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Uno schizzo animato d’America


Le cineprese e le telecamere non sono in grado di disegnare il vero ritratto degli Stati Uniti, ma in questo viene in soccorso la matita dei cartoonist. Cinema e fiction tivvù non sono infatti in grado di rendere gli Usa per quello che sono: sempre troppo fighi e da imitare in un cinema che oscilla fra lo spettacolare e il glamour, quando non si riempie di buoni sentimenti per famiglie allargate, regolarmente ambientato in quelle città troppo avanti che l’Europa non riuscirà mai, speriamo, a riprodurre, dove operano super eroi o intellettuali di rara sensibilità.

Anche la fiction tv cede spesso allo spettacolo, con superinvestigatori o effetti speciali degni della massima magniloquenza hollywoodiana, ma è ancora più falsa nelle sit-com che vorrebbero dipingere la famiglia media americana. Sempre comica, con qualche vizio o storiella imbarazzante sì, ma sempre strabordanti di buoni sentimenti conditi da politicamente corretto in eccesso, che noi subiamo, anche quando nel paese d’origine sono destinati ad un gruppo etnico particolare o, soprattutto, rappresentano vizi che da noi non esistono (ancora), ma che vogliono esportarci, soprattutto quando le consideriamo ancora virtù, e questo è un male inaccettabile per il pensiero unico dominante ufficiale, che vuole negare la realtà al pubblico televisivo.

Allora come penetrare la realtà stellestrisce attraverso lo schermo e comprendere attraverso la principale finestra aperta sul mondo quella società? Un metodo c’è, affidarsi a quanto di meno realistico esiste: il cartone animato. Grazie all’irrealtà alla mano del disegnatore è consentito di sprofondare nel politicamente scorretto e nella verità più di quanto sia concesso alla “camera”, che invece dovrebbe, per sua natura, catturare il reale più di una grottesca caricatura.

 

Tutto cominciò coi Simpson, la prima surreale famiglia “media”, spietatamente cinica e politicamente scorretta: una impietosa autocritica della società americana. Le famiglie di cartone che li avevano preceduti erano i Flintsones e i Jetsons (Antenati e Pronipoti), dove i vizi e tic dello statunitense medio, se pur messi alla berlina, erano trattati con bonarietà. Fred Flintsone è più ingenuo che arrogante e cafone, come invece è Homer Simpson.

L’allegra famiglia di Springfield è l’icona della famiglia media, come Springfield stessa è l’icona della provincia statunitense, che è molto più vasta delle metropoli glamour, ma, nei suoi tratti grotteschi, è molto più realistica delle ridenti cittadine delle sit com, anche quelle che si vogliono più evolute e dissacranti, tipo Modern family o Desperate housewives.

Non manca nulla della peggiore America, compreso il pedante fanatico religioso, Flanders, l’odiato vicino di casa dei Simpson, o il perfido capitalista, padrone della centrale nucleare in cui è impiegato Homer, il decrepito Montgomery Burns, col suo assistente cripto gay, Waylon J. Smithers, segretamente  e masochisticamente innamorato di lui.

La vita di Homer Simpson, ottuso antieroe, si svolge fra impianto nucleare, famiglia e il fetido bar di Moe Szyslak, e nelle sue bislacche avventure non c’è tema intoccabile per il politicamente corretto che non sia, invece, dissacrato. Quasi che il disegno animato sia una sorta di zona franca, una valvola di sfogo alla repressione americana prima che esploda in qualche sparatoria, dove si dà la colpa alle armi quando invece questa è nella società stessa.

Il figlio di Homer, Bart, è naturalmente un bullo, scapestrato e fiero della sua ignoranza, ma irresistibilmente simpatico, la figlia, Lisa, secchiona e impegnata socialmente, è l’unica che sembri avere un’anima nell’America senza speranza di Springfield, ma è di una pedanteria e saccenza intollerabili: simile all’intellighenzia liberal da East coast. Anche quando gli USA si liberano dall’ignoranza non riescono ad arrivare alla cultura, al massimo raggiungono alti livelli di noioso nozionismo, fatti di palizzate politicamente corrette, che vengono costantemente dissacrate nella seria animata.

 

L’ignoranza è il tema comune a tutte le altre serie a partire dai Griffin (Family guy in originale), che somiglia molto ai Simpson (una mezza accusa di plagio venne fuori), ma ha caratteristiche che ne fanno un prodotto originale che ha portato una nuova ventata di cinismo e sarcasmo, specie da quando l’enorme popolarità portò i Simpson ad ammorbidirsi. Anche Peter Griffin appartiene alla classe media operaria, anzi: lui passa più tempo da disoccupato, ma almeno la bella moglie proviene da una famiglia ricchissima della “nobiltà” di antico denaro americana. Naturalmente Peter è detestato dalla famiglia della moglie, ma la presenza di questa famiglia permette anche di dissacrare i vecchi ricchi di classe, mentre nei Simpson il riccastro è più un tycoon stile Rockefeller.

