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Stragi USA: il piombo che schizza dal crogiuolo


C’è un’osservazione lapalissiana che sembra sfuggire, quando si parla delle ripetute stragi che vengono commesse negli USA utilizzando delle armi da fuoco: non si tratta affatto dei cosiddetti “delitti d’impeto”, in cui l’aggressività esplode all’improvviso e può degenerare più facilmente in omicidio a seconda degli strumenti che si hanno, o non si hanno, sotto mano.

Le stragi di cui tanto si discute, dopo la carneficina di Newtown che ha avuto per vittime soprattutto dei bambini di sei e sette anni, sono invece degli atti accuratamente pianificati, in cui la decisione di uccidere viene presa assai prima di concretizzarla. Una differenza che è decisiva e che ci porta su quello che dovrebbe essere il vero terreno di discussione, se si vogliono comprendere non già le modalità del fenomeno, che rientrano nella categoria “cash & carry” degli effetti, ma le sue motivazioni, che ci avvicinano allo scrigno delle cause.

Cause sociali, evidentemente. Da ricercare tra gli elementi costitutivi della società statunitense che gravano sulla generalità degli abitanti e che ne influenzano la psiche in mille modi, per lo più negativi. Innescando a una a una quelle condizioni di malessere che sono oggettivamente assai diffuse – come attesta il crescente uso di psicofarmaci, peraltro prescritti anche in assenza di una vera e propria malattia mentale e somministrati persino ai bambini per tenerne a freno la cosiddetta iperattività – e che hanno il proprio filo conduttore negli stati d’ansia.

Un disagio che è celato sotto ogni sorta di maschere, in un gigantesco tentativo di rimozione collettiva, ma che essendo su vasta scala non si può addebitare, e ridurre, a degli specifici “difetti” individuali. Un malessere che può allignare ovunque, dai ghetti fatiscenti delle periferie alle confortevoli casette suburbane e alle lussuose residenze dei ricchi, e che è di per sé stesso agli antipodi di ciò che dovrebbe custodire, e sprigionare, ogni comunità umana in cui valga la pena di vivere: un senso di condivisione e di solidarietà che leghi tra loro i diversi membri e che, al di là di tutte le altre differenze (e degli stessi dissidi che si potranno accendere), riduca il più possibile il rischio che qualcuno si senta completamente abbandonato a se stesso, sia sul piano materiale che su quello interiore.

Basandosi su una competizione economica esasperata, invece, la società statunitense procede in senso diametralmente opposto. Facendo appello a una malintesa idea di libertà, nel tipico travisamento che parte dal liberalismo anti autoritario e che sfocia nel (neo)liberismo speculativo e oligarchico, si lasciano scatenare le peggiori forme di antagonismo, spianando fatalmente la strada a rapporti reciproci basati sull’aggressività e sul cinismo. Un degrado che oltretutto non si limita agli ambiti strettamente economici, dove comunque non andrebbe consentito tanto per ragioni etiche quanto perché l’impoverimento e l’insicurezza tendono ad avere pesanti ripercussioni sull’armonia familiare, ma si estende alle relazioni personali. Come si vede, eccome, nel dilagare delle separazioni tra coniugi e nella loro trasformazione in guerre spietate e condotte senza esclusione di colpi.

Di fronte a questa pressione incessante, che inizia già a scuola e che si impernia su una contrapposizione frenetica tra vincenti e perdenti, le probabilità di non farcela sono altissime. E diventano ancora più alte se, invece di fermarsi al significato superficiale del termine “farcela”, si guarda a un’idea di realizzazione esistenziale che non si esaurisca nel conseguimento di un reddito più o meno sostanzioso e nel parallelo accesso a livelli di consumo superiori alla media. O, comunque, molto al di sopra della povertà.

Anche ammettendo di possedere le prerogative necessarie a una piena affermazione lavorativa, infatti, doversi dedicare anima e corpo alla carriera è di per sé un gravissimo fattore di squilibrio, rispetto all’insieme delle proprie potenzialità di esseri umani. Uno squilibrio che si basa su un’imposizione, ossia su un arbitrio, e che non può non essere percepita come una violenza, a meno che il processo di omologazione si spinga al punto di disseccare i caratteri originari che fanno di un uomo o di una donna qualcosa di incomparabilmente più vasto, complesso, vitale e prezioso, rispetto all’attività che svolge (che è costretto a svolgere) per procurarsi del denaro.

Negli Stati Uniti, e ormai nei moltissimi altri Paesi che ne hanno subìto la contaminazione e che ne stanno ricalcando le orme, l’aggravante è che mentre vengono sbandierati i traguardi che bisogna raggiungere, per sfuggire alla mediocrità o al completo fallimento, non sono altrettanto chiare né le regole del gioco, né tantomeno i percorsi da seguire per riuscire nell’intento.

