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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

On the road, ma sul serio

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, e nulla più.

O.WILDE

 

La prima cosa che ti viene in mente quando sbarchi a New York è di tornartene a casa. Sempre che tu sia riuscito a digerire senza colpo ferire lo sdegno, la meticolosità prolungata sino alla prurigine, la diffidenza e l'interrogatorio al quale vieni sottoposto dai doganieri, dentro gli aeroporti, al controllo dei passaporti. E sempre, beninteso, che tu non abbia deciso scientemente di andare a visitare la Grande Mela per poter dire di esserci stato. Cosa, quest'ultima, praticamente omnidiffusa da quando il cancro del turismo di massa ha aperto i cieli e i confini alle orde di vacanzieri che hanno tra gli scopi principali della vita quello di mettere - e mostrare - quante più bandierine è possibile sul personale atlante appeso in bella mostra all'ingresso della propria abitazione. Perché a New York, davvero, non c'è proprio nulla di nuovo da vedere. Nel senso che non c'è veramente nulla da "scoprire". Ogni immagine è già vista e rivista, in una delle innumerevoli pellicole e fiction che hanno invaso i cinema e le televisioni commerciali di tutto il globo terraqueo. Ma soprattutto perché oltre a quello non c'è praticamente nulla. E non è una questione di storia, che noi europei abbiamo a ogni metro di strada.

A New York puoi fare una vacanza semmai, non un viaggio. A New York non ti puoi perdere. E se non ti perdi cosa pensi mai di poter scoprire di nuovo? A New York devi andarci in coppia, appunto. O in gruppo. Mentre il viaggio è per definizione solitario. E serve un altrove. Che altrove mai sarà la città più fotografata e filmata del mondo? E allora andiamo dritti al punto: se vuoi capirci qualcosa, dell'America, devi andarci in viaggio. E da solo. Poi magari ti scoccia a non poter condividere sul momento. Ma il viaggio è l'apologia dell'egoismo. È come lo studio. Come la preghiera. Sentirsi soli a New York è peraltro la dimensione più diffusa, ovviamente. In quell'arena di individui in competizione perenne. Moltitudine, multietnia, ma un unico pensiero chiave: pensa a te, e corri. Da solo. Contro tutti gli altri.

Non me la gioco così facile, promesso. Il fatto è che se si sente già un disagio interiore a vivere nel mondo e nel sistema nel quale viviamo, anche se non lo si ha ancora messo a fuoco ed esplicitato, è esattamente in quella città che si può raggiungere il centro del dolore. E allora forse a qualcosa serve andarci. Ma non di più che per questo. Il resto, lì, è vetrine e luci e chiasso e jet set. Una noia infinita. 

Ma il destino mi ha portato a visitarla a fondo, l'America. E sempre per motivi professionali, sia chiaro.

Tranquillizzo subito tutti: non voglio elencare le città viste, le centinaia di voli presi e gli aneddoti personali che possono valere solo per chi scrive e che ho annotato in quindici anni di lavoro da inviato. Ma qualche appunto, qualche immagine, sempre passata al setaccio di una visione d'insieme viziata immancabilmente dai miei studi e dalle mie riflessioni sedimentatesi e aggiornatisi negli anni, certo, però si può abbozzare. Se vi fidate. 

Non sono un sociologo. Ma ho sempre avuto tanta curiosità nel cercare di capire il popolo, gli usi e i costumi che purtroppo si sono infiltrati anche nelle viscere della terra nella quale sono nato e delle persone che la abitano. E, forse, qualcosa l'ho intuita. Sempre che sia riuscito, il che non è affatto detto, a vedere cosa c'è dietro le scenografie, dietro le paillettes, i neon, i cartelloni pubblicitari e le urla di una civiltà che avendo scoperto di potersi esprimere liberamente (o così almeno crede) e con le spalle forti del dollaro e delle armi, si comporta con il più elementare e rozzo meccanismo che si possa facilmente immaginare, cioè girando la manopola del volume al massimo.

La città che non dorme mai farebbe invece bene a farsi almeno un pisolino. Che a mente lucida si riflette meglio. Anche perché dopo aver dormito forse non servono psicofarmaci e cocaina per tenersi in piedi. E qualche decisione scellerata si può riconsiderare. Qualche bottone premuto forse troppo in fretta si sarebbe potuto evitare. E Hiroshima avrebbe avuto un'altra storia. E noi di conseguenza. 

Ad ogni modo, se ci si riesce a (dis)staccare presto dalla costa Atlantica, da New York e dalle tante città suoi cloni mal riusciti, e soprattutto se si evitano le città casinò di cui è disseminata la costa West, per capire loro si deve andare a vedere come vivono davvero i più. E dove. Meglio, come trascorrono gli anni che hanno a disposizione sulla faccia della terra. È lì, in quegli spazi larghi e bassi, in quelle distanze estese oltre l'orizzonte e polverose, in quelle disconnessioni dal resto della realtà che vive il popolo americano. Non nelle grandi città. Non in quelle medie, fondate per dare alloggio ai martiri del fordismo e ora decadute nel gorgo della crisi e delle fabbriche chiuse.

Right or wrong it's my country. Spiega già tutto. O quasi. Perché la cosa significa, più o meno, giusto o sbagliato che sia noi facciamo così, il resto si adegui. E ancora: Not in my backyard. Cioè, sempre a spanne, si faccia pure tutto, anche le cose più disumane, ma non nel mio retrogiardino. Voglio corrente a tutto andare per le mie luci perennemente accese anche quando non sono in casa. Voglio ubriacarmi di petrolio per non rimanere mai a secco. E voglio le materie prime di cui ho bisogno ovunque dovessimo andare a prenderle con la forza. Ma non voglio vedere le immagini di inquinamento, i bambini massacrati e le bare dei marines che ritornano a casa. Altrimenti non pago più il canone alla Fox News. Okay?

