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Un oceano sempre meno “Pacifico”

Che gli USA stiano riposizionando le loro priorità strategiche dall’Atlantico al Pacifico non è una novità, anzi è una linea geopolitica formulata già negli anni ’80 e la cui attuazione è iniziata con la caduta dell’URSS. Nell’ultimo periodo, però, vi sono stati sviluppi che hanno comportato una accelerazione della tendenza, con conseguente aumento della presenza militare statunitense nel settore.

Lo spostamento del baricentro militare è stato dettato anche dal fatto che la Cina, principale avversario degli Stati Uniti nella regione, comincia ad affermarsi anche come potenza navale, non certo a livello della US Navy, ma gli unici che possano tenerne il passo nelle aree calde Pacifico sono gli indiani. Altro vantaggio, per l’emergente marina cinese, è che, mentre Washington deve dispiegare le sue flotte sull’intero orbe terracqueo, Pechino deve presidiare un solo mare. Quindi dispone di una maggiore capacità di concentrazione di forze, di un loro più rapido impiego e di una maggiore vicinanza alle basi logistiche.

Tutto ciò ha spinto i vertici del Pentagono a spostare verso i mari della Cina parte della loro flotta ed a ricercare alleanze, nuove o più strette, per ottenere quelle basi necessarie a mantenere in efficienza le navi e assicurare prontezza di intervento. In questa azione diplomatica a scopo bellico, accanto ai partner tradizionali, come l’Australia, hanno trovato una importante sponda nell’India, che, oltre ad essere la (super)potenza regionale emergente, ha forti contrasti con Cina.

L’azione USA non è solo navale: con la scusa di combattere terrorismo e traffico di droga, Washington sta cominciando a mettere radici in paesi che erano stati suoi acerrimi nemici nella più disastrosa guerra della sua storia, come Cambogia e Vietnam. Il ben congeniato piano del Pentagono, però, rischia di dover subire ulteriori accelerazioni e la stabilità della regione potrebbe comunque sfuggire al controllo statunitense: le numerose crisi in corso, prima fra tutte quella delle isole Senkaku, stanno rendendo protagoniste altre nazioni prima che gli USA abbiano completato il cordone sanitario navale intorno alla Cina, prendendo così in mano il controllo della situazione.

La crisi delle Senkaku ha mostrato al mondo che la lotta per le risorse non si combatte solo nelle regioni tradizionali e intorno alle questioni già note, Medio Oriente e gasdotti eurasiatici in particolare, ma si è estesa anche ad altri scenari, marini e sottomarini: dalle Filippine, che hanno deciso di adire la giustizia internazionale per difendere le loro risorse dall’espansionismo cinese, al Vietnam, dove si è mobilitata la flotta indiana per difendere i propri diritti di sfruttamento.

Queste crisi stanno inoltre mutando le attitudini di alcuni paesi, e in primis del Giappone. Che, a fronte della minaccia cinese, sta ventilando una possibile riforma costituzionale così da consentire il ricorso all’uso della forza per risolvere le dispute internazionali: un evento epocale, se si concretizzasse, visto che proverrebbe da chi ha subito il trauma di Hiroshima e Nagasaki. Una scelta che potrebbe avere un effetto domino che manderebbe in crisi il simbolico ed ipocrita “ripudio della guerra”, presente in anche in altre costituzioni, ma che per i giapponesi costituisce, soprattutto, un affrancarsi dalle imposizioni post belliche USA e, ironicamente, proprio con la loro benedizione.

Si sta aprendo, quindi, un nuovo complicato focolaio di destabilizzazione, come era prevedibile in un mondo ormai multipolare, che un’unica superpotenza globale non è in grado di controllare da sola: le (super)potenze regionali sono sempre più forti ed in grado di contrastare efficacemente gli USA, specie quando questi si dovessero trovare impegnati su più fronti.

In questo scenario è, però, presente un’altra (super)potenza, non emergente ma che sta risollevando imperiosamente la testa: la Russia, che, pur avendo un contenzioso aperto col Giappone sulle isole Kurili, sta per il momento preferendo restare alla finestra senza mostrare i muscoli, ma pronta a farlo, come in altri settori, se si rivelerà necessario. Mosca è l’unica potenza europea che non sia fuori gioco nel Pacifico, e chiunque non abbia un ruolo da svolgere in quel settore rischia di ritrovarsi fuori gioco anche negli altri, ritrovandosi a scivolare, lentamente ma inesorabilmente, verso la periferia del mondo.

Ferdinando Menconi

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Scusa Silvio, l’80 per cento di cosa?