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“Burnouts”, bruciati


Una singola vicenda di cronaca non è mai la dimostrazione perfetta di una certa teoria. È una storia. E bisogna continuare a scrivere quest’ultima parola con la minuscola anche quando, nel cercare di approfondire e comprendere gli avvenimenti, si siano consultate le guide più autorevoli: la Psicologia, la Psichiatria, la Sociologia.

Quello che affermano loro è importante, e a tratti può apparire persino risolutivo, ma per quanto lo si accolga e lo si faccia proprio i piani rimangono diversi: loro cercano verità di carattere generale e per raggiungerle sottostanno a criteri rigorosi, mentre chi ricostruisce un determinato evento, o magari la sua versione allargata che lo ricollega ad accadimenti simili fino a configurare uno stesso fenomeno, resta in un ambito comunque circoscritto. Nel quale, più che teorizzare, si racconta. Più che inchinarsi davanti alla somma divinità della Cultura, per renderle il doveroso omaggio, ci si raccoglie accanto alla memoria delle vittime, per recare un po’ di conforto a chi è restato vivo. E sa, o almeno avverte, che la scomparsa di quelli che sono morti non ha affatto cancellato le cause che hanno portato a quel gesto estremo. Al contrario: ha segnalato la presenza di questioni irrisolte, pur senza arrivare a chiarirle. Pur lasciandole confuse come degli echi che rimangono troppo distanti, almeno all’inizio, per poterli tradurre subito in parole esatte e inequivocabili.

Così, quando l'11 marzo 1987 quattro adolescenti della cittadina di Bergenfield, nel New Jersey, si uccisero avvelenandosi coi gas di scarico di una Chevrolet Camaro, e lasciando un biglietto d’addio che confermava la volontà deliberata di andarsene insieme, la tragedia innescò una lunga serie di reazioni: da quelle naturali, come le ansie e gli interrogativi della comunità locale, a quelle più o meno artificiose provocate dall’interessamento dei media. Un grande flusso di emozioni e di domande, nell’intera gamma che va dalla curiosità spicciola, o morbosa, all’empatia profonda e al genuino desiderio di sapere e di capire, che tra i tantissimi statunitensi coinvolse anche l’allora 37enne Donna Gaines.

Strano tipo, lei. Una che si muoveva – e che stava maturando – tra mestieri diversi come l’assistente sociale, nella giungla metropolitana di New York, e la giornalista free lance, con una collaborazione al Village Voice. Una che continuava a vedere nel rock non solo una musica ma uno stile di vita, all’insegna dell’intensità e quindi, come rovescio della medaglia, del rischio. Una che aveva il coraggio di ammetterlo pubblicamente: «Come la maggior parte dei miei amici, ho passato i primi anni adulti a riprendermi da un passato di abusi di droghe, traumi famigliari, fallimenti scolastici e arresti».

Il tipo ideale, quindi, per andare sul posto e provare a spingersi al di là della superficie, delle valutazioni stereotipate, delle dichiarazioni soggettive che per quanto in buona fede distorcono la realtà. Il New Jersey è vicino a New York. Lei era vicina alla sensibilità dei ragazzi che, per un motivo o per l’altro, faticavano ad attraversare la propria giovinezza e si trovavano, anch’essi, a fare i conti con quel dilemma senza soluzione: o adattarsi alle regole dominanti, e rinunciare a ciò che si sentivano fremere dentro, oppure negare le imposizioni esterne per cercare di mantenersi fedeli a se stessi, sia pure nella maniera istintiva, e contraddittoria, e tendenzialmente autodistruttiva, di chi non ha nessuna dottrina alla quale ancorarsi.

Solo, invece, quel culto primitivo, oscuro e pericoloso, fragile e viscerale, che è l’insofferenza giovanile. Guardi il mondo degli adulti e ti fa schifo. Guardi le loro regole, le loro costruzioni, le loro città, e ti viene voglia di scappare lontano, e non tornare mai più. Ma quando cerchi un altro genere di meta non trovi nulla. Non vedi nulla. Solo le zone privilegiate del centro urbano che digradano nei quartieri meno ricchi e ordinati, fino all’estrema periferia. Via via che ti allontani aumenta l’insicurezza, non la libertà.

Alle spalle una miriade di luci posticce. Di fronte una sterminata macchia d’ombra. Nel cuore tutto il peso della sensazione, della certezza, che in ogni caso andrà male.

 

Ti va di scriverne, Donna?

Doveva essere solo un articolo, o al massimo una serie. È diventato un libro. Donna Gaines lo ha pubblicato nel 1991, intitolandolo Teenage Wasteland (come un frammento della Baba O’Riley degli Who, uscita venti anni prima: e un altro verso dice «Non ho bisogno di essere perdonato»). In Italia è stato tradotto nel 2001, edito dall’Arcana col titolo quasi identico di La terra desolata dei teenagers, ed è tuttora in catalogo.

