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Usa: il Paese che non vuole avere storia

Affrontare l'argomento degli Stati Uniti d'America cercando di evidenziarne alcune caratteristiche intrinseche in grado di svelare, a nostro avviso, tante tra le palesi contraddizioni che lo animano e che fanno parte del suo popolo è, soprattutto oggi, anacronistico. O almeno così viene definito e bollato chiunque si cimenti in una analisi che non sia allineata con il pensiero unico dell'opinione pubblica più diffusa. In questo modo, però, sarebbe allo stesso modo anacronistico parlare in toni differenti rispetto alla vulgata generale di tanti argomenti. 

Ma è soprattutto dal settembre 2001, dall'attacco alla torri gemelle, che tentare qualsiasi tipo di critica agli Stati Uniti è diventato praticamente impossibile senza sentirsi muovere epiteti di ogni tipo. Noi rigettiamo qualsiasi supposizione di questo genere, perché se per anacronismo - o per dirla alla Nietzsche, essere "intempestivi" - s'intende l'impossibilità di essere intellettualmente onesti allora conformarsi al diktat è il crimine più grande che possa compiere chi fa il nostro mestiere.

Non entreremo, non in questa sede, nei fatti recenti e contemporanei della storia degli Stati Uniti, dalle bolle finanziarie esportate in tutto il mondo salvo poi addossare la responsabilità di quanto sta accadendo a episodi che avvengono in altre regioni (come la recente dichiarazione di Barack Obama secondo il quale l'«Europa in crisi minaccia la solidità Usa») alle guerre di aggressione dell'ultimo decennio. Per trovare quello che ci interessa in questa circostanza dobbiamo analizzare alcune caratteristiche del fenomeno Usa nel suo complesso, e partendo quasi dall'origine. Il che non significa fare l'esegesi di una storia che pure non è lunghissima, ma isolarne alcuni frammenti determinanti per comprendere tanti fenomeni altrimenti difficilmente spiegabili. 

La domanda principale alla quale vogliamo tentare di rispondere è la seguente: è possibile tratteggiare delle caratteristiche generali di un popolo così sconfinato numericamente e per posizionamento geografico e cercare di isolarne alcune, tra queste, alla base di certi avvenimenti storici e di cronaca che vedono i suoi cittadini tra i protagonisti nell'incredulità, spesso, del resto del mondo pensante?

Crediamo di sì, e crediamo che si possa se non certo giustificare almeno comprendere, nell'intento di contrastarle, alcune bizzarrie dell'anima profonda di un Paese che - da sempre - pretende di diventare guida del mondo intero. Soprattutto, e questa è la motivazione dell'urgenza di affrontare un argomento del genere, nel momento in cui l'Europa appare, per mezzo delle imposizioni dei mercati con sedi nella City e a Wall Street da una parte e di quelle della Nato dall'altra, un'area storica e geografica del tutto annichilita da quell'american way of life (ne riparleremo) che dovrebbe invece rifiutare con sdegno e forza e rispedire al mittente per poter riscoprire, e riprendere, i fili della propria Storia.

Intanto una cosa: l'Europa non ha mai dichiarato guerra agli Stati Uniti. Viceversa, il popolo statunitense nasce per precisa e netta volontà di separazione dall'Europa, salvo poi farvi ritorno in occasione delle grandi guerre per stabilirvi in modo permanente propri avamposti strategicamente essenziali al conseguimento al mantenimento dei propri obiettivi geopolitici.

In secondo luogo, per qualunque storico e studioso dei documenti fondanti degli Stati Uniti sino a chi si cimenta anche solo con la storia contemporanea Usa, è di inequivocabile evidenza che gli Stati Uniti si sentono invece, quasi sin dagli inizi, investiti della luce necessaria e indispensabile - e unica - in grado di porsi alla guida del mondo intero. Pur avendo spazi sconfinati all'interno del proprio territorio, essi da sempre hanno volto il loro sguardo altrove, a quel "resto del mondo" che dovrebbe, secondo i suoi desiderata, azzerare usi, costumi e culture per abbracciare lo stile di vita del Paese che, citando Thomas Jefferson, è una "nazione universale che persegue idee universalmente valide". O come per John Adams, secondo il quale gli Usa sono "una Repubblica pura e virtuosa che ha il destino di governare il globo e di introdurvi la perfezione dell'uomo". E siamo solo agli inizi della sua storia.

