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Primi risultati (non previsti?) di Pyongyang

Al di là dell'aspetto fisico, che certamente non l'aiuta molto nell'essere preso in reale considerazione mondiale, oltre che locale, Kim Jong-un ha sortito diversi effetti con le sue recenti roboanti dichiarazioni di guerra. Forse suo malgrado. 

Con le recenti minacce, compresa quella d'altri tempi in cui ha intimato l'evacuazione delle ambasciate presenti a Pyongyang, il giovane leader nordcoreano, alla ricerca di consensi e autorevolezza nel suo Paese, vorrebbe affermare una leadership che si presenta al momento piuttosto debole, controllare i media e rendere la Corea del Nord una potenza nucleare in grado "di spaventare" l'occidente e soprattutto gli Stati Uniti.

Quali che saranno i risultati di tale politica estera, se così ci si può azzardare a chiamarla, per ora non è dato sapere. Ciò che è certo, invece, è che alcuni effetti collaterali sono già ben visibili, al di là della cortina fumogena messa davanti agli occhi delle masse. E non ci riferiamo unicamente alla chiusura in ribasso delle Borse dei fratelli sudcoreani della settimana scorsa, ma di ben altre cose.

Tanto per iniziare, in tutti i Paesi asiatici, si è di fatto rinnovata la corsa agli armamenti. In secondo luogo, e questo è probabilmente uno dei contro-effetti più importanti, le sue dichiarazioni hanno dato modo proprio agli Stati Uniti di rendere evidente e non negoziabile la presenza di loro basi militari, e il loro mantenimento senza se e senza ma, in tante parti dell'Asia.

Se il ritiro dalla base militare di Okinawa era originariamente previsto solo dal 2022, come si è premurato di ribadire solo qualche giorno addietro Shinzo Abe, adesso le cose cambiano. Ovviamente. Il segretario alla Difesa statunitense, Chuck Hagel, ha naturalmente corretto subito il tiro, dichiarando che «ora più che mai è essenziale che gli Stati Uniti mantengano le proprie forze armate geograficamente distribuite in tutta l'Asia, perché siano in grado di garantire la protezione del Giappone e degli alleati, oltre agli interessi degli Stati Uniti». Appunto.

Ma già da qualche mese, a Tokio, sul tavolo c'è la revisione dell'articolo 9 della Carta, nel quale è sancito il rinuncio al diritto alla guerra da parte del Giappone. Dopo le recenti mosse nordocreane, c'è da giurarci, adesso le cose cambieranno ulteriormente.

Altro effetto: la Corea del Sud, ovviamente, ha iniziato a fare nuove spese militari. Seul non ha fatto mistero che entro il 2014, cioè praticamente adesso, ha intenzione di acquistare non meno di duecento Taurus Kepd 350, cioè dei missili aria-terra costruiti da una partnership tedesco-svedese. Paesi che ovviamente avranno brindato all'annuncio. Questi missili, peraltro, verrebbero equipaggiati agli aerei F-35 che sono prodotti proprio dagli Stati Uniti. Si parla dell'acquisto di circa sessanta apparecchi per un totale di quasi 11 miliardi di dollari. Altro giro di brindisi, come si vede, stavolta proprio dalla parte avversa alla Corea del Nord, ed esattamente nelle stanze della Casa Bianca e delle aziende di produzione militare a essa collegate.

Ma il punto forse più nascosto, e probabilmente molto più essenziale rispetto alle minacce della nordcorea, risiede in questo: Seul aveva chiesto all'amministrazione Obama il permesso di produrre combustibile nucleare. Permesso che ora sarà plausibilmente accordato. Il che, ovviamente, potrebbe innescare una nuova corsa alle armi atomiche in tutta l'Asia. Qualcosa di molto più preoccupante delle minacce di Kim Jong-un, non è vero?

Valerio Lo Monaco

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