Gli esperti di sociologia lo hanno lodato, fino a considerarlo un classico del loro settore. Una ricerca sul campo che è avvincente come un grande reportage, popolato di figure reali e spesso drammatiche, ma che allo stesso tempo ragiona sui significati di carattere generale, offrendo delle chiavi di lettura che servano anche altrove. Ovvero nel resto degli USA. Negli USA osservati nel loro insieme.

Non proprio una teoria complessiva – come ad esempio, per restare in tema di suicidi e di rapporti tra le azioni individuali e il contesto sociale, il celebre studio dato alle stampe nel 1897 da Émile Durkheim – ma certo una riflessione approfondita che si basa anche su osservazioni puntuali e su dati precisi: a cominciare dall’alto numero di giovani statunitensi che si uccidono, o che tentano di farlo; oppure che rimangono vittime della violenza altrui, perpetrata da altri ragazzi. Una tendenza che si incrementa massicciamente negli anni Sessanta, laddove in precedenza le cifre erano state assai più modeste. Quasi irrilevanti.

Donna Gaines non immaginava affatto di arrivare così lontano. E se fosse dipeso solo da lei non se ne sarebbe nemmeno occupata. Anche se la notizia l’aveva scossa, al pari dei moltissimi altri che erano rimasti attoniti di fronte a quell’agghiacciante decisione comune, che venne ribattezzata “il patto” e che non aveva precedenti, quello non era proprio il genere di argomento di cui avesse intenzione di scrivere. Non le andava a genio «l’idea delle persone come “soggetti di ricerca”», specie se questo comportava «andare in giro a convincere la gente a confidare i propri segreti per poi spiattellarli in giro».

A farle cambiare posizione furono due elementi. Primo, l’editore del Village Voice glielo chieste espressamente. Secondo, non le piaceva per nulla quello che continuava a leggere sui giornali: «la gente di Bergenfield considerava i quattro ragazzi come dei “perdenti con problemi”. Non li risparmiavano neanche da morti: “burnouts”, “drogati”, “emarginati”. C’era veramente qualcosa di sbagliato».

La prospettiva si ribaltò. Non si trattava di andare laggiù a disturbarli, o a manipolarli, per estorcere particolari inediti da ammannire al pubblico. L’obiettivo era ristabilire la verità di una minoranza che, da sola, non sarebbe mai riuscita né a formularla compiutamente, per la mancanza sia della lucidità psicologica sia degli strumenti culturali necessari a un’autovalutazione attendibile, né tantomeno a farla valere in antitesi ai luoghi comuni in cui veniva ingabbiata.

Il compito era difficile, ma seducente. L’intento era nobile. E Bergenfield, per fortuna, sorgeva ad appena una quindicina di miglia da New York. Meno di un’ora di auto, partendo dalla sua casa di Long Island.

 

Un posticino ordinato

A prima vista veniva da ricredersi, specialmente se si arrivava da una metropoli frenetica dove tutto, nel bene e nel male, è gigantesco e pressante. Lì le dimensioni erano altre, molto più contenute. La gente del luogo appariva tranquilla, amichevole, ben inserita nel tessuto sociale. Benché non fosse una cittadina ricca, e anzi comparisse piuttosto in basso nelle classifiche dei redditi del New Jersey, l’impressione che trasmetteva era quella di una comunità che ha trovato un suo equilibrio e che lo ritiene soddisfacente. Magari non c’era moltissimo, né da possedere né da fare, ma nell’insieme poteva risultare confortevole: se non hai grilli per la testa, e se vuoi vivere senza troppo stress, la routine ha i suoi pregi. O, quanto meno, le sue attrattive.

Donna Gaines ne prese atto. Non era prevenuta e non voleva saltare alle conclusioni. Allo stesso tempo, però, era conscia del fatto che quello che stava vedendo – quello che era evidente – rifletteva un punto di vista soltanto parziale, corrispondente all’ottica degli adulti e di quella parte, cospicua, di giovani allineati ai medesimi valori. A essersi uccisi, infatti, non erano stati due uomini e due donne ma due ragazzi e due ragazze. Thomas Olton e Thomas Rizzo, entrambi di diciannove anni, e le sorelle Cheryll e Lisa Burress, rispettivamente di 17 e di 16. Quattro membri di quella sottocultura che veniva etichettata col termine sprezzante di “burnouts” e che, proprio per questo, era considerata un’anomalia da cui prendere le distanze.