Ora, è evidente che un popolo il quale si sente portatore di tale divina provvidenza non possa che considerare chi osta a tale obiettivo, chi si difende, chi si oppone, come il "male". Ecco perché nascono, e vengono nominate, le "guerre giuste", gli "assi del male", i "nemici dell'umanità".

Gli elementi sono dunque due: da un lato l'isolazionismo e dall'altro la "crociata".

Quest'ultimo tema, di natura quasi biblica, è al centro di tutto il pensiero puritano e torna con prepotenza nel corso di tutta la storia degli Usa, fin dall'epoca dei Padri Fondatori, come abbiamo visto.

Per sua natura storica, il popolo degli Stati Uniti d'America è composto da una moltitudine di popoli, culture, religioni e tradizioni differenti. I coloni provenienti dal vecchio mondo sono arrivati nelle nuove terre vergini, prima di iniziare la marcia verso il West, da tutte le parti. Va da sé che per potere creare un popolo nuovo, unico, indivisibile, fondato su nuove leggi e nuovo sentire comune, essi dovessero necessariamente azzerare tutta la loro storia e natura precedente.

Le genti che andarono a colonizzare le americhe da una parte dovevano omologarsi al nuovo, dall'altro lato dovevano rimuovere tutto quanto provenisse dal loro passato, per poi sfociare, come abbiamo visto, nell'intenzione di esportare il proprio modello ovunque altrove. Operazione che si è intesa e si intende, come è ormai evidente, mediante lo stesso meccanismo, sebbene rivisto alla luce dell'attualità: rimozione delle culture preesistenti e sostituzione di queste (ove serve anche con le armi) con il pensiero unico dominante di cui gli Stati Uniti sono la punta di lancia. La nazionalità statunitense si fonda dunque su un contratto stipulato sin dall'origine tra immigranti di diversa provenienza, ecco perché tutte le particolarità culturali dovevano essere rigettate nella sfera privata, e quindi al di fuori della cittadinanza. 

L'indifferenza verso la storia, in generale, degli statunitensi, non si spiega pertanto nella loro vicenda che è relativamente recente, quanto nel fatto che una storia "non vogliono avere". Perché il passato li riporta fatalmente a quelle radici di cui si sono dovuti disfare e al loro atto fondativo, terribile, del quale diremo a breve. Lo stesso Jefferson esprime la medesima idea affermando che ogni generazione forma una "nazione distinta". E ancora: "I morti non hanno alcun diritto".

Emblematica una dichiarazione di Daniel Boorstin, che è un ex direttore della Biblioteca del Congresso: "Siamo inclini a tenere a distanza la nostra eredità nel timore che ci incateni", e poi "allo stesso modo, per quanto attiene agli oggetti, la tendenza è per il non durevole, per l'usa e getta" e per lo stesso motivo.

Attenzione, questo è un punto chiave: per la prima volta si ha una società composta - esclusivamente - da individui e non da gruppi sociali. Non poteva che essere da qui a prendere il volo il capitalismo, basandosi essenzialmente su un individualismo orientato al possesso di beni. 

Diciamolo subito: a questo proposito e almeno per ora, gli Usa stanno riuscendo nella loro dottrina, praticamente, quasi ovunque, se è vero che ormai è quasi l'intero globo terraqueo a sottostare alle leggi della finanza e del profitto delle multinazionali (la Coca Cola, ad esempio, è venduta in tutto il mondo ed è difficile trovare esempi analoghi per prodotti provenienti da altri Paesi), e molta parte del mondo stesso, certamente l'Europa, è di fatto influenzata, se non proprio comandata a bacchetta, dal punto di vista militare, dalle stanze dei bottoni di Washington.

 

Il sangue dei pellerossa

Ma l'omologazione al nuovo che si voleva imporre in America prima che al resto del mondo non poteva che avvenire sopra a una tabula rasa, come detto poc'anzi. Ovvero passando sopra ai veri americani.

La sorte molto triste toccata alla nazione indiana, se opportunamente svelata, copre di una ombra molto funesta il sogno statunitense di una repubblica universale alla quale piegare il resto del mondo.

