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L'Italia è in ginocchio ma lo spread non sale. Perché?

Non dovrebbe essere sfuggito a nessuno il fatto, molto particolare, che il nostro livello di spread navighi ormai da settimane sui "moderati" valori attorno a 300-350 punti rispetto alle punte molto più alte raggiunte sia durante il pieno svolgimento del governo Monti (con punte di oltre 450) sia soprattutto del periodo relativo alle dimissioni di Silvio Berlusconi: in quel caso, ed era la fine del 2011, si arrivò addirittura a 570 punti.

Come mai? Percezione comune vuole che grazie all'operato di Monti, e agli enormi sacrifici imposti agli italiani mediante i tagli, le tasse e il rovesciamento dei più elementari diritti sociali sino a qui acquisiti, in particolare quello sul lavoro e quello delle pensioni, l'Italia sia stata tirata fuori da una situazione che allora era insostenibile e che invece, oggi, appare rimessa sui binari di un risanamento. Le cose non stanno così. E dunque se il nostro spread non ha ripreso a salire ci deve essere qualche altro motivo.

Per quanto attiene ai dati il discorso è fin troppo semplice: il debito pubblico è ben più alto di quello ricevuto in dote da Monti alla data di dimissioni di Berlusconi, e oggi viaggia oltre il 127% del Pil (allora era al 120). La disoccupazione è aumentata e il nostro istituto di previdenza, l'Inps, versa in condizioni disastrose, anche se i grandi media non paiono porvi particolare attenzione. Non solo: l'Italia è in recessione ormai da molti trimestri, e non si vede alcuno spiraglio per una situazione che ogni giorno di più si avvita su se stessa.

In merito ai fondamentali, inoltre, la situazione è, se possibile, ancora più pesante: dal punto di vista dell'industria e della manifattura, così come da quello della produzione nel suo insieme, la terminologia che più si avvicina alla realtà è quella di una situazione rasa al suolo. Chiusure a ripetizione e cassa integrati che una volta arrivati alla fine del periodo concesso per il sussidio si trovano del tutto disoccupati, senza reddito né possibilità di acquisto, sono elementi che fanno presagire un futuro immediato ancora peggiore. E a poco, come è evidente, può valere il provvedimento recente di distribuire 40 miliardi, su un totale stimato di circa 120, che lo Stato ha come debito nei confronti di aziende e liberi professionisti che hanno lavorato per lui.

Solo un dato è migliorato, leggermente, ed è quello relativo al disavanzo, cioè la differenza tra entrate e uscite. Questo è passato recentemente dal 4.2% precedente al 3%. Frutto non già di una situazione economica che si è invertita ma grazie a un massiccio aumento delle tasse. Tra Iva e Imu soprattutto. Per ora. Visto che ulteriori aumenti per l'Iva sono previsti in modo automatico dal prossimo luglio e poi ci sarà la nuova Tares solo spostata alla fine dell'anno. 

Solo qualche giorno addietro è stato certificato che la tassazione nel nostro Paese tocca il valore record del 52%. E si tratta ovviamente di un valore sottostimato, perché non tiene conto di tante altre voci di tassazione, tra dirette e indirette, che in ogni caso gravano su ogni euro guadagnato dal cittadino. 

Solo un paio di esempi: per ogni euro speso, del reddito che è stato già preventivamente tassato all'origine nell'ordine del 52%, si pagano ulteriori tasse per l'Iva, che per l'aliquota più diffusa tocca oltre il 20%. Totale? Ben oltre il 70% di tasse per ogni euro guadagnato e speso. Lavorare per denaro, detto in parole semplici, non è conveniente. Per non parlare di tutta una serie di spese che ogni cittadino deve affrontare in privato visto che i servizi pubblici sono in fase di smantellamento. Basta cercare di prendere un appuntamento per una visita medica in una struttura pubblica per essere costretti a decidere di rivolgersi a una struttura privata per farla in tempi accettabili. E la casistica è molto più lunga. Basterebbe pensare al nostro sistema pensionistico, che non ci sarà più a breve, per aprire uno scenario ancora peggiore.

Ma torniamo sul punto odierno relativo ai mercati e al nostro spread. Quest'ultimo è stranamente, molto stranamente, basso. O comunque non altissimo come era un anno e mezzo fa.

