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USA: viva i droni. Ma non in casa

Negli ultimi anni, l’opinione pubblica americana ha cominciato a porre maggiore attenzione alla questione della sorveglianza interna effettuata tramite droni, piccoli elicotteri invisibili muniti di telecamera e antenne per le intercettazioni telefoniche e internet, che in ogni città statunitense svolazzano silenziosamente sulle teste delle persone, le monitorano e le controllano, con il pretesto dell’ordine pubblico. Le proteste sempre più organizzate dei cittadini hanno già indotto città come Seattle o altri centri della Florida a rivedere i loro programmi di utilizzo dei droni per il controllo domestico, o addirittura la loro eliminazione. E molti altri stati dell’unione si stanno accodando all’andazzo.

Negli USA non mancano le occasioni di vedere la propria privacy violata o messa in discussione, eppure tra di esse l’attenzione si è appuntata sui droni. Probabilmente perché il loro essere un “occhio indiscreto dal cielo” ha una natura unica e molto tangibile e visibile, rispetto ad altre invasività, come il controllo del traffico informatico o le intercettazioni telefoniche. La loro esistenza concreta, verificabile spesso alzando soltanto lo sguardo al cielo, dà la misura anche visiva al cittadino americano del potenziale sbilancio di poteri tra l’individuo e lo Stato.

Lo sbilancio è anche di un altro tipo. L’autorità, in questo modo, può controllare le persone risparmiando denaro: non servono più agenti mandati in pattuglia, a pedinare o presidiare le strade. Oramai basta un GPS piazzato sotto l’auto di un sospetto, un drone che lo sorvola, non visto, e un agente con un portatile alla centrale di polizia che ne segua i movimenti. Il gioco è fatto, e costa un 10% di quanto costasse prima mobilitare intere pattuglie. E mentre lo Stato risparmia e aumenta i controlli, però, non c’è un controbilanciamento nella protezione legale dei cittadini e della loro privacy.

Su questo gli americani sembrano essere sempre più sensibili, tanto da riversare la tematica anche a livello politico. Alle ultime elezioni, tanto i democratici quanto i repubblicani si sono dichiarati, in diversa misura, favorevoli a una limitazione dell’uso dei droni per l’ordine pubblico interno. E se una convergenza di massima si registra a livello federale, nei diversi stati dell’Unione si verificano vere e proprie redazioni di leggi a quattro mani e votazioni bipartisan sulla questione. Il sospetto che si tratti però di prese di posizione per compiacere l’elettorato è concreto a vedere la legislazione che realmente conta, in tal senso.

Un’occasione di dibattito, in merito, è stata fornita in passato dall’amministrazione federale sull’aviazione, che sollevò dubbi sull’utilizzo ampio dei droni, il cui passaggio era in grado di disturbare i voli di linea. Il dibattito non ha nemmeno preso l’avvio: il Congresso in breve ha imposto all’agenzia per l’aviazione di integrare i droni nel piano nazionale della gestione dello spazio aereo. Non solo: di fatto, non appena si rende disponibile una nuova tecnologia per il controllo del territorio e dei cittadini, le autorità sono velocissime ad acquisirla e a dislocarla. Tanto veloci da non permettere dibattiti sulla loro possibile integrazione con i diritti della privacy, sul bilanciamento tra democrazia e controllo. E questo avviene per un motivo semplice: che peso può avere un dibattito sulla privacy, quando fior di dollari dei contribuenti sono già stati spesi per acquistare quelle tecnologie, magari da corporate che hanno ampiamente foraggiato la campagna elettorale di questo o quel partito? Pari a zero, ça va sans dire. Se poi il pretesto è la prevenzione del crimine, la mordacchia all’opinione pubblica è presto messa.

Questo dato di fatto sta spingendo molte persone a sostenere associazioni, organizzazioni e gruppi di pressione mobilitati per la difesa della privacy preventiva, ossia che cercano di imporre una discussione preliminare all’acquisto delle tecnologie di controllo e al loro utilizzo. Questi gruppi di pressione organizzati stanno spingendo sul Congresso perché elabori una legge federale chiara e forte, che dia la priorità alla protezione della privacy, togliendo ai droni il ruolo principale del controllo e della prevenzione del crimine, dandogli invece una funzione integrativa, da far scattare quando altri metodi non risultano efficaci.

Certo è che tutto questo attivismo degli statunitensi per la difesa della propria privacy ha un che di stonato per chi è ben informato su ciò che accade nel mondo. Un attivismo molto americano, in quando molto grettamente ipocrita. Perché i droni che sbirciano i loro spostamenti sul loro territorio patrio no, quelli non vanno proprio bene. Se la stessa tecnologia, però su scala più ampia, decolla, sorvola e bombarda territori stranieri per esportare quella democrazia che loro stessi contestano per questioni di privacy, allora sì, i droni sono una gran cosa.

Davide Stasi

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