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Nessun dubbio sul suicidio di Berezovsky?

Nessuno ha accusato Putin, né governi né media, per la morte del suo arcinemico Berezovsky, che, secondo gli inquirenti, si sarebbe impiccato a causa della depressione che aveva fatto seguito al suo tracollo finanziario e alle disastrose cause da lui intentate contro Abramovich.

Questo è il dettaglio più strano che riguarda l’avvenimento: di solito ogni volta che muore un personaggio scomodo per il Presidente russo, questi viene accusato e condannato mediaticamente, indipendentemente dalle risultanze delle indagini, come fu per Litvinenko e Politkovskaya. Questa volta, invece, nulla: dopo un primo momento di incertezza, in cui la polizia aveva fatto accesso nella casa dove era stato rinvenuto il cadavere in pieno assetto CBRND (Chemical Biological Radiological Nuclear Defense), memori del polonio radioattivo che aveva ucciso Litvinenko, ed aveva definito la morte come inspiegabile, tutti i dubbi sono stati rapidamente fugati: suicidio.

L’esame autoptico parla di strangolamento da impiccagione, il cadavere era stato, infatti, trovato in bagno da una guardia del corpo, ex Mossad come tutte le altre, con abrasioni sul collo ed una sciarpa vicino: un perfetto scenario da suicidio. Troppo perfetto, però, come sostiene un amico del defunto ex oligarca in un’intervista al Guardian.

È soprattutto l’assenza di accuse a Putin che desta sospetti: come mai non è stata colta l’ennesima occasione per screditare il leader russo, visto che Berezovsky era un suo grande nemico implicato nei casi Litvinenko e Politkovskaya? Proprio qui però risiedono le ombre: le indagini sui due casi cominciavano a portare, nel primo, verso la pista cecena e, nel secondo, verso i servizi inglesi, con risvolti ceceni.

Il defunto oligarca era probabilmente la chiave per risolvere i misteri che forse non avevano Putin come colpevole, ma altri, che non dovevano e non devono essere scoperti: insospettabili implicazioni internazionali che sarebbero venute alla luce se Berezovsky avesse parlato. Gli ingredienti per mettere in scena un suicidio insomma ci sono tutti. 

Certo il suicidio non può essere escluso, nessun teorema giudiziario regge senza prove che lo supportino, neppure quello che dice “quando si suicida un personaggio come questo è senza dubbio una messinscena”. Però quando la polizia è più sbrigativa nel liquidarlo come tale che se si fosse trattato di una persona comune il sospetto, più che lecito, è d’obbligo.

Eppure il colpevole c’era, anche se fin troppo evidente: Putin non poteva far fuori Berevovsky perché sarebbe stato immediatamente individuato come mandante del “suicidio”, e poi il defunto oligarca non era più un pericolo. Il non aver accusato il Presidente russo, com’è usanza e sarebbe stato d’obbligo, almeno per lasciar traccia nei media, prima della ritrattazione nelle pagine interne, è l’atto d’accusa principale verso le forze che hanno collaborato con Berezovky e Litvinenko, che era membro dei servizi inglesi (qui), nelle operazioni anti Putin.

Con ciò non si vuole dire che l’ipotesi del suicidio non possa essere presa in considerazione, ma che le altre ipotesi non possono essere escluse così sbrigativamente: per dei servizi segreti inscenare il suicidio perfetto è operazione fin troppo semplice, e se sono in combutta con la polizia la rapida archiviazione è sicura. 

Solo indizi, certo, ma per questo è normale che, per chi conosceva bene Berezovsky, il suicidio non stia in piedi, anche perché, se in quanto a nemici aveva principalmente Putin, di ex amici ne aveva molti.

Ferdinando Menconi

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