Tranne la moglie di Peter, nella serie, sono tutti brutti e obesi: il figlio maggiore è di una stupidità colossale, mentre la figlia ha solo un barlume di intelligenza in più, ma non supportata dalla conoscenza di Lisa Simpson. Come lei, però, è una emarginata, solamente che, essendo una teenager, la sua emarginazione è di tipo diverso: ancor più crudele. La “cultura” è rappresentata nei Griffin dal cane parlante Brian, che, nella sua cultura banalmente liberal, somiglia molto alla pallosa Lisa, e l’unico interlocutore degno che ha è il figlio minore dei Griffin, Stewie, che ancora porta i pannolini, ma è dotato di una intelligenza diabolica, che lo spinge ad architettare ogni metodo possibile per sterminare la sua famiglia, purtoppo l’essere un infante, che parla solo coi cani, frustra ogni suo tentativo.

Steewie è l’altra sola forma di intelligenza possibile, oltre a quella liberal, nelle famiglie americane di cartone: quella malata e psicotica, paranoica e crudele. Nei Griffin ci sono meno personaggi secondari che nella serie dei Simpson, ma per questo sono più ricorrenti e, quindi, incisivi, fra questi merita una menzione specifica Joe Swanson, poliziotto ridotto sulla sedia a rotelle, che permette alla serie di dire quella che non si può dire sul diversamente abile, permettendosi addirittura di mettere alla berlina certi atteggiamenti maniacali della società normodotata verso il diversabile. Cose che non si può neppure ammettere siano quello che in realtà si pensa: peccato troppo grave verso la religione del politicamente corretto. Altro amico di Peter Griffin è Cleevalnd Brown, un nero fatto regolarmente becco dalla moglie, anche con uno dei suoi migliori amici, Glenn Quagmire,  pervertito sessuale e erotomane da assalto, ma merita un discorso a parte anche perché ha meritato una serie a parte diventando uno Spin Off.

 

Sia i Griffin che i Simpson sono famiglie “nate” prima dell’11 settembre, certo lo hanno attraversato, ma nulla come American Dad rappresenta  gli USA post torri gemelle: non è un caso che il capofamiglia in questo caso sia una agente della CIA e l’azione si svolga a Langley Falls e Langley (senza Falls) è la sede della CIA.

Qui le forme di intelligenza, profondamente deviata, sono i soliti personaggi weird, non si possono attribuire certe cose ad persone umane anche qunado di cartone, che in questo caso sono due: un pesce rosso, col cervello di un umano criminale, e un alieno salvato dall’Area 51. Il resto è stupidità e pregiudizio cronico.

L’American dad, Stan, è un agente della CIA inefficiente, gonfio di pregiudizi, e perciò viene confrontato a tutti gli eccessi delle aperture liberal della società statunitense, che, però, non escono così meglio di lui dallo scontro. La moglie, Francine, è l’ex reginetta del classico ballo di fine liceo, su cui gli States hanno costruito miriadi di stucchevoli film,  che riesce nell’impresa impossibile di essere più stupida del marito. I due figli sono un brufoloso sfigato ed una cozza sfigata, che, in conflitto col padre, è una sorta di figlia dei fiori fuori tempo massimo che non si è neppure accorta che il modello Seattle è ormai fuori moda.

American dad è forse la serie più dissacrante, forse leggermente meno esilarante delle altre, ma assolutamente priva di pietà verso i pregiudizi yankee, siano questi liberal o repubblicani.

 

Cleveland Show, di cui si accennava prima, riesce ad andare oltre l’intoccabile: colpisce duro la famiglia afroamericana, senza la bonarietà dei Jefferson, ad esempio, o senza essere mirata ad un pubblico di colore, come erano la maggior parte delle sit com giunte, nonostante ciò, anche da noi.

Cleveland Brown è un amico di Peter Griffin che, chiuso il rapporto con la moglie fedifraga, esce dalla serie principale cambia città ed crea uno spin off di famiglia allargata unendosi ad una donna che, orrida violazione delle pregiudicali antirazziste, è una culona, come esige lo stereotipo delle negre che piacciono ai negri. In questa serie abbiamo due barlumi di intelligenza umani: i figli maschi di primo letto della coppia. Il personaggio weird, invece, sono due: una coppia di orsi, russi ed immigrati, che, per una volta, non rappresentano l’intelligenza, anche se sono un gradino sopra i gli umani stellestrisce.