La data d'inizio, anche simbolica, di questa tragedia, si potrebbe fissare nel 1633, quando una epidemia di vaiolo semina numerose stragi tra i pellerossa. Data in cui i puritani naturalmente rendono omaggio immediatamente a Dio per aver inviato tale flagello - creduto di natura religiosa - ai propri nemici. Negli anni immediatamente successivi iniziano le guerre vere e proprie contro gli Algonchini, gli Irochensi, i Powathan, e la tattica usata è sempre la medesima: dividere le tribù. Per quanto attiene alla costa orientale i Pequot, nel Connecticut, sono eliminati dai Narragansett, quindi questi ultimi sono decimati dagli Uncas. Addirittura le autorità mettono un premio per ogni capigliatura di indiano loro consegnata: è qui che nasce la pratica dello scalpo anche se poi a Hollywood non si impedirà di attribuirne l'invenzione proprio agli indiani.

Solo il secolo seguente viene la volta dell'eliminazione degli Irochesi, dei Mohaowk, dei Delaware, degli Shawnee, dei Mingos, degli Ittawa, degli Uroni e dei Seneca, e nel 1763 il comandante di Fort Pitt, situato nella regione dei laghi, offre ai Delaware coperte infettate da vaiolo che annienta la tribù.

Questo tipo di relazioni avviene un po' ovunque, a quel punto, allo stesso modo: si fa firmare agli indiani dei trattati di cui essi stessi non comprendono neanche i termini e che l'afflusso continuo, massiccio e crescente di immigrati rende peraltro subito desueti e nulli. Quando gli indiani, fatalmente, non possono che constatare che ci si impadronisce delle loro terre, a quel punto si ribellano. E quindi vengono massacrati, deportati e sterminati. I puritani trovano naturalmente ancora una volta una giustificazione superiore a quanto sta avvenendo, tanto che lo stesso Benjamin Franklin scrive, di suo pugno: "Se la Provvidenza ha il disegno di distruggere questi selvaggi per lasciare spazio ai coltivatori della terra, non sembra inverosimile che l'alcol sia il mezzo da impiegare per riuscirci. Grazie ad esso sono state già distrutte tutte le tribù che, in altri tempi, abitavano la regione costiera".

A questo punto della storia numerose tribù tentano di fuggire e iniziano una lunga migrazione verso Ovest, ma ovviamente sono riprese con rapidità. Appena all'inizio del diciannovesimo secolo vengono annientati i Miami, i Creek, i Seminole, i Faulk e i Fox. Solo i Cherokee tentano di integrarsi e fondano addirittura imprese e commerci che fanno presto, c'era da giurarci, concorrenza ai nuovi arrivati. I quali ovviamente, a questo punto, non ci stanno: nel 1830, il Congresso vota il "Removal Act", un nome sinistro che non fa altro che autorizzare l'esercito a prendere gli indiani e deportarli dalla Georgia all'Oklahoma. Per dare una idea ancora più precisa dell'operazione: su un totale di 15.000 uomini, 4000 muoiono solo nel corso della deportazione. Nel 1840 il governo americano si impegna a bloccare questi trasferimenti e dichiara unilateralmente il Mississippi "frontiera indiana permanente". Ma sarà una promessa priva di effetti. Nel 1846 la scoperta di giacimenti in California dà ufficialmente inizio alla "corsa all'oro", e una folla di avventurieri si dirige nuovamente verso Ovest, verso l'estremo Ovest.

Solo tra il 1853 e il 1856 vengono firmati ben cinquantadue nuovi trattati con gli indiani: tutti regolarmente violati pochi mesi dopo. Sono gli anni in cui spariscono per sempre gli Arapaho, i Mussuri, i Potawatani. 

Siamo a un passo dall'inizio di quelle che sono passate alla storia come le "grandi guerre indiane", e l'oggi tanto citato Tocqueville scriveva senza mezzi termini, riguardo quelle vicende, che "l'espropriazione degli indiani avviene spesso, ai nostri giorni, in maniera regolare e per così dire legale". Ma ancora, e in modo definitivo: "gli spagnoli, con mostruosità senza pari e coprendosi di un'onta incancellabile non sono riusciti a sterminare la razza indiana, e neppure a impedirle di condividere i loro diritti. Gli americani degli Stati Uniti hanno raggiunto questo duplice risultato tranquillamente, legalmente, filantropicamente". Ma soprattutto, attenzione: "Non si potrebbe distruggere gli uomini rispettando meglio le leggi dell'umanità".

