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Senza lavoro, perché la disoccupazione è strutturale

Il Primo Maggio è come il 25 Aprile, il 2 Giugno e il 4 Novembre: una ricorrenza che trascorre fra riti  sempre più insignificanti. Si capisce che sulle piazze si debbano gridare slogan perché non sono i luoghi deputati a ragionamenti un po’ più approfonditi, ma sentire blaterare ancora di “Repubblica fondata sul lavoro” e doversi sorbire  terrificanti banalità del tipo “senza lavoro una nazione muore”, dà un senso opprimente di nausea.

Quando ci sono tutti i segni della fine di un’epoca, occorre cominciare a ragionare in termini radicali, cioè andare alla radice per elaborare un progetto alternativo di società e di economia.

Ragionare in modo radicale, sul tema del lavoro, significa innanzitutto riconoscere che un’alta percentuale di disoccupati è inevitabile e insuperabile restando all’interno dell’attuale sistema.

La competizione globale di tutti contro tutti obbliga al costante aumento della produttività.

“Aumentare la  produttività”, questa parola d’ordine che la propaganda di regime ci propone in termini asettici, non significa altro che questo: produrre quanto e più di prima, a livelli qualitativamente più alti, utilizzando meno personale nel processo produttivo. Quando un’impresa riesce a farlo, le sue quotazioni in Borsa schizzano all’insù, contestualmente all’annuncio del taglio dei dipendenti. Questa è la logica ferrea, di qui non si esce. Quanto più aumenta la competitività, tanto più aumenta la disoccupazione. In prospettiva si può ipotizzare che abbia un impiego una minoranza della popolazione in età lavorativa.

Vogliamo dirle queste cose sulle pubbliche piazze o vogliamo ripetere sempre più stancamente che non è bello essere disoccupati in una Repubblica “fondata sul lavoro”?

Da questa strettoia si può uscire solo tirandosi fuori dalla competizione internazionale, producendo e consumando il necessario a livello locale. Sarebbe la logica del lavorare tutti, lavorare poche ore al giorno, guadagnare poco. Ne risulterebbe una civiltà più povera di beni di consumo ma liberata da quello stile di vita frenetico, nella competizione esasperata, che ha creato la più spaventosa nevrosi di massa che mai si sia verificata su questo pianeta.

Tuttavia non illudiamoci. Nelle attuali condizioni, l’economia del lavorare tutti, poco e con bassi salari, significherebbe non decrescita felice ma miseria nera.

Allora come affrontare il problema di una disoccupazione che genera disperazione e che uccide, nelle condizioni di un mondo competitivo che ci è dato e da cui non possiamo prescindere?

L’unica risposta è nel reddito di cittadinanza.

Accettata l’idea che un alto tasso di disoccupazione è inevitabile nella logica del sistema, l’unica protezione possibile è una grande riforma che assegni a ogni cittadino una cifra mensile che gli consenta di sopravvivere. Molti usciranno dal mercato del lavoro, per cui gli occupati potranno godere di un buon reddito, la domanda di lavoro da parte delle imprese e degli erogatori dei servizi avvicinandosi all’offerta o superandola. I non occupati potranno cercarsi un lavoro senza angoscia, potendo comunque contare sul reddito di cittadinanza che garantisce la sopravvivenza. L’alta produttività del lavoro dei relativamente pochi occupati, garantirà i beni necessari a tutti. Per sostenere il costo dell’erogazione del reddito di cittadinanza, i poteri pubblici dovranno alleggerirsi del peso di un welfare che ormai è diventato indifendibile, a meno che non si ricorra a un protezionismo dell’Europa verso il resto del mondo, per mettere al riparo il welfare da una concorrenza che rende meno competitivi i sistemi che lo devono reggere.

Nei periodi di occupazione, dal reddito di cittadinanza ogni lavoratore responsabile dovrà detrarre le somme che gli serviranno per disporre un giorno di una pensione integrativa dello stesso reddito di cittadinanza e per potersi permettere l’assistenza sanitaria.

Sono linee abbozzate di un progetto che finalmente faccia i conti con una disoccupazione che è strutturale, non congiunturale. A questi progetti alternativi devono accompagnarsi accurati calcoli dei costi, perché non siano le solite chiacchiere campate per aria.

Questo dovrebbe essere il compito di un partito che sia gramscianamente un intellettuale collettivo.

Di questo c’è bisogno oggi. Ragionare in grande, elaborare progetti coerenti, calcolare costi e ricavi, prospettare soluzioni radicalmente nuove senza perdere il contatto con la realtà.

Certo, è più facile andare sulle piazze a chiedere la restituzione dell’IMU o a esaltare la migliore Costituzione del mondo perché proclama una Repubblica “fondata sul lavoro”.

Luciano Fuschini

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