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Mercenari in Grecia. Laboratorio a cielo aperto

Già alla fine dello scorso anno erano venute alla luce prime indiscrezioni, ma grazie alla rete, bisogna pur ammetterlo, la cosa non solo è diventata di dominio pubblico (almeno del pubblico che si informa in rete) ma si ha anche la possibilità di confermare un aspetto che è molto importante da sapere: dei mercenari della Blackwater stanno supervisionando la polizia in Grecia. Si tratta di alcune tra le forze parallele di provenienza Usa, già operative in Iraq e Afghanistan. Ora l'organizzazione ha cambiato nome, e si chiama Academi, ma la sostanza e la composizione della stessa non sono cambiate. 

L'accordo risalirebbe addirittura al novembre scorso e la notizia è stata confermata alla fine di gennaio, per mezzo dell'ambasciatore greco in Canada, Leonidas Chrysanthopoulos, che la ha comunicata in diverse interviste che ovviamente non sono state riprese, come era giusto che fosse vista la provenienza di quelle parole e soprattutto il loro contenuto, praticamente da nessuno.

Lo scenario sul quale intervengono queste milizie è noto, la crisi greca è in costante esasperazione e i cittadini scendono in piazza sempre più frequentemente e, c'è da immaginare, con sempre maggiore rabbia. Che va repressa "a dovere". È sulle implicazioni della presenza della Blackwater che si deve dunque ragionare, e sui metodi, ormai tristemente noti, attraverso i quali operazioni del genere vanno avanti.

Il copione è molto semplice e già replicato altrove: milizie di questo tipo, calibrando la benzina da gettare sul fuoco nello stesso momento in cui, ufficialmente, sono in loco per proteggere governo e Parlamento in caso di tumulti, vengono usate di solito, in una prima fase, per far aumentare il livello della rivolta. In un secondo immediato momento, quindi, si passa a far percepire e accettare alla opinione pubblica nazionale e internazionale la necessità di spegnere l'incendio. Ovvero di sedare le rivolte. Il che, alla fine, porta inevitabilmente a una stretta ulteriore nei confronti di chi si azzarda a protestare andando fuori dai limiti che sono accettabili per il governo. Come al solito, sino a che si protesta "civilmente", tutto fila in ogni caso liscio. Nel momento in cui esasperazione e condizioni spingono la gente a manifestare in modo più poderoso, scatta la repressione.

Esempio tipico, gli agricoltori: dopo un mese di blocchi sulle più grandi arterie stradali elleniche per protestare contro l'aumento del gasolio e quello dell'Iva, questi alla fine, senza aver ottenuto nulla, sono stati costretti a desistere. La protesta è rimasta in ambiti circoscritti e controllabili e dunque, fatalmente, non ha portato assolutamente a nulla. Quando la gente capirà che per ottenere qualcosa va alzata l'asticella delle proteste, scatterà la repressione più dura.

Alcuni - ma sono fonti non confermate e dunque vanno prese con le dovute cautele - parlano di piani già in atto per "organizzare" ad arte una strage di poliziotti alla quale farebbe seguito, dopo averne dato l'attribuzione alle frange più estreme dei manifestanti, l'introduzione della legge marziale e dello stato di emergenza. Soluzione perfetta, per chi vuole continuare a manovrare indisturbato senza avere le scocciature di un popolo allo stremo che si rivolta.

In ogni caso, la svolta che si sta cercando di imprimere in Grecia è dunque quella autoritaria, perché ovviamente si sa che la situazione sta degenerando di giorno in giorno e non sarà sostenibile a lungo. Ma la cosa più importante, il vero dato che emerge e che ci riguarda tutti, è che ancora una volta il territorio ellenico viene preso come laboratorio a cielo aperto per verificare modalità ed efficacia di repressioni che, se non cambiano le cose a livello europeo e possiamo dire anche sistemico, sono fatalmente destinate ad aumentare in seguito all'inasprirsi delle rivendicazioni sociali.

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