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Iran, Medio Oriente, Eurasia. Il punto della situazione

Lunga ed esaustiva intervista, realizzata all'autore del libro  “La Repubblica Islamica dell’Iran tra ordinamento interno e politica internazionale” (edizioni  Irfan , euro 12,00), Alì Reza Jalali, dottorando in Diritto costituzionale presso l’Università di Verona, ricercatore del “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo”, nonché redattore di varie testate, riviste, case editrici e di diversi siti internet, tra cui “European Phoenix”.

Falsi miti e luoghi comuni diradati, per sapere di una regione del mondo che sui media occidentali viene raccontata poco e malissimo.

 

Rispetto al modello occidentale,  come va inteso il concetto di repubblica in Iran? 

In Occidente siamo abituati a intendere, quantomeno nell’età contemporanea, la Repubblica come un modello istituzionale legittimato dal popolo; nell’ambito islamico sciita rivoluzionario, così come parafrasato dall’imam Khomeini, edificatore dell’attuale Stato iraniano, la Repubblica, essendo “islamica”, è caratterizzata per una legittimazione divina dell’ordinamento. In questo modello però il popolo partecipa alla gestione della cosa pubblica, attraverso il tipico metodo delle democrazie, ovvero le elezioni. Quindi il modello iraniano si differenzia concettualmente da quelli occidentali, ma usa il modello della democrazia indiretta da un punto di vista pratico, in quanto le cariche dello Stato, esattamente come avviene in Europa, sono elettive, direttamente o indirettamente, a suffragio universale.   

 

L’Iran ha un governo teocentrico, non teocratico…

Sì, in quanto la teocrazia propriamente detta, ad esempio quella praticata ancora oggi in alcuni ambiti, sia nel mondo islamico che in Europa (Stato del Vaticano), è un modello nel quale, oltre alla legittimazione divina dell’ordine costituito (come in Iran), il popolo, o come direbbero i costituzionalisti, il corpo elettorale, non ha voce in capitolo. Il Santo Padre è eletto da un consiglio del clero che non è eletto dal corpo elettorale, e lo stesso dicasi nelle monarchie teocratiche mediorientali, come l’Arabia Saudita, dove ancora oggi le donne non hanno mai votato e gli uomini votano solo per i consigli locali. Il parlamento in Arabia non è eletto dal popolo, ma nominato dal sovrano. Qui non possiamo nemmeno parlare di “potere legislativo”, in quanto il parlamento saudita non legifera nulla, ma è solo un organo “consultivo” del Re. In Iran invece è meglio parlare di Repubblica teocentrica, o come dicono alcuni studiosi, sia in Iran che in Italia, abbiamo a che fare con una “democrazia religiosa” (in persiano “mardomsalarie dini”). In Iran anche il Capo dello Stato, la Guida della Rivoluzione, pur essendo il suo magistero, almeno concettualmente, legittimato da Dio, è scelto da un consiglio di sapienti religiosi (Consiglio degli Esperti, in persiano “Shoraie khobregan”) a loro volta eletti ogni otto anni dal corpo elettorale; ergo, la carica di Guida è elettiva, indirettamente dal corpo elettorale, come avviene in Italia per il Presidente della Repubblica. 

 

L’autorità dei giurisperiti, «fortezza dell’Islam», proviene non da un mero potere economico, ma dalla profonda conoscenza della legge sciaraitica e dall’intima rettitudine, qualità che per i Musulmani viene ancora prima dell’affidabilità. Parafrasando l’Ayatollah Khomeini, governare significa ubbidire.  

