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NSA, non solo. Patriot Act, non solo

Certo: come puntualizza Luciano Fuschini nel suo acuto articolo qui a fianco, quest’ultimo scandalo sulle intercettazioni Usa costituisce un attacco rivolto a Obama e, quindi, ci sono fondatissimi sospetti che dietro Edward Snowden, l’ex tecnico Cia che lo ha materialmente svelato al Guardian, vi siano dei centri di potere di altissimo livello. Forse la Cina, forse Israele, forse degli oppositori interni. Inoltre, non c’è dubbio che queste forme di spionaggio collettivo siano «una cosa di cui qualunque persona che abbia la percezione corretta della realtà in cui vive deve essere consapevole da tempo», essendo ormai acquisito «che le nuove tecnologie permettono ai poteri di intercettare e spiare miliardi di persone sul pianeta Terra».

Tuttavia, proprio il fatto che non si tratti di rivelazioni inaudite pone di per sé il problema della labilità dell’attenzione collettiva, che in parte per sua natura, e in parte con il concorso determinante dei media, tende ad accendersi e a spegnersi nel giro di pochi giorni. O, semmai dovesse resistere più a lungo, a non rimanere concentrata su nessuna tematica – neppure la più cospicua ed evidente, vedi le responsabilità della speculazione finanziaria nella crisi del 2008 – sinché l’anomalia di turno non sia stata affrontata fino in fondo. E, conseguentemente, rimossa.

Di regola, quindi, i cosiddetti scandali assolvono non già una funzione di autentica denuncia, che per essere davvero tale dovrebbe portare all’eliminazione dell’abuso, ma del suo esatto contrario: un momento di auto assoluzione del sistema nel suo complesso, nel falso presupposto che la democrazia consista nell’apprendere, e nel discutere (per un po’), quello che il governo è solito fare di nascosto. Magari non proprio violando le leggi, ma estendendone a dismisura le previsioni. Ampliandone a discrezione i poteri che in precedenza sono stati riconosciuti/concessi alle autorità. Esasperandone i termini fino a travalicarne la liceità politica e morale, se non anche giuridica.

Ciò che è accaduto in questo caso, appunto. I controlli a tappeto sulle utenze telefoniche sono stati disposti di soppiatto, affinché i cittadini li ignorassero, ma sotto l’ombrello di una copertura “legale” ad amplissimo raggio. Assicurata da normative d’emergenza, il cui esempio più noto è il Patriot Act, promulgato in fretta e furia il 26 ottobre 2001 a ridosso degli attentati alle Torri Gemelle dell’Undici settembre, che pur essendo nate nel segno della eccezionalità, e dunque della transitorietà, vengono poi rinnovate a più riprese, trasformandole di fatto in disposizioni permanenti.

A fare da perno, a questo circolo vizioso che una volta avviato continua a orbitare a oltranza (come i satelliti-spia…), c’è un’argomentazione che si presta anch’essa a essere espansa a piacimento dalla Casa Bianca, nonché dalle numerose agenzie Usa che si affiancano alla Nsa, la National Security Agency di cui si parla in questi giorni, e che gestiscono, o si contendono, le attività di intelligence: quella della minaccia terroristica o, comunque, di qualsiasi atto che possa mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Una gamma talmente ampia, di pericoli veri o presunti, da diventare praticamente infinita. E da autorizzare, nell’ulteriore estremizzazione del concetto di indagine preventiva, i suddetti controlli a tappeto. Non sapendo chi potrebbe delinquere, si analizzano tutte le comunicazioni esistenti. Anche quando, all’origine della rinnovata enfasi investigativa, c’è soltanto un avvenimento palesemente episodico come quello che lo scorso 15 aprile ha insanguinato la Maratona di Boston. Un crimine da psicopatici isolati, più che da organizzazione strutturata e in grado di colpire di nuovo.    

Quali che siano le motivazioni di Snowden, perciò, il problema esiste eccome. Ed è bene che, nell’Europa sempre più tecnocratica e americanizzata, non si commetta l’errore di crederlo un fenomeno solo statunitense.

Federico Zamboni      

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