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Sveglia, deboli: e diventate un po’ più forti

Vero: c’è il bullismo. E c’è pure l’omofobia, nonché la violenza sulle donne. Poi c’è il razzismo, da stadio o non da stadio, e ci sono una miriade di altre forme di prepotenza, fisica-verbale-psicologica.

Vero: c’è tutto questo e per chi ne viene colpito la cosa è sempre spiacevole, trattandosi di forme di sopraffazione. Ma spiacevole, come dovrebbe essere ovvio, non equivale automaticamente a drammatico. E men che meno a tragico. Nella maggior parte dei casi si resta nell’ambito delle esperienze sgradevoli che fanno parte di una comune esistenza, specie quando le proprie scelte non siano allineate a quelle imperanti. Tra le quali – chiariamolo subito – rientrano eccome quelle relative a due dei dogmi fondamentali di quest’epoca: il reddito come metro di giudizio dell’affermazione/realizzazione personale e, di conseguenza, i livelli di consumo come dimostrazione pratica, ripetuta, rinnovata, dello status raggiunto.

La semplice verità dalla quale bisognerebbe partire è questa: all’interno di qualunque società, e di qualsiasi gruppo anche ristretto ma a suo modo “chiuso”, si affermano delle identità prevalenti, che diventano dominanti e che, di fatto, tendono a esercitare una pressione (una aggressività) ai danni di chi non le condivide. O, per lo meno, non vi si conforma.

Per fare degli esempi minimi, che però sono tanto più rivelatori in quanto non riguardano delle grandi questioni di principio, pensiamo alla televisione. Che svolge un ruolo di surrogato delle comunità reali e i cui programmi più seguiti sono spesso oggetto di conversazione. Non vederli, perciò, determina una distanza, una microfrattura, tra il singolo anomalo e la maggioranza degli altri. Se tale anomalia è occasionale, il problema è a sua volta transitorio. E dunque irrilevante. Ma assume ben altro rilievo se il disallineamento si consolida in una diversità sistematica, o persino rivendicata come rifiuto di quell’immaginario posticcio e come critica, anche solo implicita, a chi invece ne è succube.

Un discorso analogo vale per gli altri media mainstream, e per le relative abitudini. Dove la condivisione non riguardi i contenuti, vedi Facebook o gli altri social network dove si creano innumerevoli sottogruppi con delle caratteristiche autonome, il fattore unificante (omologante) è l’assoggettamento allo stesso tipo di richiamo. Una dinamica che quando si estende ai supporti tecnologici, come in precedenza gli smartphone e oggi i tablet, si salda a quanto abbiamo già detto sui livelli di reddito e di consumo. Vediamo cosa fai. Vediamo se sei come noi. Vediamo se sei più o meno ricco di noi.

Il filo conduttore, quindi, è nel rapporto che si instaura tra l’identità collettiva e quella individuale. La prima, essendo maggioritaria, incombe sulla seconda. La seconda, se è differente e se vuole sopravvivere, deve essere pronta a battersi per non essere schiacciata.

 

Ovviamente, all’interno di questo dissidio esiste un’infinità di gradazioni, che vanno dall’estrema rigidità a un’ampia tolleranza. Ma il nodo centrale rimane, ed è pura ipocrisia fingere di poterlo sciogliere una volta per tutte. E figurarsi, poi, a colpi di normative nazionali, come la famigeratissima Legge Mancino, o di convenzioni internazionali, come la Convenzione di Istanbul che è stata appena ratificata dalla Camera, in un tripudio di retorica e di unanimismo.

Perciò, invece di baloccarsi con gli auspici di un fantomatico universo in cui nessuno giudicherà nessuno (e nel quale, tra l’altro, sarebbe interessante vedere che fine farebbe la pubblicità, che si basa di per sé sul desiderio di competere con gli altri a suon di acquisti, materiali e immateriali) si dovrebbe avere la schiettezza di non negare la realtà. In modo tale da accrescere la consapevolezza, e le chance di rafforzamento, di chi appartiene a qualsivoglia minoranza.

Sia chiaro: non stiamo facendo l’apoteosi della legge della giungla, in cui tutti sono abbandonati a sé stessi e non si fa nulla per promuovere una convivenza pacifica, ma denunciando la manipolazione di chi si ostina a indicare soluzioni illusorie. Il messaggio da rivolgere a chiunque non rientri nella norma – che certo non è un valore assoluto ma con la quale bisogna fare i conti – è nel segno della chiarezza. Fare a modo proprio è un diritto morale, anziché giuridico. E comunque, con buona pace delle leggi contro la discriminazione, non è certamente possibile obbligare chicchessia a essere amichevole con chiunque altro: tranne che nella sfera pubblica, dove la condotta deve essere la più possibile neutrale, negli ambiti privati la regola è, e non può non essere, che ci si sceglie in base alle preferenze.

Mi dà noia il gay, o viceversa il macho? Oppure, per uscire da queste sciocche dicotomie di stampo sessuale, mi riescono fastidiosi o insopportabili lo speculatore di Borsa, il politico rampante, il tifoso esagitato, il cultore del gossip? Non li frequento. E cerco di non averci a che fare. Simmetricamente, del resto, non mi offendo se essi faranno altrettanto. Al contrario. Come recita una vecchia canzone di De Gregori, Pentathlon, «tu non mi piaci nemmeno un poco, e grazie al cielo io non piaccio a te».

Per chi se le fosse dimenticato, persino il rock’n’roll ha dovuto affrontare una montagna di pregiudizi prima di conquistarsi il suo spazio. Dopo di che, d’altronde, ne ha creati di propri, generando contrapposizioni accesissime tra i fan di questo o quello stile. Di questo o quel filone. Di questo o quell’artista.

E cosa si dovrebbe fare, rispetto a tutto ciò? Emanare un decreto planetario sulla libertà di culto (musicale)? Quella libertà c’è già. Ma in questo come in ogni altro ambito la forza per esercitarla, quali che siano le reazioni altrui, va trovata dentro di sé.

Federico Zamboni   

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