Dal 1862 nel sud-ovest i Navajo sono deportati in regioni desertiche. Gli Apache muoiono in Florida, per tubercolosi. Siccome attraverso la ferrovia gli immigranti continuano ad arrivare verso l'Ovest, diversi milioni di bisonti sono abbattuti per nutrire gli operai che la costruiscono, e la carestia che si diffonde tra le tribù suscita delle comprensibili reazioni di disperazione contro i coloni che gli indiani rimasti vedono installarsi giorno dopo giorno di più nei territori occupati. A questo punto l'esercito ha mano facile a reprimere duramente questa sorta di "intifada". I Modoc sono schiacciati nel 1870 e nello stesso anno avviene un fatto di cronaca ripreso da tantissimi testi: il 7° Reggimento di Cavalleria avvista un accampamento indiano nella valle del Washita. Si tratta di uomini, donne e bambini che, sorpresi al risveglio, vengono fatti a pezzi. Nel 1874 tocca ai Kiowa, ai "Nasi forati", ai Comanche. Solo due anni dopo, nella "famosa" battaglia di Little Big Horn, il generale Custer, già autore del massacro del Washita di cui abbiamo appena detto, è ucciso dai Sioux con i suoi duecento soldati. È esattamente in questo momento, a fronte di questo episodio, che il generale William T. Sheridan lancia la sua celebre frase: "Il solo indiano buono è un indiano morto".

Parole presto messe definitivamente in azione. Cavallo Pazzo, il vincitore della battaglia di Little Big Horn, viene ucciso nel 1890. Lo stesso anno, gli ultimi giorni di dicembre, a Wounded Knee, trecento guerrieri Sioux, preliminarmente disarmati, vengono abbattuti a colpi di mitragliatrice Hotchkiss e spariscono con loro le ultime sacche di resistenza.

È la fine del popolo indiano.

Sintetizza che meglio non si potrebbe, al proposito, Alain de Benoist: "Negli ambienti liberali si è soliti dire che la grande superiorità della Rivoluzione americana sulla Rivoluzione francese è che non ha fatto vittime. Il Terrore in Francia fece 42 mila morti; il genocidio indiano, dieci milioni".

 

 

Manifest Destiny

A fronte di questi uomini e donne, vissuti per millenni nelle terre vergini e mantenute tali in assoluta armonia con i territori sui quali vivevano leggeri, si sono insediati gli statunitensi. Che fanno parte, pertanto, di una civiltà dello spazio, non del tempo. Il mito fondatore non è l'origine, ma la frontiera. E aspira alla conquista dello spazio che gli altri popoli, invece, vivono come storia. Perché è proprio a questo punto che si inscrive il passaggio successivo. Per George Washington gli Stati Uniti sono "una nuova Gerusalemme", per Thomas Jefferson, come abbiamo visto all'inizio, "una nazione universale che persegue idee universalmente valide"

È ovviamente nella parola "universale" che risiede la soluzione, perché permetterà agli Stati Uniti di prendersi una rivincita sui Paesi d'origine dei suoi abitanti. 

Nati dalla volontà di separazione dall'Europa (freudianamente, dalla volontà di uccidere il padre), con un atto fondativo impastato col sangue degli Indiani d'America, con la necessità di tagliare qualsiasi radice precedente per potersene far impiantare una del tutto nuova e priva di storia, non stupisce poi più di tanto, a questo punto, che gli Stati Uniti abbiano di sé la concezione che il mondo intero debba essere completamente penetrato dall'idea che la società americana rappresenta la società perfetta. Siamo, senza possibilità di essere smentiti, al conosciuto (e mai troppo analizzato e criticato) "destino manifesto" (manifest destiny): se dio ha scelto di favorire gli statunitensi questi hanno il diritto di convertire gli altri popoli al loro modo di esistere.

