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Il voto: diritto? Dovere? O nessuno dei due?

Politicamente scorretto

Giunti ormai alla vigilia del voto, siano permesse alcune considerazioni politicamente scorrette.

Uno dei motivi di contrasto fra liberali e democratici, nell’Ottocento, era il diritto di voto. Per i democratici doveva essere esteso a tutti i cittadini maschi maggiorenni (il voto alle donne era allora impensabile per quasi tutti), mentre i liberali volevano circoscriverlo a chi avesse un certo reddito, una rendita, oppure a chi sapesse leggere e scrivere, o almeno avesse compiuto il servizio militare.

Il presupposto dei liberali non era sbagliato: è pericoloso concedere il voto a chi non ha gli strumenti per valutare in modo ponderato né possiede le informazioni che possano motivarlo. Resta il fatto che gli sbarramenti da loro imposti finirono col limitare il diritto di voto a una ristrettissima minoranza, chiaramente connotata in senso classista.

Il problema comunque rimane. Il suffragio universale premia la quantità e punisce la qualità.

Affermare che il voto di un ottantenne con l’Alzheimer, che mai si è occupato di politica, abbia lo stesso valore di quello di un docente universitario di storia contemporanea, o di economia, o di diritto, o di sociologia, sarebbe un’evidente forzatura demagogica, un’affermazione insostenibile. Eppure proprio questo succede.

Contestare il principio del suffragio universale è oggi assurdo, impensabile, eppure ideare un qualche meccanismo che scoraggi dal voto quelli che non hanno alcuna informazione e non sono consapevoli neppure dei propri reali interessi, sarebbe auspicabile.

Ovviamente non si tratta di recuperare il classismo dei liberal-conservatori di un tempo, riservando il diritto di voto a chi abbia un certo reddito. Sarebbe un’ingiustizia intollerabile, né il reddito è criterio discriminante ai nostri fini, anzi, si potrebbe sostenere che proprio i lavoratori a basso reddito o i disoccupati sono motivati a una maggiore informazione sui processi politici ed economici in corso.

Chi poi proponesse di sottoporre i potenziali elettori a un test preliminare per verificare le loro conoscenze, si coprirebbe di ridicolo.

Eppure qualche misura facile e razionale per limitare di fatto l’afflusso alle urne, ci sarebbe.

Intanto bisognerebbe modificare la Costituzione, laddove afferma che il voto è un diritto e un dovere.

Il voto è un diritto, non un dovere. Su questa nuova base costituzionale, sarebbe legittimo che i media a ogni consultazione elettorale ripetessero frequentemente che sarebbe dovere civico di coloro che non hanno maturato una convinzione e che non seguono la politica, di non votare. L’attuale messaggio continuamente ripetuto che per essere buon cittadino si deve votare, facendo balenare anche vaghe minacce di sanzioni, è una sorta di terrorismo ideologico.

Un’altra misura molto semplice consisterebbe in una prassi burocratica per la quale chi volesse votare dovrebbe ritirare personalmente il certificato elettorale recandosi nell’apposito ufficio per far valere il proprio diritto di voto.

Basterebbero queste due misure per ridurre di almeno il 50% l’afflusso alle urne, eliminando tanta zavorra. Ragionamento elitario? Sì, certamente, altrimenti non sarebbe politicamente scorretto.

Limitare in tal modo non il diritto di voto, ma la sua pratica effettiva, non darebbe garanzie di giudizio oculato, ammettiamolo pure. Tutte le obiezioni che Massimo Fini rivolge alla democrazia rappresentativa, resterebbero valide. Tuttavia si potrebbe sperare che si consolidasse una prassi che porta al voto persone almeno un poco motivate e sufficientemente informate. Le altissime percentuali di votanti non sono affatto una prova di civiltà di cui una nazione debba vantarsi.

Luciano Fuschini

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