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«NELLA CRISI I SEMI DELLA VIOLENZA»

L’Intelligence conferma ciò che è nella logica delle cose: l’impoverimento di massa innesca l’estremismo

Nei soliti media mainstream si parla di “allarme”, come se si trattasse di chissà quale rivelazione. Viceversa, per chi non sia instupidito dalla omologazione circostante, non è certo una novità.

Tutt’al più, si può considerare interessante che queste analisi vengano accolte, e in qualche modo ufficializzate, da parte dei Servizi di intelligence. I quali, nella loro relazione al Parlamento (e sorvoliamo sull’assurdità di inoltrare il Rapporto a un’assemblea che per effetto delle elezioni è ormai all’epilogo), si soffermano a lungo sulla questione.

Il linguaggio è alquanto burocratico, ma al netto di queste locuzioni infarcite di condizionali e di ipotesi sugli sviluppi futuri, o eventuali, il quadro complessivo emerge in maniera abbastanza nitida: «L'incremento delle difficoltà occupazionali e delle situazioni di crisi aziendale potrebbe minare progressivamente la fiducia dei lavoratori nelle rappresentanze sindacali, alimentare la spontaneità rivendicativa ed innalzare la tensione sociale, offrendo nuove opportunità di inserimento ai gruppi antagonisti già territorialmente organizzati per intercettare il dissenso e incanalarlo verso ambiti di elevata conflittualità». E ancora: «Un eventuale inasprimento delle tensioni sociali legate al perdurare della crisi» potrebbe portare i gruppi attualmente marginali «ad intensificare gli sforzi per superare divergenze e frammentazioni interne [e] a tentare di inserirsi strumentalmente in realtà aziendali caratterizzate da forti contrapposizioni per allargare l'ambito di influenza. Ciò in un ottica che individua quale potenziale e remunerativo bacino di reclutamento, oltre che la storica “classe operaia”, anche il “nuovo proletariato”, tra le cui file particolare attenzione viene riservata ai lavoratori extracomunitari».

Sia pure non fornendo indicazioni molto precise, e men che meno inedite, sul conto delle frange cosiddette eversive, i Servizi insistono sul pericolo di un aumento delle tensioni sociali e di una loro progressiva esplosione. Una dinamica, quasi ovvia, che induca un numero crescente di persone a passare dal malcontento alla rabbia. Dalla rabbia al desiderio di ribellarsi. Di fare qualcosa. Di rispondere alla violenza subita, a causa sia della recessione sia delle politiche rigoriste del Governo Monti, con una rivalsa altrettanto unilaterale.

Che verosimilmente non servirà a nulla, ai fini di un cambiamento degli assetti oggi dominanti, ma che se non altro consentirà di scuotersi dall’inerzia: e che, magari, riuscirà a instillare qualche goccia di doverosa preoccupazione in quelli che da troppo tempo sono abituati a spadroneggiare, a colpi di brutalità manageriali in stile Marchionne o di sopraffazioni normative in stile Fornero, senza il benché minimo timore di potersi ritrovare trasformati da predatori in prede.

Il rovescio della medaglia, di contro, è la fondatissima possibilità che anche i più modesti fenomeni di rivolta vengano prontamente utilizzati come pretesto per un irrigidimento autoritario. Dapprima solo operativo, ossia accentuando l’azione delle forze di polizia sulla base delle leggi vigenti, e in seguito esteso a delle modifiche, peggiorative, della legislazione odierna.

Avendo imparato la lezione a puntino, all’epoca dei famigerati/demonizzati Anni di piombo, va da sé che sono pronti a rispolverarla daccapo. O forse, chissà, non vedono l’ora di farlo.  


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