Le mie condizioni di vita non sono negoziabili. Si potrebbe chiudere qui. 

Sto generalizzando? Per forza. Qualche eco di ciò che avviene anche dalle nostre parti? Anche, è inevitabile. Ma bisogna pur dirlo.

 

Isolazioni 

Hai visto mai Phoenix? Lì sotto, a 200 miglia dal Messico. Al centro del deserto. Phoenix è larghissima. Blocchi su blocchi. Tutti uguali. La pompa di benzina, il ristorante, il saloon, il sexy shop, il bowling, il cinema, Wal-Mart e il 7 Eleven. In serie, fino al confine della città. Oltre, i cactus, le pietre e il fuoco. Dove c'era altra gente, una volta. E ora solo scorpioni e serpenti a sonagli.

Ma Phoenix è ancora troppo grande. Devi prendere un treno piccolo piccolo per capire tutto. Non serve l'aereo. Che lì passi sopra ai canyon per andare da una parte all'altra e non penseresti mai di trovarci gente che ci vive. Invece col treno vedi tutto. Ma non quei treni di città, o suburbani, quei relitti di una tecnologia che, impossibile da immaginare prima di vederli, si sono fermati a trenta anni addietro. Non c'è nulla di più decadente del modernariato. Non c'è nulla di più insulso che inventare carrozze d'acciaio a specchio che passano in posti dove la temperatura raggiunge cinquanta gradi e che siccome sono infuocate dal sole vengono pompate con duemila gigawatt di aria condizionata dentro. No, io parlo del Denver Post 844 Cheyenne Frontier Days Train. O di quello che passa da Grand Junction. Quello che passa in mezzo ai cawboys per intenderci, sempre pronti - giustamente - a calarsi le braghe e a mostrare il culo a chi s'impone di fotografarli da dietro il finestrino. 

Oppure devi girare in macchina. Giorni interi. E scoprire che l'America, quella dei grandi numeri, quella dove è concentrata, o meglio, dispersa, la maggior parte dei cittadini, è fatta di isolazioni. La pompa di benzina, il ristorante, il saloon, il sexy shop, il bowling, il cinema, Wal-Mart e il 7 Eleven. E il distretto di Polizia con Poncharello e la stella di sceriffo oltre alla chiesa col reverendo Jackson. Ma in una serie sola. Il resto poche case di legno. L'altra isolazione identica dista 100 miglia: hai abbastanza gas in macchina e nessuna paura di rimanere deluso per tentare di andare a vedere com'è? No, oggi no. È già quasi buio, che vuoi fare ormai?

Già, che vuoi fare ormai? Devono pur chiederselo in questo modo, gli yankee che vedo al bancone. Non è che ci sia poi molto altro da fare. Delle due l'una: dopo una giornata di lavoro che mediamente non ti piace (ma un giorno, vedrai, arriverà anche la tua occasione) o te ne vai a casa a guardare la tv via cavo con una cassa di birra oppure te la vai a bere al saloon quella cassa di birra. Che domani forse è il giorno buono. Domani forse sarà il tuo giorno.

Poi quando ti sarai stancato di aspettarlo, quel giorno, e quando avrai capito che l'American Dream è una cazzata fatta apposta per tenerti in catene le cose cambieranno di colpo. E magari proprio di questi tempi, quel giorno in cui ti accorgi che in tasca non ti sono rimasti neanche i bucks per comperarti un'altra birra e un'altra mignotta con le tette extra-extra large magari è il giorno buono che smetti di prendere quelle pillolone arancioni che ti danno sin da quando avevi dieci anni e vai a rispolverare quel fucile che hai comprato qualche anno addietro. Che c'è una piccola scuola, qui vicino. E prima di suicidarti che vadano tutti a farsi fottere.

 

Ma San Francisco no 

Come al solito, di tutte le rivoluzioni e le sommosse, di tutti i movimenti e le tendenze, c'è qualcuno che riesce a cavalcare - i pochi - mentre tutti gli altri si nullificano nella deformità folkloristica. Ma se è vero - ed è vero - che l'eccellenza è affare di pochissimi, è anche vero che quelle eccellenze è sempre dai numeri grandi che prima o poi vengono fuori.

Non è un caso che proprio a San Francisco siano nati tutti i movimenti più importanti da cinquanta anni in qua. E non parliamo solo degli hippy e dei gay. Ma dell'interland del grunge e dei bit.

Perché San Francisco non è quasi America. È lì, d'accordo, ma San Francisco ha un po' di Vancouver, ha un po' di Roma e di Parigi e anche di Berlino. O forse mi sono sforzato io di vedercele e invece non è nulla di tutto questo ed è San Francisco e basta, il luogo dal quale sono venute tutte le cose da un cinquantennio in qua.

Lasciate stare Alcatraz, la casa degli Addams, le foche nella baia e La donna che visse due volte di Hitchcock e i granchi giganti a Imbarcadero. A San Francisco dovete fare due cose, anzi tre. La prima, un giro sul Bart, la metro cittadina dove fanno sponda miserie e geni. E la 101 verso Sud, dove nel volgere di poche miglia trovi Google, Microsoft, Yahoo, Oracle ed Apple. E poi, se ne hai l'opportunità, vai a viverci qualche anno, così ti lasci dietro tutto il carrozzone d'Italia e quando farai ritorno avrai le idee chiare per andartelo a fare in maremma, in Abruzzo, in Umbria, il tuo ranch. O la tua personalissima new economy, che di "nuovo" avrà solo il sistema per vivere, anche se di economia non si occuperà affatto.

Valerio Lo Monaco

Questo articolo fa parte dello Speciale "USA: United States of Anomie"

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