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Problemi mondiali, soluzioni locali. Non può funzionare

Tra le altre raccomandazioni provenienti dalla Unione Europea all'Italia - almeno così le hanno chiamate la maggior parte dei media nostrani - ce ne sono almeno due che hanno il pregio di isolare uno dei punti cardine della nostra modernità. E della sua intrinseca natura insostenibile. In occasione della chiusura delle procedura per lo sforamento del 3% del nostro Paese, ormai rientrato, grazie, si fa per dire, al sacrificio imposto agli italiani di essersi immersi in una crisi e in una recessione che mina il presente e il futuro di almeno un paio di generazioni, Barroso ha puntato il dito soprattutto su due cose: rilanciare la competitività e ridurre il debito pubblico.

I due argomenti naturalmente non sono una novità: li sentiamo ripetere con insistenza da anni ma nascono, in realtà, grossomodo negli anni Ottanta. Da quando, cioè, sono avvenuti due fenomeni che hanno posto le basi per lo sfacelo attuale. Parliamo del varo in pompa magna della globalizzazione e della scelta, si fa per dire, di non imporre più alla Banca d'Italia di acquistare i nostri titoli pubblici ma di metterli invece in vendita sui mercati. Alla mercé degli speculatori.

È in quegli anni che industrialismo e monetarismo, poi trasformatisi naturalmente in capitalismo sfrenato e in finanza virtuale, hanno iniziato a porre le basi per le bolle e le problematiche con le quali tutto l'Occidente sta facendo i conti in questi anni.

Il dato che emerge è di natura concettuale. E poi diventa reale e avvertibile da tutti. Intimare a un Paese, a uno Stato, di contrastare la perdita di competitività, e anzi di rilanciarsi dal punto di vista produttivo, oltre che ridurre il debito pubblico, significa in pratica due cose: combattere contro la globalizzazione e contro la speculazione finanziaria. Da solo. È questo il punto: un singolo Paese deve fare i conti e correggere con manovre interne e locali le derive negative provenienti da fenomeni sovranazionali e mondiali.

Se il tema della competitività riguarda, appunto, una competizione tra lavoratori, aziende e Paesi che, a livello mondiale, da caso a caso, producono con norme sul lavoro e con leggi interne del tutto differenti per un unico mercato, è evidente che la corsa non possa che essere al ribasso. Più si è in grado di rendere per legge il lavoro vicino a una sorta di schiavitù - salari bassissimi, niente tutele, pochissimi diritti - più si sarà in grado di competere. Se un operaio italiano ha un costo azienda di 30 mila euro annui mentre per svolgere le stesse mansioni se ne può trovare facilmente uno, a solo qualche centinaio di chilometri, che ne costa 3 mila, all'anno, è evidente che questa non solo sia una competizione al ribasso. Ma che sia nei fatti una mission impossibile.

Per quanto attiene al debito pubblico, siccome esso deriva in modo preciso dall'aver messo sul mercato i titoli di Stato necessari a finanziarsi (gli sprechi interni, pur importanti e da abbattere, ne concorrono per pochissimi punti percentuali), e dunque agli interessi e agli interessi sugli interessi che si è costretti a pagare proprio per aver messo in mano degli speculatori stessi la possibilità, di fatto, di scegliersi i tassi cui acquistare i titoli, si tratterebbe pertanto di lottare, da soli, a livello interno, contro entità finanziarie che agiscono indisturbate a livello globale. Ancora una volta, seconda mission impossible.

Terzo elemento: all'aumentare del debito pubblico concorre inevitabilmente anche il fatto che se il nostro Paese dal punto di vista economico non cresce e si trova anzi in recessione, calando il gettito fiscale relativo lo Stato non può fare altro, in questo sistema, oltre che aumentare le tasse, emettere ulteriori e più ingenti somme di titoli di Stato. Peraltro a interessi sempre crescenti, e dunque imprimendo al circolo vizioso originario nuove spinte verso lo strozzamento del meccanismo.

Non cresciamo perché non siamo competitivi, e dunque emettiamo nuovi titoli di Stato facendo crescere ulteriormente il debito pubblico. Il che comporta ulteriore strette a livello locale, che non possono che imprimere maggiore recessione e disoccupazione. E siamo da capo a ogni tornata, partendo da una posizione sempre peggiore della precedente.

A livello intuitivo si capisce subito che la cosa non solo non è sostenibile, ma che è ovviamente destinata a deflagrare, o prima o poi.

A livello metapolitico, proprio questa nota di attualità conferma una tesi generale che avevamo messo a fuoco da tempo. Globalizzazione e speculazione finanziaria hanno la necessità - e la caratteristica - di operare indisturbate a livello mondiale, senza confini, passando sopra leggi e diritti di ogni singolo Stato (e di ogni singolo cittadino) mediante la loro natura apolide. Le organizzazioni internazionali, per legge, gli permettono di farlo. Allo stesso tempo, però, se da una parte si toglie a ogni singolo Stato quasi ogni tipo di sovranità, dall'altra parte gli se ne lascia una sola, determinante: quella di risolvere a livello locale le problematiche che derivano da fenomeni globali.

Se la globalizzazione fa arricchire le aziende sovranazionali, alle nazioni si lascia la risoluzione delle problematiche locali che la globalizzazione stessa provoca: disoccupazione, ammortizzatori sociali, welfare. Se la speculazione mondiale agisce indisturbata sui mercati di tutto il mondo ventiquattro ore su ventiquattro, i problemi derivanti dagli interessi che aumentano sono affare interno di ogni singolo Stato. Globalizzazione e speculazione predano dall'alto, il debito statale aumenta, l'Europa delle Banche brandisce di intervenire, il governicchio italiano (e di agni Stato) di turno opera con tagli e tasse.

In estrema sintesi: problemi mondiali ma soluzioni locali. Non può, evidentemente, funzionare.

A fronte di questo tema generale, dovrebbe essere evidente come ogni altra cosa sia priva di rilevanza. Quando Barroso, ancora una volta, indica di detassare il lavoro, collegandolo direttamente con la produttività (competizione, of course) e allo stesso tempo tassare di più i consumi, non fa altro che indicare una ulteriore strada verso un obiettivo che non può funzionare. Se si tassa meno il lavoro delle due l'una: o i lavoratori hanno più denaro in tasca (cosa difficile) o le aziende utilizzeranno tale risparmio per abbassare ancora i salari (cosa più probabile: competizione, of course). Ma anche nel primo caso, se il maggiore denaro in tasca al lavoratore dovesse servire per comperare la stessa quantità di merce di prima, solo che a un prezzo maggiore per via della nuova superiore tassazione della stessa, la situazione non può che rimanere la medesima di prima. Si tratta di una illusione ottica e aritmetica che offre, però, lo stesso risultato.

Ancora una volta: abbiamo raggiunto i limiti del possibile, in questo modello. Se non ne si cambiano le basi e i sovra-concetti che lo regolano, dalla situazione attuale non si potrà uscire. Anzi, potrà solo che peggiorare.

Valerio Lo Monaco

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