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Le delusioni fanno male. Ma c’è un antidoto

Ve lo immaginate, vero? Le prime due cose che abbiamo scritto a Davide Stasi, subito dopo aver ricevuto la mail con cui ci inviava questo suo articolo “di chiusura” e ce ne spiegava i motivi, sono state che ci dispiace e che, in ogni caso, lo ringraziamo per tutto ciò che ha fatto in questi anni di collaborazione al Ribelle. 

Quando ci si comporta come si è comportato lui, dando molto senza chiedere in cambio assolutamente nulla, si accumula un patrimonio di stima e rispetto. Ovviamente noi della redazione non condividiamo le sue conclusioni, pur avendo a nostra volta delle analoghe perplessità sull’istupidimento collettivo, ma non ci sentiamo di rimproverargli niente. Al di là delle divergenze sul fenomeno Grillo/M5S, o piuttosto sui toni da usare per criticarlo, le affinità che sono emerse finora restano tantissime. Per cui, e naturalmente gli abbiamo già detto anche questo, se dovesse ritrovare la voglia di scrivere articoli, e di pubblicarli qui, saremo lieti di dargli spazio. 

La sintesi, insomma, è che siamo convinti che Davide stia sbagliando, nel farsi da parte. E nel credere, o nell’illudersi, di poter trovare maggiore soddisfazione altrove: «nel mio quotidiano, in quel recinto personale molto ridotto dove permane la possibilità di contribuire, con piccoli gesti, a migliorare il mondo. Un recinto dentro il quale ho modo di selezionare chi eventualmente, giudicandolo idoneo, cercare di contagiare con la mia voglia di salvare l’umanità». 

La tentazione, beninteso, è comprensibilissima, per lui come per chiunque altro. Ivi inclusi noi stessi. Tale è il divario tra gli sforzi che si compiono e il consenso che si raccoglie – persino nella cerchia delle persone che si conoscono direttamente e che, si suppone, dovrebbero essere assai più motivate e attente di quanto non lo siano gli estranei – da mettere a dura prova la pazienza e la determinazione di non badarci e di andare avanti comunque. 

A meno che… 

A meno che, ed eccoci al punto essenziale, non si arrivi a un approccio diverso. Invece di guardare a ciò che si sta facendo come a un tentativo, da prorogare soltanto a patto che si sviluppi in maniera soddisfacente, lo si dovrebbe concepire come un’attività permanente. Che è connaturata a ciò che siamo e che, quindi, ha in sé stessa la propria ragion d’essere. 

La differenza è enorme. Nel primo caso, benché in buonissima fede, stiamo cercando una gratificazione esterna, per cui subordiniamo il prosieguo del nostro investimento alla verifica dei risultati ottenuti. Nel secondo, invece, i nostri atti sono un’emanazione diretta di quello che siamo/sentiamo/pensiamo: abbiamo da esprimere delle idee e le esprimiamo, diffondendole (provando a diffonderle) con i mezzi di cui possiamo disporre. Una conversazione occasionale, ad esempio su un treno; un incontro pubblico, da oratori o da spettatori che intervengono dalla platea; un’incursione nei media mainstream, semmai risultassero accessibili. In ogni caso, quali che siano le modalità utilizzate e il riscontro che otterremo da coloro ai quali ci siamo rivolti, sarà stato un processo non troppo dissimile da un’esperienza artistica, in cui si vivono con gioia, o almeno con interesse, tutte le fasi che portano dallo studio preliminare a un esito compiuto. 

Non è un’idealizzazione. Né, men che meno, una sbrodolata retorica. Viceversa, è un atteggiamento quanto mai concreto, che permette di affrancarsi dalle frustrazioni che inducono alla resa. O, almeno, di tenerle a bada. 

Il difetto non è avvertire il desiderio di raggiungere dei traguardi più elevati. Anzi: parlando di comunicazione, in senso sia prettamente giornalistico sia più ampiamente politico (e, ancora più vastamente, metapolitico), sarebbe innaturale il contrario. E altrettanto innaturale sarebbe non cercare, momento dopo momento, di trovare gli strumenti più efficaci per conseguire quegli obiettivi. Come tutti i desideri, però, bisogna stare attenti a non esserne travolti. A non fissare a priori delle mete inverosimili che, non venendo mai acquisite, finiranno col tramutare lo slancio profuso in un contraccolpo doloroso.

L’altra riflessione cruciale, per chi oggi non voglia sottomettersi al pensiero unico di stampo liberista,  è che troppo spesso si confondono i tempi della politica corrente con quelli delle grandi trasformazioni sociali e, sia detto senza paura, storiche. In altre occasioni ci è già capitato di sottolinearlo: l’odierno sistema di potere economico-politico, in cui si inscrivono gli innumerevoli altri vizi dell’uomo-massa contemporaneo, è stato costruito lungo un arco di tempo che ormai va misurato in secoli, e a forza di un’infinità di attacchi alle strutture, materiali e immateriali, su cui si fondavano i modelli preesistenti.

Un mattone alla volta (come insegnano i bravi muratori) si sono innalzate miriadi di edifici, della più diversa grandezza e funzione. Il ragionamento non è stato: conquisteremo il mondo a condizione che ci possiamo riuscire adesso, o al massimo nel giro dei prossimi dieci, venti o trent’anni. La strategia, o comunque la prospettiva, è stata incomparabilmente più duttile, progressiva, aperta: d’ora in avanti cercheremo di guadagnare terreno, rispetto al punto di partenza, e poi si vedrà. 

Chiaro: essi potevano far conto, proprio come oggi, sulle attrattive del denaro e di tutto quello che il denaro può comprare, ma la lezione fondamentale ne esce inalterata. La lezione, tipicamente metapolitica, è che il prerequisito per riuscire a cambiare gli altri è avere un’identità ancora più forte, radicata, consapevole, capace di opporsi all’omologazione circostante. Non per qualche tempo. Per sempre. 

E allora, tra scrivere e non scrivere, preferiamo scrivere. Giorno dopo giorno, lanciamo i nostri segnali di estraneità e di orgoglio: parliamo di quello che succede, sia per spiegarlo a fondo che per provare a evocare delle realtà diverse, nella speranza che altri vi si riconoscano. 

Tornando a Davide, noi pensiamo – ci auguriamo – che ci siano termini meno drastici per quello che lui definisce nel titolo «Overload e overdose». Girandolo in italiano, e in una chiave più ottimistica, diventa «Superallenamento e intossicazione». 

Intoppi sicuramente spiacevoli, ma non così gravi da appendere i guantoni al chiodo. 

Qui l'articolo di commiato di Davide Stasi

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