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Due macigni nello stagno

La squallida vicenda del voto per l’elezione del Presidente ha portato almeno un risultato altamente positivo: la frantumazione del PD.

Un partito ha un’identità quando si caratterizza chiaramente per un suo indirizzo di politica economica e per una sua concezione di politica internazionale. Il PDS-DS-PD non ha mai avuto un’identità.

La sua politica economica è consistita unicamente nel cercare di acquisire il controllo di banche, nel privatizzare a favore dei potentati di riferimento e nel fare gli interessi di Cooperative diventate grandi monopoli. Quanto alla visione di politica estera, semplicemente non è mai esistita. Il PDS-DS-PD l’ha esclusa dai suoi interessi, ne ha lasciato la competenza in esclusiva alla Casa Bianca e al Pentagono.

Il PDS-DS-PD non è stato altro che un aggregato per occupare poltrone in competizione con altri aggregati. Da qui l’odio per Berlusconi, concorrente formidabile alle stesse poltrone.

L’indignazione verso i loro capi da parte del popolo del PD desta irritazione negli osservatori che piddini non sono: ma non vi eravate accorti del nulla che il vostro partito era? Cosa vi illudevate che fosse? Da cosa viene la vostra dolorosa sorpresa se non da un’assoluta incapacità di capire? 

La frantumazione del PD libera forze che erano ingessate in quell’apparato ultra-conservatore. I  macigni scagliati nello stagno immobile del PD e della politica italiana, hanno due nomi: Grillo e Renzi.

Quando uscì la rosa dei candidati del M5S per la Presidenza della Repubblica, su queste pagine scrivemmo che la mossa da fare per mettere in difficoltà il PD e smuovere finalmente le acque, sarebbe stata la proposizione di Rodotà, su cui insistere fin dalla prima votazione e senza tentennamenti successivi. Aggiungemmo che Grillo probabilmente non l’avrebbe fatto, dal momento che puntava tutto sull’ inciucio fra PD e PDL, sperando di poter ereditare in seguito i suffragi dei loro elettorati delusi. Sottovalutammo l’intelligenza politica di Grillo. Meglio così.

Quanto a Renzi, la sua apparente lealtà durante la campagna elettorale era chiaramente una maschera. Aspettava che Bersani prendesse qualche sonoro ceffone per riproporsi come il rottamatore e l’uomo della svolta. Mentre esibiva lealtà, a livello locale continuavano a riunirsi i comitati pro-Renzi già attivati durante le primarie, configurandosi come una corrente organizzata, vero e proprio partito nel partito.

La malafede di Renzi si è vista in occasione della bocciatura di Marini, apparentemente incomprensibile. Renzi era il paladino dell’accordo fra PD e PDL. La candidatura di Marini era la garanzia di quell’accordo. Inoltre Marini apparteneva a quell’area di cattolicesimo sociale da cui proviene lo stesso Renzi. Eppure lo ha impallinato. Era chiaro che Renzi mirava a sabotare qualunque candidato che venisse dal PD, per frantumare il partito ed ereditarne i cocci, da rifondere in una nuova fornace con materiali provenienti pure dal PDL. Con ogni probabilità anche Prodi è stato impallinato da una manovra congiunta di renziani e dalemiani. Ora chi si prende l’ambiziosissimo Renzi sa che si mette una vipera in seno. Meglio lasciargli la direzione di un nuovo partito, che sia creatura sua.

Finalmente le contraddizioni sono esplose. Sono emersi anche i limiti personali di un gruppo dirigente totalmente incapace. Dopo i fallimenti di mediocrissimi personaggi come D’Alema, Veltroni, Fassino, Franceschini, Bersani ha portato all’apice la vocazione all’incapacità e alla doppiezza.

Ha scelto l’alleanza con Vendola ma continuando a corteggiare Monti e Casini. Mentre tentava di accordarsi con Grillo, pensava alla convergenza col PDL, almeno per la scelta del Presidente, continuando a calpestare Vendola trattato più da pezza da piedi che da alleato. Dopo la bocciatura di quel Marini concordato con Berlusconi, ha proposto Prodi, il nemico dichiarato del satiro di Arcore. Ha sbandato in modo indecoroso da una parte all’altra. Allora anche chi avrebbe preferito che Grillo si accordasse con lui per metterlo alla prova in un governo dal programma avanzato, deve ammettere che l’ex comico non aveva torto a rifiutare l’accordo perché di quei personaggi non si fidava.

Inaffidabili e inconsistenti, adesso finalmente si tolgono dai piedi. Non sarà Napolitano a salvarli. Ora il Presidente ha un potere enorme, che va oltre la Costituzione, giustificando così l’accusa di “golpe bianco”. Se non si farà il governo che vuole lui, minaccerà o lo scioglimento delle Camere o le proprie dimissioni. Non è tornato alla Presidenza per assistere impotente alla paralisi e allo sfacelo.

La vicenda degli ultimi giorni ha chiarito e svelato molte cose, perfino agli sprovvedutissimi militanti del PD. Allora, davanti a questi risultati, rivalutiamo la scelta di fare politica attiva partecipando alle elezioni e scardinando le istituzioni dall’interno. Pensavamo che il M5S non ne fosse capace, ma senza la sua irruzione nelle stanze del Palazzo il nuovo protagonismo della cosiddetta gente non sarebbe stato attivato.

Senza illusioni, naturalmente. L’improvvisa marcia indietro di Grillo sabato sera, quando doveva capeggiare la manifestazione di protesta, per il timore di essere arrestato in caso di disordini e forse per la considerazione che vi si infiltrassero provocatori, dimostra tutta la cautela del personaggio, dietro le sue frasi incendiarie. I veri rivoluzionari valutano i rischi e non lanciano parole d’ordine azzardate, ma se lo fanno non si tirano indietro all’ultimo momento. Quanto alla rinuncia al comizio domenicale per motivi logistici, non fa che confermare la disorganizzazione del movimento. La capacità organizzativa è la prima qualità che deve avere una forza autenticamente rivoluzionaria.

Aspettiamoci ulteriori sviluppi di una dinamica che si è messa in moto e che potrebbe andare oltre i limiti del grillismo. Sperare aiuta a tirare avanti in questi tempi che restano grami.

Luciano Fuschini

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