Il figlio di Cleveland Brown, Cleveland Brown Jr., è una clamorosa palla di grasso, il solito sfigato intelligente: incredibile come negli USA il binomio sia quasi inscindibile. L’unica alternativa a questo abbinamento è rappresentata dal figlio, molto piccolo, di lei, Rallo, che assomiglia leggermente allo Steewie  dei Griffin, salvo essere più grande e meno psicopatico, ma è comunque una mente deviata: insomma negli USA chi possiede un barlume di intelligenza o è sfigato o è un deviato mentale.

Interessante è anche la figlia della compagna di Cleveland, Roberta, adolescente fighetta aspirante troietta, ma il problema non è tanto questo, il dispicere più grande che darà al padre “allargato” sarà quando lui la beccherà a baciarsi con un bianco. In quell’episodio viene descritto l’indicibile: anche gli afroamericani sono razzisti. In Cleveland, altrimenti ben integrato con i bianchi, esplode tutta la “negritudo”, ma non quella nobile del latinista Sengor, così rifiuta il fatto che una nera possa mescolarsi sessualmente, a rischio di meticciare la razza, con un bianco. Viene, così, abbattuto pubblicamente un pregiudizio profondo: che il razzismo sia una esclusiva dei bianchi di razza ariana, quando, invece, è proprio questo pregiudizio ad essere una delle massime espressioni di pensiero razzista.

 

Tutte queste serie dipingono il presente, ma questa America di cartone, prendendo atto della realtà attuale, ha cambiato anche la sua visione del futuro: non c’è più la prospettiva idilliaca dei Jetsons, ma quella di Futurama. In questa serie ambientata fra mille anni abbiamo un fattorino deficiente, costante ineludibile, incidentalmente ibernato la notte del capodanno del millennio e risvegliato esattamente mille anni dopo, in una società dominata dall’incompetenza assoluta.

Troppi personaggi e deformità per essere racchiuse in questo spazio, ma c’è solo da annotare che, nel melting pot di umani, alieni e mutanti, nel futuro oltre alla stupidità e l’ignoranza regnerà l’incompetenza. Incompetenza di livelli impensabili, ma che sono il diretto risultato della tendenza attuale: più sono tecnici, meno sanno gestire il mondo, tant’è che la presidenza mondiale sarà conquistata dalla testa di Nixon, conservata in una teca, tipo il cervello A.B. Normal di Frankestein Junior.

Le geniali menti di Matt Groening (Simpsons e Futurama) e di Seth MacFarlane (American Dad, Griffin e Cleveland Show) ci hanno regalato la miglior descrizione televisiva possibile degli USA, dimostrando, però, che in quella nazione c’è spazio per la libertà di autocritica, che non è una dote trascurabile, esistono posti dove non è lecito ridere, né dei potenti né di dio, salvo incappare in pesantissime sanzioni, anche capitali.

Uno sprazzo di geniale intelligenza e capacità di cogliere lo stato della società, ma c’è una cosa che manca: la cultura, quella profonda, che sia tradizionale o d’élite. Le citazioni presenti nei cartoni, siano attribuite ai personaggi o inserite nella narrazione, sono di cultura pop, cinematografica o televisiva, mai letteraria, salvo forse una puntata di Futurama o altri sprazzi nozionistici minori. Non c’è mai nulla che vada oltre o nel profondo, ma anche in questo, le serie citate ed i loro autori, sono termometro e riflesso dello stato della società USA e del modello che sta esportando da decenni, con crescente successo purtroppo.

Ferdinando Menconi

 

Link essenziali alle serie

 

Simpson

wiki http://it.wikipedia.org/wiki/I_Simpson

ufficiale http://www.thesimpsons.com/index_.html

 

Futurama

wiki http://it.wikipedia.org/wiki/Futurama

sito italiano http://www.futurama.it/

 

Griffin

wiki http://it.wikipedia.org/wiki/I_Griffin

ufficiale http://www.fox.com/familyguy/

 

American Dad

wiki http://it.wikipedia.org/wiki/American_Dad!

ufficiale http://www.fox.com/americandad/

 

Cleveland Show

wiki http://it.wikipedia.org/wiki/The_Cleveland_Show

ufficiale italiano http://www.foxtv.it/the-cleveland-show

Questo articolo fa parte dello Speciale "USA: United States of Anomie"

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