La domanda, quindi, non era se Bergenfield piacesse alla generalità dei suoi abitanti, ma come venisse percepita dai teenager che non rientravano negli schemi. Per esempio: quelle strade così ordinate, spaziose, aperte, erano un bene o un male? In altre parole: che cosa offrivano, e che cosa toglievano, al bisogno di avere degli spazi autonomi in cui ritrovarsi per conto proprio e senza essere costantemente tenuti d’occhio? È noto quanto sia importante per un adolescente disporre di una propria camera all’interno della casa in cui abita: una stanza nella quale ritirarsi, ritrovarsi, persino chiudersi a chiave, senza che nessuno possa venire a ficcare il naso. Ma dov’erano, in quella cittadina ben organizzata e fin troppo prevedibile, gli equivalenti urbani delle camere dei ragazzi?

«La disposizione della città è tale che, sia a piedi che in macchina, ti senti sempre allo scoperto, osservato. Ed è vero. Se poi hai un marchio addosso, se sei conosciuto, allora è impossibile nascondersi. La città è piccola. E la gente sa chi sei. (…) Era tutto troppo fottutamente vicino. Non c’era tregua, né respiro in questo ambiente soffocante.»

La maggioranza dei giovani non la pensava (sentiva) in questi termini. Per indole o per educazione, o per un intreccio di entrambe, si trovava a suo agio tra quel genere di fondali e non aveva bisogno di uscire dai confini invisibili del conformismo. Chiaro: il controllo smette di essere un fastidio e una minaccia, quando confidi in un’approvazione. O quando, almeno, continui a sperare in una accettazione.

I “burnouts” erano di un’altra pasta. Nel bene e nel male, e con tutte le sfumature, e le confusioni, intermedie, avevano colto la natura perversa del modello esistenziale che veniva loro proposto/imposto a tutti i livelli, e innanzitutto dalla scuola. Il percorso era prefissato. E, nelle sue linee essenziali, era inderogabile: portava a diventare delle rotelline disciplinate, ed efficienti, dei meccanismi sociali ed economici che esistevano già e che non si dovevano fermare. Produrre e consumare. Ancora prima, e sempre, ubbidire. Allinearsi. Collaborare. Omologarsi.

Conseguentemente, ogni caratteristica personale che contrastasse (contraddicesse) quell’assunto, andava messa da parte. O ci si accontentava di coltivarla negli spazi fintamente liberi degli hobby oppure, meglio, la si sradicava del tutto. Come si estirpa la gramigna cattiva dai buoni campi seminati a grano. Come si rimuove – come si tenta di rimuovere – una massa tumorale da un organismo “sano”: chemioterapia, radioterapia, asportazione chirurgica.  

Compreso questo, o anche solo intuito, si andava a sbattere contro l’altra, amara, sconfortante verità: alla quasi totalità degli adulti, ormai impregnati della mentalità corrente e completamente asserviti alle relative esigenze, non interessava affatto cosa desiderassero o non desiderassero i ragazzi, a meno che quei desideri si muovessero nella direzione giusta. Gli adulti standard non ascoltavano le domande: controllavano le risposte. Non educavano gli adolescenti: li ammaestravano. Nessun rispetto per ciò che essi erano davvero. Solo interesse per quello che dovevano diventare. 

 

Codice rock

Donna Gaines li andò a cercare, ed esordì senza preamboli: stava scrivendo un articolo sulla «loro città». La reazione fu ovvia. Fu gelida. Ne avevano le scatole piene dei giornalisti impiccioni. Ma non lo glielo dissero in maniera diretta. Fecero altro. Fecero di meglio. Risalirono al cuore del loro fastidio: «Guarda che erano amici nostri – non vogliamo parlarne, va bene?».

Poi però, e fu l’inizio di tutto quello che accadde in seguito, uno del gruppo notò un particolare imprevisto, nell’abbigliamento di quella ennesima rompicoglioni al soldo dei media. La spilletta sul colletto. L’ “Asso di Picche”. Un marchio inconfondibile, tra appassionati di un certo genere di rock.  

Domanda secca: «Ti piacciono i Motorhead?».

Risposta esitante, ma sincera: «Ah, sì… cioè… per me Lemmy è un dio…».

Il contatto era stabilito. Ma restava nulla di più di un’ipotesi di affinità, che andava verificata. Chiunque può inalberare una spilletta. Chiunque può sostenere di adorare Lemmy, o chi per lui. Entriamo nel merito, allora. Vediamo quanto ne sai, bella.

Nessun problema, guys. L’ho imparato da un pezzo, che «i culti musicali sono roba per iniziati. O li conosci davvero oppure no; non puoi fare finta». E voi cosa ne pensate, dei Metallica? E dei Butthole Surfers? Solo sentiti nominare, questi strambi texani del noise psichedelico? Peccato.

Eccoli qua, lei e loro. Due generazioni diverse, ma non talmente diverse da non poter comunicare. Non talmente estranee da non potersi capire, o da avere voglia di farlo. Invecchiare è inevitabile, però qualcuno riesce a non dimenticarsi di cos’è stato da giovane. Se lo è stato realmente, si intende.  

