento “accumula e spendi” ce ne sono. Sono i veri nobili, coloro che si distinguono, gli uomini superiori. Ma devono imparare a diventare guerrieri. 

Per riuscirci devono capire che rovesciare la tavola dei valori dominanti non è un pranzo di gala, per dirla alla Mao. Non è appagare la coscienza facendo opere di bene. È armarsi di idee e di mezzi per diffonderle. È lottare. E la lotta è sempre contro un nemico. Chi è il nostro nemico? La sciagura che ci taglia le gambe è che l’avversario da battere non ha volto, perché consiste in un’entità immateriale ma al tempo stesso molto concreta: il Capitalismo assoluto e totalitario. Un moloch infiltrato ovunque, eppure sfuggente. Ribellarsi ad una macchina avviata secoli fa, priva di un centro di comando unico con una faccia e un indirizzo, è molto peggio rispetto a quando, bei tempi, si faceva fuori l’oppressore con una congiura o si organizzava la resistenza clandestina con un obbiettivo chiaro nel mirino. Oggi il Potere è così indefinito e irresponsabile che un ribelle non sa bene con chi prendersela. 

E invece no, un nemico chiaro a cui dare un nome preciso va trovato comunque. Altrimenti la lotta finisce prima di iniziare. E se proprio non ci sono dei veri e propri padroni assoluti, ci sono certamente profittatori acclarati e identificabili. Seppur con responsabilità che degradano a seconda del ruolo svolto, costoro sono senza dubbio i nostri nemici. Chi sono? Sono tutti coloro che appartengono, in ordine decrescente di influenza, alle caste del denaro (i Sovrani, finanzieri, banchieri e multinazionali), del consenso (i Feudatari, vassalli valvassori e valvassini, i politici di destra e sinistra), della propaganda (il Clero, intellettuali e giornalisti di regime). Se il dovere da assolvere è abbattere questo neo-feudalesimo, lo è anche considerarli come irriducibili avversari, che solo l’abiura seguita da un comportamento coerente può emendare dal concorso di colpa da cui erano macchiati. Nessuna eccezione e nessuno sconto.

L’attendismo di chi si limita a vagheggiare la crisi definitiva è imbelle. Il passo ulteriore è additare il nemico ogni qual volta si manifesti, secondo una scala di responsabilità che deve fare da propellente all’incendio delle coscienze. E fin qui siamo sul piano teorico. Su quello pratico, è ancora prematura una sua formazione ma per me è chiaro come il sole che occorrerà una forza organizzata, un nuovo partito-comunità, in cui la condotta personale, dal punto di vista economico, sarà discriminante: chi dimostrerà di tenere più al conto in banca o ai vantaggi materiali, sarà fuori. 

La corruzione è un male connaturato all’uomo e fior di rivoluzionari del passato si sono venduti il loro bell’idealismo in cambio di lussi e cifre a molti zeri. Ma essere consapevoli delle debolezze umane non deve far rinunciare i valorosi, anzi deve spronarli ancora di più. Ogni impresa è una sfida.  

Alessio Mannino

Sfiduciati e disoccupati

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