Il sospetto che ci sia qualcosa che non quadra è ancora più forte perché, oltre ai dati che come abbiamo visto non sono affatto buoni, anzi sono tutti - tutti - peggiorati, il nostro Paese versa in condizioni politiche disastrose: il ritardo nella formazione del governo, e ancora di più l'ipotesi che qualunque esso sarà non potrà comunque essere in grado di reggere a lungo, dovrebbero infatti spingere le incertezze all'estremo, e dunque lo spread verso vette ben più elevate di dove si trova adesso.

In estrema sintesi, l'Italia versa nella condizioni in cui è altamente improbabile che possa onorare gli impegni presi con la vendita di titoli di Stato e dunque, come "mercato comanda", siccome il rischio è molto alto, parimenti alto dovrebbe essere il valore di spread con il quale tentare di piazzarli sul mercato. Ma così, invece, non è.

Sembra insomma che la finanza anglofona che circa un anno addietro aveva preso fortemente di mira il nostro Paese stia attendendo un nuovo e diverso momento per affondare nuovamente i denti. La stasi che stiamo vivendo appare sempre più chiaramente come una pausa e un preludio a nuove e più pesanti tempeste finanziarie. 

Che una nuova burrasca sia all'orizzonte non è, ovviamente, solo una nostra opinione, che peraltro è frutto del semplice incolonnarsi dei numeri e il susseguirsi della logica (se i fondamentali peggiorano e se i problemi non sono stati risolti ma solo spostati nel tempo è evidente che si ripresenteranno peggio di prima) ma anche dei più importanti e grandi fondi di investimento mondiali. Questo il punto: il Bridgewater, tanto per dirne uno, che è un fondo di investimento (cioè speculazione) tra i più importanti al mondo, se non il più importante, visto che gestisce da solo circa 130 miliardi di dollari, pronostica senza mezzi termini una prossima bancarotta dell'Italia e una sua uscita dall'Euro. Tanto per non usare eufemismi.

Questa analisi rischia, peraltro, di innescare il più classico degli effetti domino che si sia visto negli ultimi anni. Non appena altri investitori seguiranno a ruota tale previsione, e in modo particolare tanti tra gli ambienti della finanza Usa, potrebbero facilmente pensare a una rapida smobilitazione degli investimenti in titoli italiani e dunque sarebbero portati ad agire di conseguenza. E consonanza. Il valore di mercato dei nostri Btp crollerebbe all'istante e gli interessi e i rendimenti schizzerebbero nel giro di pochissimi giorni, se non poche ore, verso "valori alla greca".

L'ipotesi più probabile del motivo di questo momento di calma apparente, è a nostro avviso quello che avevamo segnalato appena dopo le elezioni italiane: si sta attendendo che l'Europa prenda alcune importanti - e inedite - decisioni per rilanciare almeno un pelo produzione e consumi interni, cioè per ridurre di un tot la disoccupazione. Che l'ondata euroscettica stia montando, nel vecchio continente, non è una novità. Che i salvataggi dei vari Paesi, così come sono stati strutturati, non stiano dando segni di efficacia anche, e che l'area delle moneta unica stia andando verso la dissoluzione è cosa che, dalle parti tedesche e limitrofe, si comprende bene ormai da tempo. Ergo è facile aspettarsi qualcosa di palliativo per spostare ancora più in là la capitolazione.

E i mercati questo aspettano, per ora, senza infierire definitivamente.

Abbiamo l'impressione, insomma, che conoscano benissimo quanti (pochi) battiti riesca a fare il nostro cuore in questo momento, e pur tenendoci la corda al collo, stiano evitando di tirarla fino al soffocamento totale, pure in loro possibilità. È come se, consci di poterci eliminare definitivamente in ogni momento, stiano attendendo di verificare se hanno possibilità di spillarci ancora qualcosa il più a lungo possibile. Del resto questi "signori" sanno bene che nel nostro Paese le forze politiche che più probabilmente torneranno a governare sono del tutto disponibili ad assecondare la deriva usuraia dei mercati, e che dunque faranno proseguire la situazione in questa direzione. Draghi ha parlato senza mezzi termini di "pilota automatico", ricordiamo? E dunque per loro basta tenerci al lazo.

Meglio tenere dei moribondi con un filo di vita, anche se possono versare ancora poche lacrime e poco sangue, piuttosto di farli morire del tutto in un paio di sedute borsistiche e poi rinunciare a una rendita a vita che, sebbene non troppo grande, fa pur sempre cassa per l'avidità infinita della speculazione.

Valerio Lo Monaco

Il pudore degli uni è la vergogna degli altri

Antimodernismo? Chiamiamolo comunitarismo