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Da che pulpito viene la predica?

Com’era prevedibile, domenica 17 febbraio, in piazza San Pietro, si sono scatenati i lunghi applausi e le giubilanti urla degli oltre 50.000 fedeli e pellegrini accorsi per ascoltare il penultimo Angelus del Papa. Costoro, infatti, anziché essere sbattezzati e indignati per “l’abbandono della nave” da parte del Pontefice Benedetto XVI, che in modo ingiustificabile ha sciolto un “sacro vincolo di unione”, si sono lasciati ammaliare dal solito bieco sentimentalismo e, scambiando lucciole per lanterne, hanno mirato commossi l’uomo Ratzinger, che – impossessatosi del Santo Padre – ormai stanco e provato, ha ammesso di non farcela più. 

Nell’udire la predica del vegliardo oratore, tuttavia, molti degli astanti avrebbero dovuto avvertire uno scricchiolio nella propria coscienza religiosa – che, evidentemente, non è sempre lì dove poggia il cuore – e una sorta di fastidio per i moniti davvero poco favorevoli al caso, specialmente a quello del Papa.

Più ancora di un sordo scricchiolio, però, sarebbe stata opportuna un’insurrezione di popolo a partire dal momento in cui Ratzinger ha comunicato l’appello della Chiesa a rinnovarsi. Più di così? Ora, com’è noto a chi non ha inguaribili problemi di apprendimento, la Chiesa, già da tempo, per stare al passo con il mondo e con i suoi affanni, non fa che rinnovarsi, cioè rinnegarsi, e questo perché l’istituzione ecclesiastica oramai è divenuta antropocentrica: al centro degli interessi e delle aspirazioni non c’è più Dio, perfetto e immutabile, ma l’uomo, caduco e volubile. Sic transit gloria mundi.

Per restare in tema di rinnegamento, Ratzinger, chiarendo come la vita ci ponga sempre di fronte a un bivio essenziale – «io o Dio» – ha invitato i fedeli a eliminare dalle nostre esistenze l’egoismo. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere per la paradossale raccomandazione: la scelta di abdicare per supposta “età avanzata” è quanto di più personale ed egoistico potesse fare lui, il Papa; a tale proposito, è bene ricordare ancora una volta che egli, per un cristiano, non è un uomo qualsiasi, come la subdola comune morale lascia intendere, ma il Vicario di Cristo, in cui il ruolo “umano, troppo umano” deve essere del tutto irrilevante.

Ratzinger, incurante delle sue sconvenienti dichiarazioni, ha poi avuto la faccia tosta di asserire che non bisogna «mai strumentalizzare Dio per il successo»: giusto, anzi sacrosanto come, a rigor di logica, non si dovrebbe neppure avere l’ardire di servirsi di Lui per giustificare “l’insuccesso” tanto inaudito quanto scandaloso da lui conseguito. 

La verità è che per il Pontefice non esiste e non può esistere alcuna scusante, perché, come si è visto, ogni richiamo evangelico, ogni citazione biblica è di per sé una condanna spirituale alla sua condotta così terrena.

Solo certi uomini “dal cuore tenero” possono salvare il disertore Ratzinger: sono gli stessi che, chissà come mai, biasimano tanto aspramente il capitano Schettino. 

Fiorenza Licitra

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