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L'Internazionale Islamica. E il ruolo degli Usa

La notizia del giovane italiano convertito all’Islam e morto in Siria combattendo in una brigata internazionale formata prevalentemente da ceceni, è di quelle che non devono essere archiviate dopo un sommario commento. Si tratta dell’ennesima prova dell’esistenza di un’Internazionale islamica che da trenta anni gioca un ruolo più decisivo di quanto si pensi.

L’Internazionale islamica è nata negli anni Ottanta del secolo scorso a Peshawar, nel Pakistan confinante con l’Afghanistan. Era un’armata di combattenti del jihad, provenienti da diversi Paesi musulmani per fiancheggiare la resistenza degli afghani contro il governo comunista che sopravviveva solo grazie alla presenza dell’Armata Rossa sovietica. Quell’Internazionale era addestrata e armata dalla CIA, mentre poteva contare sui finanziamenti e sull’attività di reclutamento e smistamento dell’Arabia saudita.

La monarchia saudita, grata agli anglo-americani che nei decenni precedenti l’avevano protetta dalla minaccia rappresentata dal nasserismo alleato dell’URSS, in quegli anni svolse un altro ruolo importantissimo ai fini della strategia imperiale americana. Inondò di greggio il mercato petrolifero, facendo crollare il prezzo del petrolio sui mercati internazionali, con effetti devastanti sull’economia sovietica, dipendente dalle esportazioni di fonti di energia. Ovviamente anche la stessa Arabia saudita, grande esportatrice, ne risentiva, ma poteva contare sui massicci aiuti americani a un alleato strategico quanti altri mai.

Furono la resistenza afghana e la morsa americano-saudita, cui si aggiungeva l’incapacità del sistema produttivo sovietico di far fronte alla rivoluzione tecnologica in atto, a provocare l’implosione dell’Impero sovietico, molto più del Vaticano del polacco Woityla.

Negli anni Novanta abbiamo ritrovato all’opera l’Internazionale islamica nella crisi jugoslava. Combattenti musulmani provenienti da tutto il mondo si sono riversati in Bosnia, contribuendo alla dissoluzione della Jugoslavia, ancora una volta nell’interesse degli USA, che così estendevano il loro accerchiamento della Russia installandosi nei Balcani.  Ancora una volta armati dalla CIA e finanziati dall’Arabia saudita.

Nel nuovo millennio, ritroviamo i combattenti dell’Internazionale islamica  all’opera in Libia, assoldati da Arabia saudita e Qatar e braccio armato della NATO sul terreno, mentre i bombardieri francesi e inglesi, con l’assistenza USA, facevano il resto del lavoro sporco.

L’episodio della morte del giovane convertito italiano non è che un’altra prova dell’esistenza di un’Internazionale islamica che ora opera massicciamente in Siria, armata dagli occidentali e finanziata dai soliti Arabia saudita e Qatar, sempre nell’interesse dell’Impero e di un’Arabia saudita che dopo il crollo dell’URSS e la fine del nasserismo continua a legare le sue sorti alla protezione che le basi USA le assicurano, ora contro l’Iran sciita e repubblicano.

Il quadro dell’alleanza sistematica fra USA e Islam militante sembra contraddetto da Al-Qaeda e da ciò che si è venuto dispiegando dopo l’11 settembre 2001. Ma al di là delle apparenze, anche il ruolo di Al-Qaeda appare perlomeno ambiguo.

In Iraq le prime fasi della resistenza dopo l’invasione americana videro una forte e vincente risposta in una convergenza patriottica fra sunniti e sciiti contro gli aggressori. Quella unità di fatto si dissolse in seguito all’apparizione sulla scena di quell’Internazionale islamica egemonizzata da Al-Qaeda. La sua tattica fu quella delle stragi indiscriminate con le auto-bomba, più nei quartieri sciiti che contro i soldati delle forze di occupazione. Il risultato è stato l’attenuazione della resistenza contro le armate degli occupanti e lo scivolamento verso una guerra civile e religiosa che in realtà ha fatto comodo agli USA (e a Israele). Una guerra che si sta drammaticamente accentuando.

Laddove c’è indubbiamente una resistenza islamica senza equivoci anti-imperialista, essa è alimentata più da forze nazionaliste o tribali che non dall’Internazionale islamica. Questo è il caso dell’Afghanistan, dove agisce non un’Internazionale islamica ma l’orgoglio nazionale e tribale dei pashtun.

Qualcosa di simile si può sostenere nei casi della Somalia e dello Yemen.

In conclusione, non solo lo scontro di civiltà è una favola, ma gli USA hanno ripetutamente utilizzato, col tramite preziosissimo e indispensabile dei sauditi, i combattenti islamici per i loro fini. Li hanno utilizzati contro il nazionalismo socialisteggiante del nasserismo, contro l’URSS e contro quei governi e quelle nazioni che possono ancora ostacolare il disegno di dominio globale da parte dell’Impero.

Ciò non significa che l’Islam in quanto tale non abbia il merito di rappresentare una fede fiera e tenace che non si lascia omologare. Significa soltanto che il comune nemico, il nazionalismo di impronta socialistica, consente ampio spazio di manovra a chi sa utilizzare spregiudicatamente anche l’orgoglio fanatico di combattenti lontanissimi dagli schemi occidentali.

La morte del giovane italiano in Siria ci dice tante cose, ci ricorda una costante nella grande geo-politica degli ultimi decenni.

Luciano Fuschini  

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