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L’Europa, grande ideale. L’Eurocrazia, grande schiavitù. Ripudiare o ricontrattare il debito che ci lega come asini da soma significherebbe far implodere l’Eurocrazia. Questo legame con l’Unione è l’unico, reale, pesantissimo ostacolo alla riconquista di una piena sovranità. L’Islanda ha potuto farlo perché ne era già fuori. L’Argentina, pur invischiata fino al collo nella ragnatela della finanza internazionale, ri-nazionalizzando moneta e industrie strategiche e liberandosi dei ceppi del Fmi, è uscita dal tunnel e ha ripreso a vivere. Noi siamo gravati da un’ulteriore, e ben più dura, catena: l’europeismo dogmatico e aprioristico, che fa credere che l’Europa così com’è, monetarista e banksterizzata, sia un totem inviolabile, l’undicesimo comandamento. Invece è una costruzione storica soggetta alla trasformazione e alla morte, come tutte le umane cose. 

A difesa del debito, e del dovere religioso di farci accoppare di tagli e tasse in suo nome, viene buono un altro argomento, spacciato per saggio buon senso: rifiutarsi di farvi fronte sarebbe moralmente ingiusto nei confronti dei risparmiatori esteri, poveri diavoli anche loro. Eh no. Costoro rappresentano appena il 13% dei nostri titoli di debito, il resto è detenuto da quelli che in gergo si chiamano investitori istituzionali: banche, società di intermediazione, assicurazioni ecc (fonte: Andrea Fumagalli, http://uninomade.org). I piccoli risparmiatori potrebbero riavere il tesoretto perduto con nuovi titoli di Stato emessi dopo la liberazione dal debito, mentre gli altri, i vampiri della finanza, dovrebbero rinunciare agli interessi sugli interessi. Sarebbe un crollo, in prospettiva, salutare. Come quegli shock traumatici che, seppur dolorosi, in casi di grave apatia sono indispensabili a risvegliare il malato. Perché l’Eurocrazia, inutile girarci intorno, ci fa male. Ci fa star male. Ci rende schiavi e più poveri. Prenderne atto è una semplice operazione-verità. 

È stato così fin dagli inizi, dallo sciagurato Trattato di Maastricht. Il suo pentalogo prescriveva i seguenti comandamenti: l’inflazione non deve superare di più dell’1,5 per cento quella dei tre Stati più “virtuosi”; il tasso d’interesse a lungo termine non può essere più di due punti sopra la media dei tre Stati suddetti; negli ultimi due anni non aver mai svalutato la propria moneta rispetto a quella degli altri Paesi membri; il deficit annuale delle amministrazioni pubbliche non può eccedere il 3 per cento del Pil; il debito pubblico complessivo non può essere superiore al 60 per cento del Pil. Si tratta di una tavola della legge largamente disattesa (anche dalla maestrina Germania), che sotto l’apparente tecnicismo nascondeva una precisa scelta ideologica: l’adozione di una moneta unica in un’area economicamente molto disomogenea. Una forzatura violenta che non teneva conto della realtà, delle concrete condizioni di vita, degli indicatori delle diverse economie nazionali. L’unico dato preso in considerazione come obbiettivo irrinunciabile, da perseguire costi quel che costi, è la riduzione del debito pubblico. Questa è stata la leva, forsennatamente propagandata come bene assoluto, con cui i servi della finanza à la Prodi hanno condotto le nazioni nella prigione dell’euro. Non c’era, e non c’è, convergenza sul livello dei salari, sulla mobilità di capitali e lavoratori, sul fisco e sul tasso d’inflazione. Ma non importa: per i tecnocrati di Eurolandia l’unica cosa che conta è tagliare il pubblico in favore del privato. Maastricht e i successivi trattati europei si sono fondati sull’ideologia del mercato come soluzione a tutti i mali, punto e basta. La nostra Costituzione è violata dal suo primo articolo. Il popolo italiano, infatti, non è più sovrano di se stesso, ma obbedisce agli ordini stranieri. Lo scambio, oltre che incostituzionale e illegale, è soverchiamente iniquo: baratta il bene più importante, la libertà di autodeterminazione, per far quadrare i conti e sostenere una moneta artificiale e forzosa. Se non è schiavitù questa, spiegatemi cos’è. 

I portabandiera dell’Eurocrazia oppongono argomentazioni squisitamente economicistiche. Una ipotetica neo-lira andrebbe incontro a una svalutazione del 60%, i valori delle case e dei titoli finanziari sprofonderebbero, le importazioni salirebbero alle stelle, lo Stato sarebbe costretto a finanziare il proprio debito a tassi molto più elevati, le banche dovrebbero deprezzare il proprio portafoglio e fare raccolta a costi maggiori restringendo il credito e imprese e famiglie. Il 40-50% del Pil evaporerebbe in un anno. Prefigurare uno scenario terrorizzante ha l’effetto di bloccare sul nascere ogni discussione su una possibile alternativa. Che potrebbe essere questa: uscire dall’Unione, rigettare l’euro, nazionalizzare la Banca d’Italia e le maggiori banche ricapitalizzandole in lire emesse autonomamente (come fa la Federal Reserve negli Usa, del resto), denunciare la validità del debito estero con i cosiddetti investitori istituzionali (l’87% dell’intero ammontare) e rinunciare a farci finanziare il fabbisogno da mercati stranieri, riprendendoci così l’indipendenza economica e di bilancio. Questo per far fronte all’emergenza del momento, accompagnandolo con un piano di sostegno alla popolazione a livello locale. Ha scritto il saggista Marco Della Luna: «Province, regioni, e soprattutto i comuni, i quali sono in diretto rapporto con la gente e sono più dissociabili dalla politica nazionale, dovrebbero… fare scorte e collocarle in depositi comunali. Dovrebbero distribuire pannelli solari e altri dispositivi per generare elettricità localmente. Dovrebbero promuovere consorzi di produzione e consumo locali utilizzanti monete alternative locali (come già da secoli ne esistono nel mondo), e fare in modo che queste abbiano una filiera completa in cui circolare. Dovrebbero massimizzare il potenziale produttivo agroalimentare del territorio, sospendere per stato di necessità le quote latte, agrumi etc., convertire colture foraggere ad alimentazione umana, e riaprire i depositi annonari»

La riconquista della piena sovranità politica passa non soltanto dal rifiuto della moneta-debito continentale, ma anche dalla diffusione di valute locali, che in Italia hanno già da anni conosciuto timide sperimentazioni, ad esempio col circuito Scec. Il principio di base è lo stesso: riaffermare il diritto a decidere in autonomia come gestire la propria vita economica. E dunque la propria vita tout court. 

Alessio Mannino

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