Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Toto-Quirinale. E abbocchi sempre all’amo…

Ma sarà proprio vero, come afferma il celebre aforisma (fin troppo celebre, tra l’altro: e quindi, per lo più, ripetuto a pappagallo), che «quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito»?

Certo: se il saggio fosse davvero saggio, e se la cosa davvero importante fosse osservare la luna, allora sì. Allora sbaglierebbe lo “sciocco” che, invece, si concentra sul dito. Come sempre, però, l’attendibilità di una conclusione dipende dalla attendibilità delle premesse. Non tutti quelli che indicano la luna sono saggi. Non tutte le lune, o presunte tali, meritano di attrarre/monopolizzare la nostra attenzione.

Per esempio: da qualche tempo si fa un gran parlare dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, che dovrà sostituire il sopravvalutatissimo Napolitano, e fioccano i nomi dei possibili candidati. Qualcuno getta l’esca, a cominciare dai media mainstream, e i pesciolini si precipitano a ingoiarla. Si potrebbe quasi dire che si spintonano, nell’ansia di arrivare primi. O tra i primi. O in una qualunque posizione successiva, pur di non rimanere esclusi da questo ennesimo, grande happening della vita collettiva.

La luna? Sì, sì, la vedo. La vediamo. E non ce n’è mica una sola. Ce n’è una serie. Una sfilza. Più di dieci. Più di venti. Un’ampia, amplissima scelta. La luna “vecchia scuola”, tipo Giuliano Amato. La luna “femmina” (anzi femminista), tipo Emma Bonino. La luna “Costituzionale”, tipo Gustavo Zagrebelsky. La luna “alternativa”, tipo Gino Strada. E poi tutte le altre. Chi più ne ha più ne metta. Anzi, ne indichi.

Milioni di “saggi” che mostrano la propria luna preferita e… fine dell’aforisma. Più nessuno che guardi il dito altrui. Ognuno ha il proprio dito, la propria luna, il proprio trastullo. Servirà a qualcosa, all’atto pratico? Ovviamente no. Ma è piacevole crederlo. Siamo abituati così. Siamo (s)contenti così. Siamo, o ci hanno fatti diventare, così. Su quello che bisognerebbe fare ai più alti livelli abbiamo – riteniamo di avere – idee precise. Da Obama in giù, ci sentiamo in grado di dire la nostra su chiunque. Che diamine. Li abbiamo visti talmente tante volte, in tivù, che ci sono davvero familiari. Li conosciamo. Li giudichiamo. A seconda dei casi li sosteniamo o li osteggiamo. Lietissimi di partecipare a un sondaggio. Prontissimi a intervenire in un forum via Internet. Convinti di mitragliare sentenze. Inconsapevoli di sparare cazzate. E soprattutto, quel che è peggio, inconsapevoli di spararle a salve. Pim-pum-pam e ci sentiamo Buffalo Bill. Pim-pum-pam e il bisonte non lo colpiamo mai. Ma pazienza. Basta aspettare la prossima caccia, la prossima sfida, il prossimo appuntamento. Il prossimo spettacolo del circo.

 

Gerachie, che paura

Risaliamo alle origini. Ovvero a ciò che dovrebbe avvenire ancora oggi, se non ci avessero spinti/incolonnati/imbrancati nella direzione sbagliata. Molto prima di discutere dei capi assoluti, che giocoforza non abbiamo mai potuto osservare se non da lontano, saremmo interessati a sceglierci i capi delle strutture locali in cui viviamo.

Se poi la parola “capi” non vi piace, perché evoca lo spauracchio – antidemocratico – delle gerarchie, sostituitela con “rappresentanti”, o con un altro eufemismo del genere. La sostanza non cambia. Il punto è che in ogni gruppo umano, purché non si tratti soltanto di un’accozzaglia di individui assortiti malamente e, perciò, senza nulla di profondo e autentico in comune, è naturale che emergano delle differenze significative. Le quali, beninteso, non sono delle semplici diversità di gusti, o di propensioni, o di abilità, che in quanto tali sono relative/circoscritte a una qualche categoria accessoria. Viceversa, e alla faccia di quello che potremmo definire il dogma egualitaristico della “somma a risultato costante”, esse corrispondono a delle doti che nel loro insieme attestano una maggiore o minore qualità complessiva.

Una volta era normale: la parola di Tizio aveva un peso differente da quella di Caio. E lo stesso Caio, se non si era del tutto incialtronito, lo sapeva, o almeno lo intuiva. Poi, a forza di ubriacarsi col whisky della finta democrazia (adulterato e tossico come quello che i civilizzatori bianchi somministravano ai selvaggi pellerossa), i più si sono convinti che questo non sia accettabile. Si sono convinti, erroneamente, che riconoscere il valore altrui equivalga a una diminuzione del proprio, quando invece ne è un attributo essenziale. Non riuscendo a comprendere che il vizio non sta nel principio gerarchico, ma nella sua degenerazione sclerotizzata, hanno confuso l’idea, giusta, con la sua messa in opera, sbagliata. Salvo poi, perché la psiche fa rientrare dalla finestra ciò che il raziocinio malinteso butta fuori dalla porta, coltivare ogni sorta di fanatismo. Che detto in italiano e come sostantivo ripugna anch’esso, ma in inglese (anzi in americano) e trasformato in aggettivo si illeggiadrisce alquanto, per cui non disturba nessuno: fan, yes. Why not?

Analogamente, il concetto di comunità fa paura al solo nominarlo. Ma poi sono in tanti, o tantissimi, che se ne vanno a cercare un equivalente, o un surrogato. Una volta che non lo percepiscano come un’imposizione, ma come una scelta, le remore si dissolvono, o si attenuano fin quasi a scomparire. In fondo (in fondo?) fa piacere sentirsi parte di un tutto. Condividere dei valori, dei criteri, delle abitudini. Delle esperienze. Delle prove che sono allo stesso tempo individuali e collettive. E che perciò, con la massima naturalezza, assumono anche la funzione di test reciproci. Non delle competizioni ostili, e finalizzate a detenere/esercitare un dominio l’uno sull’altro, ma delle verifiche fraterne, che permettono di sapere in anticipo a chi sarà bene affidarsi nelle varie circostanze in cui risulterà impossibile sbrogliarsela da soli.

Torniamo al punto di partenza, allora. Torniamo al fatto che ci si infervora a dibattere sull’elezione del successore di Napolitano, o di Monti, mentre non si avrebbe la più vaga idea di chi scegliere, tra le persone che si hanno intorno, per ottenere un consiglio. O per trovare una guida.

Stiamo guardando la luna. Ma perché la luna è straordinariamente luminosa, o perché siamo sprofondati nelle tenebre?

Federico Zamboni

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