Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Il Premio Terzani che ha tradito Terzani

Più di qualcuno sarà trasalito, a leggere la notizia: il Premio Terzani 2013 è stato assegnato a George Soros. Esatto. Lo stesso George Soros che a suo tempo si è arricchito a dismisura con le sue speculazioni, in particolare contro le valute del Regno Unito e dell’Italia, e che in seguito si è reinventato come finanziatore di numerose iniziative di carattere extra economico. O meglio: apparentemente extra economico, visto che esse vanno comunque nel senso di una occidentalizzazione del pianeta, vedi il supporto a determinate forze politiche a cominciare dalla Rivoluzione Arancione in Ucraina, e quindi di un ulteriore affermarsi del modello liberista.   

Tali iniziative, accortamente presentate sotto l’egida di un riferimento culturale “alto” quale la società aperta teorizzata/propagandata da Karl Popper, gli permettono di autodefinirsi sul proprio sito «un prominente sostenitore internazionale degli ideali democratici». E gli sono valse, nella sintesi un po’ superficiale e parecchio equivoca dei media, la qualifica nobilitante, e altisonante, di “filantropo”. Inoltre, pur senza abbandonare del tutto le predilette scorrerie che lo hanno portato ad accumulare un ingentissimo patrimonio, quantificato da Forbes in 19,2 miliardi di dollari, Soros ha avviato una massiccia attività di critica all’organizzazione del sistema capitalista, firmando anche alcuni libri.

L’ultimo, edito nel 2012 e proposto in italiano da Hoepli con il titolo La crisi globale e l'instabilità finanziaria europea, è appunto quello che è tanto piaciuto alla giuria del Premio Terzani, inducendola a preferirlo a qualsiasi altra opera. E dunque, ancora peggio, a qualsiasi altro autore. Nelle motivazioni (qui) si comincia con le lodi a tutto campo, sottolineando che si tratta di «un protagonista non ortodosso dell’economia mondiale» e che «da oltre trent’anni la Soros Foundation e l’Open Society Institute operano infatti in tutto il mondo per promuovere la democrazia e le cause progressiste, finanziando movimenti di riscatto sociale e di opposizione, intellettuali, scrittori, artisti e media indipendenti», e poi si approda allo specifico. Che purtroppo è altrettanto incensatorio. E, come vedremo, ingannevole.

«Soros – scrivono i giurati, tra i quali figura anche Milena Gabanelli – invita a considerare il mercato non un fine ma piuttosto un mezzo per assicurare un equo benessere al maggior numero di persone possibile, in un quadro di garanzie democratiche. Fa appello infine alla classe dirigente europea affinché si assuma la responsabilità di ricercare soluzioni condivise che affrontino non solo la riduzione dei debiti ma anche la crisi valutaria, quella bancaria e il rilancio dell’economia nel rispetto di una più equa redistribuzione delle risorse». Ed eccoci al (disorientante) finale: «Nell’assegnare il Premio a George Soros la giuria intende riconoscere valore alla straordinaria esperienza di un attore economico atipico e contemporaneamente offrire al pubblico una eccezionale occasione di conoscenza, nello spirito di Tiziano Terzani».

 

Incredibile, per chi Terzani lo abbia letto a fondo. Non solo nei suoi celebri reportage sulla guerra in Vietnam ma nelle pagine, e nei volumi, che ha dedicato all’Asia. In una chiave non soltanto giornalistica, ma esistenziale. Proiettandosi al di là degli aspetti informativi, peraltro saldati a un incessante sforzo di conoscerne e di comprenderne le vicende e le matrici storiche, ma avvertendo-ricercando-trovando una crescente affinità spirituale. Che, per definizione, è lontanissima dalla cultura economicistica in cui, con tutte le sue ambizioni riformistiche, si inscrive certamente anche Soros.

Basta riprendere in mano il suo ultimo libro, La fine è il mio inizio, che nasce proprio dal desiderio di cogliere l’essenza di un’intera vita, nell’approssimarsi, quanto mai consapevole ma per nulla allarmato, della morte. Di quella morte che, secondo un tipico approccio orientale, non è sentita affatto come una dissoluzione nel nulla, ma come il mero abbandono del corpo fisico. Un involucro che si riceve in dono all’atto della nascita, e che si restituisce al termine del viaggio che si è compiuto nel mondo. In questo mondo.

Tiziano parla a suo figlio, Folco. Tiziano gli chiede: «Ti ricordi che una delle ragioni per cui mi incuriosiva andare in Asia era che volevo vedere se non c’erano delle possibili alternative di tipo sociale ed economico alle soluzioni occidentali?». Una domanda retorica, che non richiede risposta. Un prologo che porta dritti al cuore del problema: «È sempre la stessa storia. Sono sempre gli occidentali ad andare a battere alle porte degli altri continenti con la scusa che hanno dei bei princìpi da portare loro: oggi la democrazia e la libertà; nell’Ottocento il libero mercato; ancora prima il cristianesimo».

Dovrebbe essere già chiaro, il disaccordo insanabile. Che non riguarda solo il metodo, ossia le strategie di espansione e la superbia di imporre a chiunque le proprie verità, o piuttosto le proprie menzogne, ma investe i valori e le finalità: «Le società, le civiltà si valutano anche dal tipo di uomo che producono. Non si riesce mai a ripeterlo abbastanza: tutti questi esperimenti, queste società moderne non si possono valutare solo sulla base dell’efficienza della loro struttura economica, ma soprattutto dal tipo di uomo che producono e dal tipo di vita che gli fanno fare».

Soros, com’è evidente, si muove su direttrici completamente diverse. Le sue critiche al capitalismo vertono sull’organizzazione, anziché sui vizi intrinseci di una concezione economicistica dell’individuo, delle società, dei rapporti tra le persone e tra i popoli. La «più equa distribuzione delle risorse», che come abbiamo visto è stata richiamata espressamente dalla giuria del Premio, è il consueto palliativo che non ha nessuna intenzione di rimuovere la patologia, ma solo di limitarne le ripercussioni negative sull’organismo sociale. Nel timore di ucciderlo. E di non poterlo sfruttare all’infinito.

Una finta generosità che nasconde un ennesimo calcolo prettamente utilitaristico. Lo scopo non è la libertà autentica, che consiste nel potersi dedicare a un progressivo affrancamento dai vincoli materiali e psicologici che ci tengono avvinti alle cattive abitudini e ai falsi bisogni, ma la pseudo libertà di chi deve lavorare come un matto per consumare come un pazzo.

Altro che « una eccezionale occasione di conoscenza, nello spirito di Tiziano Terzani». Terzani – e come lui, c’è da sperare, i suoi tantissimi estimatori – questa “conoscenza” l’aveva acquisita da un pezzo. E senza alcun bisogno delle riflessioni, non esattamente disinteressate, del supermiliardario compassionevole che sale in cattedra e pretende di dispensare perle di saggezza, in cambio dei miliardi saccheggiati in precedenza.

Federico Zamboni

M5S: un esercito allo sbaraglio?

Tassi negativi? Terreno inesplorato. E insidioso