Il “Governo del giurisperito islamico” (in persiano “Velaiate faqih”) è il punto fondamentale dell’ordinamento iraniano, da diversi punti di vista. In primo luogo questo principio rivoluzionario elaborato dall’imam Khomeini ha una valenza concernente il lato del “governo”, del “comando”, dell’”esecuzione”. Attraverso questo principio il Capo dello Stato islamico-rivoluzionario ha, oltre le prerogative costituzionali, il diritto di intervenire negli affari dei poteri dello Stato (esecutivo, legislativo, giudiziario), emanando degli editti speciali che sono indirizzati a enti, cariche collegiali o cariche monocratiche, se non addirittura al popolo stesso. Concretamente però, questo “potere di veto”, nel periodo del magistero dell’attuale Guida, Ayatollah Ali Khamenei, è stato utilizzato una volta “contro” il parlamento (ai tempi della sesta legislatura, tra il 2000 e il 2004), una volta contro la Corte costituzionale (Consiglio dei guardiani della Costituzione, in persiano “Shoraie negahbane qanune asasi”) nel 2005, che aveva estromesso dalla contesa elettorale un famoso candidato antisistema, legato all’ala più oltranzista della sinistra iraniana (riformisti), ovvero Mostafa Moin, che poi, grazie appunto al potere di veto della Guida fu reintrodotto. “Contro” il governo il potere di veto è stato usato due volte, entrambe riguardanti il governo di Ahmadinejad (secondo mandato, nel periodo 2009-2013). In tutto quindi, in circa 25 anni di magistero, l’Ayatollah Khamenei ha utilizzato solo quattro volte il suo potere di veto. 

Però secondo me il lato più interessante, anche da un punto di vista scientifico, della teoria del “Governo del giurisperito”, riguarda il lato “legislativo”, legato non solo all’emanazione delle norme, ma anche alla loro interpretazione. Come tutti sanno, la legge islamica è di derivazione divina e quindi, secondo una lettura classica, non modificabile dall’uomo. Le leggi islamiche sono state emanate 1400 anni fa, in una situazione sociale, economica, culturale e politica particolare. Per non parlare del contesto geografico. Come è possibile edificare uno Stato islamico nel XX-XXI secolo, volendo applicare delle norme che col contesto storico attuale non hanno molto a che vedere? La risposta ci arriva dall’imam Khomeini, che negli ultimi anni della sua vita, dopo anni di studi e di militanza, arriva a questa conclusione: “Se fosse necessario, per il bene della comunità islamica e dell’ordinamento, il giurisperito potrebbe arrivare anche a sospendere alcuni obblighi, come il Hajj (pellegrinaggio a Mecca e Medina, obbligatorio almeno una volta nella vita per i musulmani)”. Ciò vuol dire che in base alle circostanze storico-temporali, il leader della comunità islamica, per il bene della società e dello Stato, potrebbe vietare una cosa che Dio ha reso lecita, se non obbligatoria. La carica progressista del “Governo del giurisperito” sta proprio qui, in quanto attraverso questa lettura rivoluzionaria dell’islam, vi è la possibilità di modernizzare e rendere applicabile nelle varie epoche storiche e in diversi contesti culturali e geografici, un qualcosa di stabile. Attraverso questo principio, l’islam da “statico” diventa “dinamico”. Non a caso lo stesso imam Khomeini disse: “Il più progressista (in persiano “motaraqqi tarin”) dei principi della Costituzione iraniana è il principio del governo del giurisperito islamico”. Ovviamente una lettura dell’islam di questo tipo a molti sapienti religiosi tradizionalisti, conservatori e quietisti non va bene, in quanto ribalta mille anni di approccio ormai consolidato. L’applicazione completa di questo principio richiederà molto tempo, decenni o secoli; lo Stato iraniano attuale è stato edificato nel 1979, quindi siamo solo agli albori di questo processo. L’emanazione di norme concernenti il cambio di sesso, l’aborto ecc., sono segnali dell’applicazione di questo principio, ma la strada è molto lunga e bisognerà considerare sempre le istanze del popolo, ma anche quelle dei tecnici e degli addetti ai lavori, ovvero i dottori della legge islamica.   

 

Crede che in Iran il sistema politico non partitocratico influisca sull’enorme affluenza elettorale?

