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Napolitano, quel rinnegato ex Pci

Con l’età i difetti diventano deformità. Pensate un po’ cosa succede ad un 87enne, entrato per la prima volta in parlamento nel 1953, che ha vissuto tutta la vita nelle stanze e nei corridoi di partito, che non ha mai brillato in nulla tranne che nel grigiore e nell’aplomb finto-inglese, e che dal comunismo è passato al più sobrio socialismo ("Dal Pci al socialismo europeo. Un'autobiografia politica", 2006) e che oggi, udite udite, si reinventa liberale. Ci ha messo solo sessant’anni, a scoprirsi estimatore delle dottrine di Locke, Mill, Croce ed Einaudi, eppure, e di certo del tutto casualmente, Giorgio Napolitano ce l’ha fatta: ora anche lui è un normalissimo e banalissimo liberale come tanti. Come troppi.

È stato Eugenio Scalfari, altra mummia sacra e camaleonte eccellente della sinistra italiana, a raccogliere la confessione di Mr Napolitano, durante l’autocelebrazione della Repubblica (la pravda quotidiana) avvenuta nei giorni scorsi a Firenze. 

Nella paludatissima videointervista fra i due Catoni, con sommo sprezzo del pudore il new liberal Giorgio afferma che qualsiasi prospettiva di trasformazione della società passa attraverso il liberalismo. E il comunismo nelle cui file ha militato per decenni da dirigente nazionale? Ma figuriamoci: lo abbracciò, parole testuali, non per ideologia, piuttosto per un impulso morale. Il Pci come l’Esercito della Salvezza. 

Specifica il neo-liberale, in realtà, che si sentì sospinto a prendere la tessera perché quello era stato il partito più antifascista e che più si mescolava col popolo. Praticamente non entrò nella Dc o nel Psi solo per una questione di gradazione nella lotta al fascismo e nella simbiosi con le masse. L’ideologia? Non pervenuta. Se c’era, lui non la percepiva. E infatti non ve ne fa cenno. 

A esemplificare il processo di elevazione spirituale dell’ex apparatchick è il giudizio su Togliatti: uno stalinista, è il giudizio liquidatorio. Ma guarda un po’: e dire che Napolitano è sempre stato considerato migliorista, pupillo di quel ferreo togliattiano ch’era Giorgio Amendola, un nipotino – di gran lunga inferiore sotto tutti i punti di vista - del compagno Palmiro. Non solo: ma tutti ricordano il jeune Napolitano spellarsi le mani ad applaudire i carri armati sovietici che occupavano Budapest ribelle nel 1956. Se non era stalinismo puro quello – Stalin era morto, ma il suo spirito militarista e imperialista sopravviveva nonostante Krusciov – cos’era? Il nostro bel tomo ottuagenario, non pago, si concede pure la sfrontatezza di difendere a un tempo Amendola, strenuo alfiere della repressione russa, e pure Antonio Giolitti, che lasciò il partito proprio in polemica sui fatti d’Ungheria. Cerchiobottismo storiografico a scopo di auto-apologia. 

Naturalmente Scalfari, nell’interpretare ieratico e compiaciuto la parte del pontefice del giornalismo a tu per tu col monarca costituzionale, non ha fatto altro che assentire, complimentarsi, annuire, senza fare uno straccio di domanda vera, che sarebbe teoricamente il compito di un intervistatore. Ma d’altra parte ci sta: Scalfari non è più da tempo un giornalista, così come Napolitano non è più, anzi non è mai stato una persona degna di qualche considerazione intellettuale e politica. Si è ridotto a fare il Veltroni anziano, della serie: chi, comunista io? mai, per carità. Addavenì Baffone, pessimo e penoso Giorgio. Nei tuoi incubi da rinnegato. 

Alessio Mannino

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