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Antimodernismo? Chiamiamolo comunitarismo

Questo giornale online, come sapete, è stato fondato da Massimo Fini. Ebbene, il suo "antimodernismo", condensato negli undici punti del Manifesto dell'Antimodernità (e tradotto nel piccolo e mai decollato Movimento Zero), fa da sfondo ideale al ribellismo della Voce e da comun denominatore culturale fra noi che vi scriviamo, sia pur ognuno con storie e sensibilità differenti. Ecco, con una certa presunzione che mi sarà condonata - essendo anch'io, nel mio piccolo, un vocista (e zerista) della prima ora - oggi vorrei approfondire il concetto stesso di anti-modernità. Per discuterne fra noi, cari lettori. 

Il Manifesto contiene un coraggioso tentativo di critica e contro-proposta alla civiltà moderna, costruita con due secoli di devastante industrialismo. Un tentativo appena abbozzato, un inizio, ma con in nuce tutte le direttrici essenziali di una demistificazione e ricostruzione dell'uomo europeo. Dico uomo europeo, perché, a mio parere, quei punti non sono fatti né per quello americano, popolo di storia recente e quasi completamente corrotto, né per nessun altro al mondo. Tutti siamo investiti e ammorbati da un sistema di vita fondato sul denaro e sulla merce, tutti siamo homines oeconomici, ma noi dobbiamo parlare per noi. Non per un cinese, un indiano, un eschimese, un africano. 

Questo per un sano relativismo. Relativismo culturale (non morale). Credo nella sacra differenza. E differenza fra culture significa rispetto di esse, quando poggiate su convinzioni e costumi profondamente sentiti. E ciò vale anche per le singole persone. Il mio ideale - la parola "valore" mi deprime, troppo mercantile - è il Ribelle. Il Ribelle, per come lo vedo io, si batte spinto da tre bisogni ancestrali: dignità, libertà e giustizia. Bisogni che, tuttavia, devono fare i conti con la realtà odierna. Dignità, oggi, è riavere il tempo per sé, per le proprie passioni, per conoscere, per amare: è il bene più prezioso negatoci dalla macchina economica. Libertà, oggi, è liberare le forme di organizzazione politica e sociali insofferenti alla schiavitù dell'interesse finanziario e delle mafie politiche al suo servizio. Giustizia, veder riconosciuto un ruolo corrispondente alle capacità ed un reddito di vita a ogni cittadino, il principio di cooperazione a bilanciare la competizione, una bilancia di pesi e contrappesi nella gestione del potere. Queste tre parole cardine potrei riassumerla in una formula: comunitarismo. 

Ora, non ci si può illudere di essere antimoderni solo perché si vuole essere antimoderni. Dirò di più: superiamo l'etichetta di antimoderni. Siamo arrivati a questo punto morto e portatore di morte dopo più di duecento anni di modernità? Allora vuol dire che la modernità ci fa male. Cambiamo strada. Per farlo, rivalutiamo alcuni, mirati aspetti di ciò che c'era prima. Perché prima, la nostra parte più aderente alla natura, quella che ci permette di vivere più sereni perché in maggior equilibrio col mondo, era meglio soddisfatta. Non alla perfezione (che non esiste), ma sicuramente meglio. E la chiave per il benessere esistenziale si può sintetizzare in un termine, ch’era fatto vivo e presentissimo in tutte le società pre-moderne: comunità. 

Attenzione: di qui a scambiare l'anti-modernità (critica della modernità) con la pre-modernità (elogio di una Tradizione, che, sono d'accordo con Fini, "nessuno ha mai capito bene cosa sia"), ce ne corre. L'obbiettivo, invece, deve essere andare oltre. L'oltre-modernità. Si stava meglio quando si stava peggio? Sì. Ma non in tutto. Così come non tutta la modernità è da buttare. Non è umanamente possibile, di due secoli, cancellare tutto. Per attaccare le fondamenta del Moloch industrialista ed economicista va puntato l'indice contro le sue storture, i suoi orrori, le sue infamie. E quest'operazione riesce usando il passato come maestro di vita, non come legge bronzea, immutabile, misticheggiante. Recuperare la comunità come obbiettivo di salvezza, ma adattandola all'oggi. Quindi, a mio parere, "democratizzandola": il principio democratico, inteso come libertà nella giustizia e garanzia del conflitto sale della vita sociale, è un punto di non ritorno, per noi buoni Europei. 

In conclusione a questo mio scrittarello, affermo che il comunitarismo, vero nome propositivo dell'antimodernismo, è quel che ci vuole per un'Europa che, a partire dalla vittoria dei Greci sui Persiani, ha posto alla sua base l'intelligenza del cittadino libero all'interno di una comunità a misura d'uomo (di qui la prospettiva della democrazia diretta locale, di cui la versione telematica alla Casaleggio rappresenta solo un detonatore che in un secondo tempo va abbandonato ai deliqui futurologici, altrimenti non usciamo dal paradigma modernista dell'individuo-monade solitaria dipendente dalla tecnologia). Un pensiero fondato sulla Ragione, sempre esistita prima di essere prostituita a Razionalità e Tecnica. Libertà, il tuo nome fa rima con Comunità.

Alessio Mannino

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