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Ora si vuole eliminare anche la nostra lingua

Dal 2014 l’intera offerta formativa del biennio finale e dei dottorati nel Politecnico di Milano sarà erogata in lingua inglese. Notizie come questa non possono che rattristare.

Ci pongono brutalmente davanti alla nostra realtà di colonia di un Impero che ci ha invasi, ci ha assoggettati e ora di fatto ci impone anche la sua lingua. O meglio, non ce la impone, ce l’imponiamo da soli, con una introiezione dell’asservimento che testimonia di quanto sia avanzato il processo di subordinazione alla potenza egemone e di assunzione delle sue modalità.

Un popolo che perde la sua lingua perde la propria anima. Non esiste letteralmente più.

Questa è la prima reazione, largamente emotiva. Riflettendo meglio, la cosa appare meno scandalosa. Una lingua comune, una sorta di lingua universale, è uno strumento prezioso di comunicazione. Per evitare che la lingua di una nazione imponesse una sorta di predominio colonizzando le altre culture, si tentò di creare una lingua universale, l’esperanto. Il tentativo fallì perché le lingue sono organismi viventi, non si creano a tavolino, forgiate dalla mente di un linguista.

Nel Medioevo gli studenti e i dotti di tutta Europa comunicavano fra loro in latino, che era ancora la lingua universale nel nostro continente. Uno studente italiano non aveva difficoltà a trasferirsi a Parigi per seguire i corsi della Sorbona, perché le lezioni erano tenute in latino e i testi circolavano in latino. Ancora nel XVII secolo Galileo pubblicava i risultati delle sue ricerche in latino.

Le didascalie che segnalano i tempi e le modalità di esecuzione della musica sono tuttora usate ovunque in italiano (adagio, andante, mosso...) perché la musica italiana ha goduto di prestigio nei secoli fra il Seicento e il Settecento. 

Nel Settecento era quasi d’obbligo per il pubblico colto conoscere il francese. Ancora nel secolo successivo intere pagine del grande romanzo del russo Tolstoj, Guerra e Pace, saranno scritte in francese. Nell’Ottocento per gli studiosi di filosofia era d’obbligo conoscere, oltre al greco antico, il tedesco.

La forza delle cose dona a certe lingue in determinate epoche storiche un prestigio particolare, ovviamente in relazione col ruolo egemone delle nazioni che le veicolano.

Oggi nelle facoltà scientifiche non si può prescindere dall’inglese, vera lingua universale della comunicazione tecnico-scientifica. L’inglese è indispensabile ai giovani che viaggiano e sempre più spesso si trasferiscono all’estero. Può non piacere ma è un dato di fatto. Il fascismo si coprì di ridicolo quando impose ai discografici che introdussero fra i primi dischi di jazz il brano Saint Louis Blues di cambiare il titolo in  “Le malinconie di San Luigi”.

Il predominio imperiale di una potenza si impone anche attraverso la sua lingua, è indubbio, ma il veleno di una concezione del mondo rovinosa è passato attraverso il cinema di Hollywood e l’industria discografica, sia che fossero quelle produzioni offerte direttamente in inglese o tradotte nelle lingue nazionali. Quel veleno è penetrato ovunque, anche dove si è cercato di preservare la purezza della propria lingua.

Luciano Fuschini

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Giornalisti indipendenti, blogger, e "uffici stampa". E il "caso Messora"