La Costituzione, negli Stati Uniti, è come un monumento sacro. La filosofia dei Lumi passata al vaglio del puritanesimo fa dell'americanismo una vera e propria religione. Anche molto al di là delle differenze di visione di politica interna, tutti condividono l'idea di avere la missione essenziale di portare la buona parola all'umanità.

Si tratta, per questo essenziale aspetto, di un immobilismo perenne. Ed è proprio a questo immobilismo che corrisponde il conformismo di un popolo che sotto certi aspetti rasenta il prodigioso. Inutile insistere sui tratti - pop, culturali, cinematografici - che rendono la cosa evidente a tutti. 

Gli Stati Uniti guardano oltre i propri confini solo nella misura in cui ciò sia necessario al raggiungimento della propria missione. La "politica estera" semplicemente non esiste laddove non sia necessaria a propri obiettivi. L'unico principio adottato è quello secondo il quale ciò che è buono per gli Stati Uniti non può che esserlo per tutti gli altri. Ecco il motivo per il quale si attendono, dai propri alleati, solo collaborazioni e applausi. Le relazioni internazionali non sono altro che la diffusione dell'ideale statunitense. E siccome si pretendono modello di perfezione non hanno neanche bisogno di conoscere bene gli altri: sono gli altri, semmai, che devono conoscere gli Stati Uniti e adottarne il modo di fare.

Ancora sino ai primi Novanta, per stessa ammissione di Newsweek, secondo un sondaggio "24 milioni di americani adulti sono incapaci di situare il proprio paese su una carta del mondo; il 50% di loro non può citare un solo paese dell'Europa dell'Est; il 68% degli studenti ignora in quale epoca ebbe luogo la guerra di secessione; il 32% pensa che Cristoforo Colombo abbia scoperto l'America dopo il 1750; il 50% non ha mai sentito parlare di Churchill o di Roosvelt"

Proprio degli stessi anni - esattamente il 28 febbraio del 1990 - la Corte Suprema, a Washington, ha confermato il diritto di perquisizione della polizia americana in qualsiasi Paese del mondo. Negli Stati Uniti questa pratica è invece illegale, in virtù del Quarto Emendamento della Costituzione, ma la Corte Suprema ha statuito, appunto, che i cittadini stranieri non possono beneficiarne in quanto non americani, nello stesso momento in cui la stessa Corte dichiara che la polizia americana avrebbe il diritto di arrestare, in qualsiasi parte del mondo, qualunque straniero perseguito dalla polizia degli Stati Uniti. In pratica: si suppone che all'estero i cittadini stranieri obbediscano alle leggi statunitensi anche se sono nel proprio Paese, ma negli Stati Uniti questi non beneficiano degli stessi diritti degli statunitensi perché, appunto, sono stranieri. Ogni commento è superfluo.

 

In God We Trust

Nella società statunitense la religione è importantissima. Ed è riportata persino con la scritta "In God We Trust" stampata su ogni biglietto da un dollaro. L'operazione è di una semplicità estrema: conciliare la religione con la società dei Lumi e radicarla nell'orientamento verso l'avvenire e nella mistica del progresso. Ora, nasce esattamente da qui l'idea di una "redenzione" attraverso la conversione nell'american way of life

Già Calvino, sforzandosi, aveva risolto il problema interpretando il successo materiale come segno dell'elezione divina. Negli Usa, il passaggio all'apologia dell'individualismo e del successo mediante il commercio avviene pertanto quasi con naturalezza. A questo punto il rovesciamento è completo: non è più la morale a giustificare l'interesse ma l'interesse a permettere di valutare la morale. 

In piena ragione, insomma, Ezra Pound poteva definire quella statunitense come "civiltà esclusivamente commerciale". Certo, gli Usa non sono la prima repubblica commerciale, ma è la prima ad aver statuito che nulla deve limitare la libertà economica, costituendo quest'ultima il modo privilegiato per pervenire al generale miglioramento dell'umanità. Se Jefferson già diceva "la natura ha fatto dell'utilità per l'uomo la misura e il criterio della sua virtù", e il giudice Holmes aggiunge "non c'è criterio migliore della verità di un pensiero della sua capacità di farsi accettare su un mercato", va da sé tutto il resto. E ovvero che: affidato solo a se stesso, l'individuo varrà dunque solo per la sua attività esteriore, e saranno naturalmente solo e unicamente le sue prestazioni - economiche - a permettere di capire quanto vale.

