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Come mai, nonostante la dilagante fascinazione suscitata dall’Età di Mezzo, le cattedre di storia e filologia che si occupano di Medioevo vengono allegramente disertate e i più autorevoli Centri Studi di ricerca, per non parlare della Società Dantesca Italiana, vacillano? Perché se da una parte molte delle nostre città, in occasione di determinate celebrazioni, si parano a festa, con tanto di costumi d’epoca, riesumando persino ipotetiche “rivisitazioni culinarie”, se Dan Brown scala le vette delle vendite con il suo ultimo libro uscito recentemente – il quale avrebbe addirittura la velleità di scoperchiare i segreti della “Divina Commedia”, capolavoro iniziatico – e se i ragazzini si calano nei panni dei nobili cavalieri con i video giochi, dall’altra l’approfondimento del Medioevo resta appannaggio esclusivo di elitari e incalliti ricercatori? Questo è quanto si è chiesto, negli scorsi giorni, il medievista Cardini sulle pagine dell’Avvenire. 

Nonostante la simpatizzante divulgazione mediatica – ma, forse, proprio a causa di questa – restano intatte le numerosissime ubbie sull’oscuro Medioevo: ignoranza superstiziosa, carestie, fanatismo inquisitorio, e atroci barbarie; un’epoca luciferina, insomma. Ma sicuramente è a questo che serve la «leggenda nera» sul Medioevo: a creare uno stacco netto e fortemente ideologico, o meglio moralistico, da parte di coloro i quali, ancora oggi instancabili nostalgici di un Illuminismo dalle livide tinte volterriane, bollano come “regresso” i «secoli bui» e magnificano come “progresso” il presente, nonché il futuro, stabilendo inesorabilmente la parte giusta in contrapposizione a quella sbagliata e, certo, dannata. Da parte degli addetti ai lavori, tale visione unilineare e romantica della storia è un’abile strategia, peccato soltanto sia sfacciatamente falsa, e non soltanto rispetto all’ignoranza dei molti di non sapere e dei pochi di non voler sapere riconoscere il sublime che ha comportato e che comporta il Medioevo, ma soprattutto per la malafede nel prospettare una modernità sempre più vicina al “migliore dei mondi possibili”, della quale, tuttavia, si oscurano le guerre, le pulizie etniche, i biechi interessi, le transitorie alleanze mercenarie. Oggi come ieri, allora, ma con una differenza: attualmente, al posto degli orientamenti archetipici medievali, a capo di tutto sta un dogmatismo perbenista e umanitario dal quale si delinea un tipo di umanità basso e sì buio.

Per ritornare all’ambito strettamente accademico, c’è un’ultima considerazione da fare: non è sufficiente spiegare la generale indifferenza che la storia medievale suscita tra la gente con la noiosità ampollosa dei professori; se è vero che lo studio richiede uno sforzo costante che né una saga cinematografica, né una sagra godereccia richiedono, è altrettanto vero, però, che l’entusiasmo folkloristico è solo il frutto di una moda e non di una reale scoperta, che dovrebbe avere in sé il seme dell’innamoramento: più che a coprire, l’innamorato ambisce a svelare. 

Infine, per come è stata impostata la tanto liberale società odierna, il dilettevole deve combaciare perfettamente all’utile, altrimenti, per forza di “cause maggiori”, questo va trattato e spesso sacrificato come se si trattasse di un orpello, non di una vocazione alta o di una profonda aspirazione (qualità definite “improduttive”, che, però, sopportano e supportano concretamente il senso della vita e la sua tragica fatalità). Per quale strana ragione, allora, un ragazzo comune dovrebbe avventurarsi nella filologia dantesca? E quale tetra prospettiva di disoccupazione futura lo attenderà al varco? Questi discenti mancati non diventeranno dei cavalieri, avventurosi dello spirito, ma grigiastri travet d’ufficio.  

Fiorenza Licitra

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