Facciamo un esempio, per spiegarci meglio. Fino a qualche anno fa sembrava garantita, e persino ovvia, la correlazione tra titolo di studio e inserimento nel mondo del lavoro. Il messaggio che veniva trasmesso agli allievi, ovvero agli adulti del futuro, era che essere bravi a scuola avrebbe reso pressoché sicuro l’ottenimento di posti qualificati e ben retribuiti. Ma oggi? Oggi, com’è arcinoto, quella relativa certezza è un mero ricordo. Nonostante le ripetute apologie del merito – termine che in realtà andrebbe convertito, o esplicitato, nella sua effettiva accezione di “funzionale”, con riferimento al sistema dominante – il poderoso aumento dei diplomati e dei laureati, magari con tanto di uno o più master, si è tradotto in un eccesso di offerta rispetto alle necessità, per cui le imprese se ne fanno forti giocando al ribasso e le difficoltà sono molto maggiori anche per chi tenti la strada delle libere professioni.

Il dato di fatto, quindi, è che bisogna impegnarsi sempre di più e che, tuttavia, non è detto che basti. I modelli sono pressanti, e per parecchi versi categorici, ma i metodi da seguire per incarnarli rimangono sfuggenti. E ambigui. E tendenzialmente disonesti. Un po’ come nel calcio professionistico, o affini, dove la performance propriamente sportiva si riduce a una sola delle molteplici abilità che bisogna dispiegare: dalla scelta di un procuratore spregiudicato alla cura dei rapporti con i media e con gli sponsor, e via spaziando, o sprofondando, nel vasto mondo del marketing di se stessi.

Ce la fai? Complimenti.

Non ce la fai? Vaffanculo.

 

Don’t worry: be crazy

La maggior parte delle persone si adegua. Cambia le sue aspettative, riducendole-amputandole-snaturandole, e tira avanti.

Se ha delle qualità “appetibili” le mette in vendita: quando l’unico valore indiscutibile sono i soldi, mentre qualunque altra istanza è a dir poco opinabile, le remore morali passano in secondo piano, o scompaiono del tutto. Se invece non ha da offrire nulla di speciale si augura almeno di rimanere a galla. Si ripete che in fondo poteva anche andare peggio. E fin tanto che la situazione non precipiti davvero, rendendo impossibile l’auto inganno, può darsi che quella pseudo saggezza da frustrati si riveli efficace: all’occorrenza ci si distrae vivendo di riflesso, dal gossip al tifo, e dal fanatismo per le star dello spettacolo alla passione smodata per le serie televisive o cinematografiche o librarie, oppure ci si stordisce con qualche trucchetto, dall’alcol alle droghe, dal sesso ai tranquillanti, dal gioco d’azzardo ai social network.

L’importante è non concentrarsi troppo. Non prestare troppa attenzione agli anni che hai passato in quel modo. O a quelli che ancora ti restano da trascorrere, pochi o tanti che siano. Okay: hai fallito, più o meno malamente, ma in fondo sei solo uno dei tanti. Dei tantissimi.

La maggior parte delle persone la risolve così – la ridimensiona così – e però la frustrazione rimane. Aleggia sulla società nel suo complesso e la intossica. Imprime il suo marchio sulle persone, moltiplicandosi in una miriade di esemplari e di varianti. Testimonial involontari di un’esistenza squilibrata, disarmonica, ingiustificabile. Nonostante tutte le lusinghe del consumismo, e la mistica della ricchezza come sommo obiettivo, la violenza fratricida su cui poggia l’intero sistema viene percepita, consciamente o inconsciamente, e assorbita.

«Non sono un sociologo né uno psicologo – ha detto lo scrittore Chuck Palhaniuk dopo la strage di Newtown – ma vedo che molti ragazzi vivono senza un sentiero da percorrere, e nel vuoto assoluto di valori e ideali. Non c'è nulla di peggio che vivere nel vuoto: alla lunga ciò può portare solo ad esplosioni violentissime».

Esplosioni di cui tutti colgono gli aspetti distruttivi nei confronti delle vittime, ma che ne contengono almeno altrettanti di autodistruttivi. Se gli artefici delle stragi fossero dei serial killer, nel senso di psicopatici che traggono piacere dai loro crimini e che mirano a ripeterli quante più volte possibile, si organizzerebbero in modo da non farsi prendere, mentre invece vanno dritti incontro alla cattura o all’uccisione, o si uccidono essi stessi. Gli omicidi che commettono sono l’estremo barlume, psicotico, di una vitalità conculcata e distorta. Un ultimo guizzo di rivolta, per quanto folle e senza né meriti né innocenza, contro una situazione che è divenuta intollerabile. Non riuscendo a realizzarsi nel fare del bene, ci si annichilisce nel fare del male. 

La società è una famiglia “cattiva”, tanto esigente quanto incapace di amore. E se quasi tutti continuano a restarvi invischiati, non essendo capaci di distaccarsene e di emanciparsi, alcuni decidono invece che è necessario colpirla. Per vendicarsi. Per uscire dall’ombra. Per provare a spezzare l’incantesimo di quella potenza sconfinata, inattaccabile, indifferente, che ti domina da quando sei nato. E come te milioni di altri. Centinaia di milioni.

La stessa società. La stessa nazione. La stessa “tribù” immensa e perversa. L’enorme groviglio di sopraffattori e di sopraffatti che si perpetua di generazione in generazione, e nel quale i cosiddetti innocenti non esistono.

Gli “innocenti” sono quelli che lasciano fare.

Federico Zamboni

 

Questo articolo fa parte dello Speciale "USA: United States of Anomie"

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