Lì, insomma, si crede davvero che il ricco sia un uomo superiore per la semplice ragione che ha più denaro. Tanto che chi ricco non è non viene chiamato povero, ma looser, perdente.  Puro darwinismo economico.

Queste - e ben altre - caratteristiche evidentemente non si sposano con un pensiero che possa essere almeno un po' meditativo e alla riflessione interiore. Il punto chiave è questo: se la relazione con l'altro è nutrita unicamente dall'interesse e dal rispetto per le cose materiali, dal dio-dollaro, la strada verso una alienazione che non conosce limiti è pronta e spianata. E quando si capisce, più o meno, che non si ha né si avrà alcuna speranza per uscire dalla categoria dei loosers, dei perdenti, quando il consumo è precluso, la personale crescita economica impossibile, visto che non rimane nulla di nulla, allora tutto il resto è permesso. Con rabbia e odio. E siamo ai fatti di cronaca dei giorni nostri.

 

Divieti puritani e trasgressioni patologiche

La società americana non può che oscillare tra eccessi contraddittori, presa in mezzo, come è, tra i divieti puritani e le trasgressioni patologiche nelle quali sfociano le rimozioni che essi suscitano.

Dalla pudicizia alla liberazione sessuale, dal moralismo alla corruzione generalizzata, dalla permissività totale alla nuova castità. Dalla segregazione di fatto al "politicamente corretto". Dalla pornografia a ogni angolo di strada a uno Stato dove la sodomia tra coniugi è ancora punita con il carcere duro. Dalla esaltazione della famigliola tipo statunitense - villetta, due auto, due figli, un cane - al record mondiale di donne picchiate, anziani torturati e bambini oggetto di cure psichiatriche.

Le stravaganze ci sono ovunque, certo, e non sono gli Stati Uniti a detenerne il monopolio, ma è veramente difficile trovare un Paese al mondo dove la mentalità nazionale abbia degli atti di isteria così marcati.

Le grandi psicosi collettive hanno casa negli Stati Uniti - al cinema si sviene guardando un film dell'orrore oppure si apre il fuoco mascherati da Batman con una delle armi che si può facilmente acquistare; la morte di una star può suscitare epidemie di suicidi; predicatori possono andare in televisione per confessarsi piangendo e allo stesso tempo raccogliere milioni di dollari; chiunque può fondare una Chiesa e ordinare "ministri" per corrispondenza.  E non è affatto raro che ci si faccia stampare, sul proprio biglietto da visita, l'importo del proprio stipendio.

È un Paese dove periodicamente, e a cadenza crescente, persone represse si scatenano: i massacri nei supermercati e nelle scuole, sempre più frequenti, ne sono la conferma.

 

E noi?

La grande domanda che dovremmo porci noi del "resto del mondo" è se finiremo come gli indiani. Certamente non attraverso le mitragliatrici Hotchkiss usate con i Sioux, piuttosto mediante il lento dissanguamento delle finanza anglosassone di cui stiamo già patendo le prime - letterali - vittime. L'atlantismo è già da ieri indifendibile, ma oggi è diventato del tutto insopportabile. Per cosa dovremmo continuare ad accettare sul nostro suolo delle truppe statunitensi insediatesi per - ufficialmente - difenderci da un pericolo che non esiste più? Per quale motivo dovremmo continuare ad accettare l'interferenza di un Paese che non ha mai accettato di interferire nella sua? 

In maniera determinante: una Europa, per comunque la si intenda, e noi la intendiamo dei popoli, delle nazioni sovrane federate, non può esistere che libera. E finché non sarà tale, è nei confronti di questa libertà che ci si deve misurare. Chi osta a questa libertà è chiaro, e oggi ha la struttura della finanza anglosassone e dei suoi banksters, e le sembianze di quell'american way of life che vuole imporsi annientando il precedente esistente e del quale abbiamo appena detto. Il nostro oggi è - e deve essere - un atto di difesa. Perché la loro aggressione è continua.

Valerio Lo Monaco

Questo articolo fa parte dello Speciale "USA: United States of Anomie"

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