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Gli USA “sequestrati”

Il Presidente Obama non ha potuto far altro che ammetterlo, venerdì scorso. Drastici tagli al budget federale sono ormai in arrivo. Un processo ineluttabile che danneggerà sicuramente l’economia, ma che lui non ha il potere di fermare. I vari incontri con i leader dei due maggiori partiti organizzati alla Casa Bianca hanno dato solo fumate nere, incagliandosi sulla richiesta presidenziale di un aumento delle tasse e il no tassativo della compagine repubblicana. E così si apre automaticamente per gli USA una fase di tagli: 85 miliardi di dollari quest’anno e altri a crescere nel prossimo decennio.

Non si tratta di uno scherzo. Saranno tagli lineari, che colpiranno tutti i settori, non molti, ma cruciali, dove lo Stato interviene negli USA a sostegno di diversi servizi ai cittadini, e per il mantenimento dell’apparato federale e statale. In molti casi, compreso quello del governo, si profilerebbe sul lungo periodo il rischio di un totale depotenziamento, quasi un default, sul modello del Minnesota. Niente verrebbe risparmiato, e quello che si è visto nel piccolo Stato americano, si potrebbe replicare su grande scala, con autostrade sbarrate, scuole prive di insegnanti, uffici pubblici chiusi.

È dunque con questa parola aspra, sequester, che viene definito il momento presente della presunta prima potenza mondiale. Ed è con quel termine che fa il suo ingresso, non gradita, negli Stati Uniti, l’austerità, che ormai da anni bussava alla porta. Le politiche restrittive europee, tanto strapazzate da Obama e dai suoi emissari, infastiditi dalla perdita drammatica di potere d’acquisto di uno degli sbocchi principali per i prodotti made in USA, ora inevitabilmente diventeranno a stelle e strisce. E la prima cosa a tramontare, così, sono le promesse elettorali del rieletto presidente, praticamente su tutti i fronti.

Il “giusto” equilibrio tra nuove tasse e tagli, una specie di mantra per la prima come per la seconda presidenza Obama, con questo mancato accordo, fallisce e la bilancia finisce per pendere decisamente a favore dei tagli. Di fatto è un fallimento totale per l’inquilino della Casa Bianca, e paradossalmente una vittoria schiacciante dei repubblicani. Per lo meno, una vittoria delle loro politiche ciniche e iperliberiste, portate al successo, in questo caso, sulle spalle degli americani.

Stando ai sondaggi, l’approccio di Obama è il più apprezzato dagli americani. Per questo ora il presidente, sconfitta alla mano, intende cercare di sollevare l’opinione pubblica contro i repubblicani, rendendo pubblici i tagli e i disservizi che il sequester comporterà, Stato per Stato, all’interno dell’Unione. Un piano strategicamente intelligente, che impressionerà gli americani. Ma che forse andava fatto prima. Ora ci vorranno mesi per elaborarlo, e c’è il rischio che arrivi fuori tempo, quando i cittadini saranno troppo occupati a trovare il modo di venire a patti con una nuova realtà ancora più priva dei pochi servizi di cui potevano disporre.

Da parte loro i repubblicani cantano vittoria, ma non troppo. Il braccio di ferro, che è solo l’ultimo di una serie su questo tema, li ha divisi al loro interno. Ora, a risultato ottenuto, ossia dopo aver sconfitto Obama e aver messo il governo in condizione di operare con un budget minimale, hanno comunque da lamentare che il sequester è ingiusto perché comporta forti tagli al settore della difesa, mentre vengono esclusi programmi sociali come il Medicaid e la Social Security. Ingoiano il rospo dichiarando orgogliosamente che in ogni caso i tagli sono meglio dell’aumento delle tasse. I democratici invece non si fanno mancare toni comprensibilmente drammatici, e iniziano a snocciolare cifre e conseguenze.

La vera cartina al tornasole, ossia la Borsa di New York, però, reagisce in modo sorprendente. Per lo meno agli occhi degli ingenui. Non solo si deprime alla notizia del sequester e dell’austerità in arrivo in territorio statunitense, ma anzi diventa euforica. Questo meccanismo, studiato nel 2011 dal presidente e dal Congresso per disincentivare i muro-contro-muro su un tema così importante, nel momento in cui scatta come una tagliola sulla vita dei cittadini e dell’economia statunitense, non fa paura ai mercati finanziari. Anzi sembra galvanizzarli.

Il motivo è semplice, e poco sorprendente per chi ha un quadro chiaro della situazione. Economia reale e mercati finanziari non hanno più alcun collegamento, e questa ne è la prova assoluta. La situazione indurrà la FED a immettere altro denaro in circolazione, e gli speculatori potranno banchettare allegramente sulla pelle degli americani. Non solo, la Stock Exchange è in mano a poche grandi corporate, il cui desiderio, espresso nella pratica dai deliri repubblicani, è quello del ritiro totale dello Stato dall’economia, per occuparne ogni angolo, e rendere privato ogni minimo servizio, specie quelli essenziali, a pagamento. Quale strategia migliore che mandare tutto quanto il settore pubblico alla malora? Il sequester, complice l’impotenza conclamata di Obama, è ad un tempo il trionfo della strategia neoliberista, e l’inizio della fine della già ampiamente presunta più grande potenza economica mondiale.

Davide Stasi

VERSO IL GOVERNINFIMO

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