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Alitalia indagata per frode in commercio

Nel nostro commento alla cancellazione notturna della livrea di Alitalia per «decoro aziendale», dall’aeromobile rumeno incidentato a Fiumicino, avevamo impiegato il termine “ingannare”, reprimendo il desiderio di usare quello di “truffare” o “frodare”, per evitare il rischio di incappare nei rigori della giustizia. Quest’ultima, invece, di remore non ne ha avute ed ha chiaramente impiegato la formula “frode in commercio” nell’aprire un’indagine sulla compagnia di bandiera.

Secondo il procuratore di Civitavecchia Gianfranco Amendola, lo stesso che indaga sull'aereo Carpatair, l’ipotesi di reato discende dal fatto che Alitalia vende come suoi i voli effettuati da una compagnia terza. La linea di difesa, com’era prevedibile, si è tradotta nel ribadire il proprio «pieno e totale rispetto della normativa IATA nei casi di vendita di biglietti per voli operati da altri vettori aerei in regime di wet lease o di codesharing, così come fanno le oltre 100 compagnie che utilizzano il wet lease e il codesharing».

Resta da vedere se il magistrato sarà della stesso opinione, ma c’è da ritenere che gli uffici legali dell’azienda abbiano ben vagliato la legalità delle attività del settore commerciale, magari operando al limite del consentito. Il nocciolo del problema non è, però, tanto se certe operazioni siano legali o meno, ma se sia lecito permettere l’esistenza di quelle che abbiamo definito «livree di bandiera legalmente false».

Il caso Alitalia, anche se non sfocerà in condanna, dovrebbe far aprire una riflessione in sede legislativa sulle pratiche commerciali considerate lecite o legali, ma che invece ingannano il consumatore. Specie quando queste afferiscono alla nazionalità di marchio e prodotto, che spesso non coincidono, giustificando così prezzi maggiori e generando false aspettative sulla provenienza del prodotto. Come certe “livree italiane” di auto prodotte in Polonia o di scarpe prodotte in Romania.

(fm)

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