Donna Gaines non era la solita adulta venuta a giudicarli, ovvero a incasellarli in qualche categoria predeterminata, e non era nemmeno una professionista venuta a svolgere un lavoro o, peggio, a imbastire un business. Era una sorta di veterana della giovinezza, che aveva quasi il doppio dei loro anni e parecchia esperienza in più, ma che non aveva abbandonato del tutto il fronte su cui combattevano loro. Conosceva quelle trincee scavate in fretta. Quell’attesa troppo prolungata di una battaglia terribile che incombe in ogni istante ma che nessuno sa dire se e quando esploderà davvero.

Ogni tanto, per una sciocca imprudenza, qualcuno non se ne rimaneva al riparo e veniva colpito. E moriva. Non si poteva non domandarselo: perché lo aveva fatto? Perché non era stato più attento?

La risposta, se arrivavi a formularla, ti lasciava inquieto: perché ne aveva bisogno.

 

Sei nei guai? Chiama il NUMERO AMICO

La buona fede non c’entra. Non è una giustificazione. Semmai, e a malapena, è un’attenuante. Che viceversa, se non si accompagna a un ripensamento neanche di fronte alle smentite palesi, diventa un’aggravante. L’ottusità non può essere assolta, solo perché non è percepita come tale da chi ne è pervaso. E una protervia sorridente assomiglia al ghigno degli psicopatici.

La reazione degli adulti di Bergenfield, e in particolare delle autorità, fu una replica inconsapevole della loro consueta presunzione. La stessa che aveva avvelenato la psiche dei quattro ragazzi suicidi, prima che il monossido di carbonio avvelenasse i loro corpi. La stessa che si rispecchiava nella realtà scolastica, dove le contrapposizioni tra i supposti buoni e i supposti cattivi era tutta imperniata sul loro grado di omologazione: buoni i jocks, gli sportivi, buoni i brains, i cervelloni, e buoni pure i preps, gli studenti ammodo; sopportabili i nerds, gli sfigati, e persino i browns, i secchioni leccapiedi; cattivi, invece, quelli che non corrispondevano in alcun modo alle aspettative, e non ci si impegnavano nemmeno: i dirtbags, che ostentavano la loro trasandatezza, e i burnouts, che erano schifati di tutto e badavano solo a estraniarsi nel loro instabile nirvana a base di “sex & drugs & rock’n’roll”.

Perciò, convinte che i ribelli fossero essenzialmente dei disadattati, ossia delle pecorelle da ricondurre all’ovile, e che per riuscirci bastasse mostrare loro un po’ più di benevolenza, le brave persone del posto diedero il via a iniziative di supporto psicologico. In una vetrina del 7-Eleven, ad esempio, spuntò il seguente cartello:

Sei nei guai?

Hai bisogno di un consiglio o, semplicemente, di una voce amica?

Chiama il NUMERO AMICO di Bergenfield 387 – 4043

Parla con qualcuno che ti ascolta

24 ore al giorno

Appunto. Non volevano risolvere il problema dei giovani riottosi: volevano levarlo di mezzo. Se i burnouts si fossero adeguati, abbandonando il loro punto di vista e acquisendo quello degli adulti (delle autorità), benissimo. Però non sarebbe mai stato un percorso di riavvicinamento reciproco, perché una delle due parti, quella che comandava, non aveva nessuna intenzione di spostarsi dalle proprie certezze.

La porta rimaneva aperta, ma la distanza restava immutata. E del resto, a ben vedere, non era la porta di una casa, ma quella di un edificio istituzionale: la scuola, il municipio, l’ufficio dello sceriffo. Luoghi in cui le regole sono già stabilite e non possono essere messe in discussione. Luoghi in cui il singolo può vincere o perdere, ma dei quali è obbligato, in via preliminare e definitiva, a riconoscere l’assoluta supremazia.

Il presunto “supporto psicologico” costituiva in effetti l’entrata di servizio, destinata a chi avesse perso il diritto a utilizzare l’ingresso principale, per accedere al medesimo comprensorio. Che esibisce il meglio e occulta il peggio. Che esibisce la libertà, astratta, e occulta le costrizioni, quanto mai concrete.

Bisogna alzare gli occhi, per capirlo appieno. Bisogna immaginare una sorta di lunghissimo zoom all’indietro. Si parte da Bergenfield, che si autodefinisce “La Città Amichevole - Religione, Educazione, Case, Commercio”. Si inquadra il New Jersey, che si proclama “Lo Stato Giardino”. Si osserva l’enorme vastità degli USA, la cosiddetta “più grande democrazia del mondo”.

Federico Zamboni

 

Questo articolo fa parte dello Speciale "USA: United States of Anomie"

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