In effetti il sistema iraniano non è partitocratico, non nel senso che non ci siano i partititi. In Iran esistono decine di partiti politici legali, ma il punto è che essi non hanno un gran peso elettorale. L’iraniano medio quando si reca alle urne non guarda il partito o i partiti che sostengono un candidato, ma il candidato stesso, personalmente. La buona affluenza alle urne in Iran, soprattutto per le elezioni presidenziali, che sono, visto il modello “pseudo-presidenziale” iraniano - non omologabile semplicemente - una mezza via tra il presidenzialismo all’americana, il semipresidenzialismo alla francese o il parlamentarismo all’inglese, deriva secondo me dalla buona istruzione e dall’alto tasso di alfabetizzazione e di laureati nel paese mediorientale. Tutto ciò è associato al forte sentimento nazionalista degli iraniani, che si sentono responsabilizzati nei confronti del futuro del proprio paese. Penso che i principali motivi che spingono gli iraniani a votare siano questi. Se confrontiamo il grado di partecipazione elettorale in Iran con altri paesi del mondo islamico vediamo la differenza. In Iran siamo ad una media del 67-68 percento (elezioni presidenziali), con picchi oltre l’80 percento come nel 2009, senza dimenticare il 73 percento delle recenti consultazioni dello scorso 14 giugno. In altri paesi islamici, a parte qualche eccezione, non è assolutamente così.  

 

La forza del governo iraniano è di coniugare il potere temporale all’autorità spirituale, a differenza dell’Occidente, che, dopo avere disgiunto lo Stato dalla religione, sembra precipitato in un’incurabile schizofrenia per cui il buon politico risulta essere quello meno etico…

Una caratteristica tipica della cultura iraniana è di associare la sfera spirituale a quella temporale, soprattutto a livello istituzionale. Se studiassimo la storia iraniana, dall’antichità ad oggi, ci accorgeremmo di questo fatto in modo indiscutibile. Ciro il Grande era legittimato da Dio. Shah Abbas della dinastia Safavide era legittimato da Dio. Mohammad Reza Pahlavi era legittimato da Dio. Lo stesso avviene per la Guida della Rivoluzione. Questo è un tratto tipicamente iranico, il potere politico per essere riconosciuto dal popolo deve essere legittimato dalla religione, altrimenti rischia di decadere. Uno dei motivi che spinse il popolo iraniano a ribellarsi allo Shah, fu quello di vedere un’importante personalità del clero, l’imam Khomeini, al contrario di altri suoi colleghi, sicuramente illustri e scientificamente validi, ma meno carismatici, mettersi contro il regime. Lì era venuta meno la legittimazione dello Stato. Tutto ciò è stato possibile però per via del fatto che la religione in Iran, ieri come oggi, ha ancora un senso spirituale, basta vedere come sono commemorate certe ricorrenze religiose, partecipate da tutti gli iraniani, anche quelli che magari non vedono di buon occhio l’attuale dirigenza. Il giorno che l’attuale Stato perderà la propria giustificazione religiosa, anche esso cadrà come è successo per gli altri regimi della storia iraniana. In Europa il popolo non è legato alla spiritualità e alla religione, al massimo vi è un richiamo retorico, ma nulla di più. Questo non vuol dire che gli iraniani siano dei santi e gli europei no. È solo un diverso approccio. L’iraniano, anche quello non religioso, quando sente parlare dei santi dell’islam sciita, come l’Imam Hussain, si emoziona e si commuove. Tante volte ho visto coi miei occhi miei parenti, non religiosi e nemmeno sostenitori della Repubblica Islamica, commuoversi a Mashad, dinnanzi alla visione del mausoleo dell’Imam Reza; questa è la vera forza dell’Iran rivoluzionario. In Europa ci commuoviamo solo se vediamo dal vivo il nostro cantante preferito. In Europa c’è un sentimento di simpatia nei confronti della politica solo se l’economia va bene, altrimenti vi è una forte e crescente disaffezione, come in questi anni. In Iran oltre al lato economico, pur sempre importante, vi sono anche altri fattori, come la spiritualità. È una questione di mentalità e di approccio culturale, ancora prima che istituzionale e politico.  

 

L’Iran ha dimostrato perfettamente come il progresso tecno-scientifico non sia in antitesi con la Tradizione, anzi, senza di Essa, come ebbe a dire lo stesso Khomeini, ogni potenza e ricchezza materiale rappresenterebbero un  guaio per l’anima dell’uomo…

Forse il più grande successo dell’Iran rivoluzionario è proprio questo; dimostrare al mondo che religione e sviluppo scientifico non sono in antitesi. Mi dilungherei troppo se volessi parlare di come venivano trattati gli scienziati in Europa al tempo del dominio della Chiesa, e lo stesso vale, anche se in misura diversa, presso certi paesi musulmani nel Medio Evo. Ancora oggi trovare un paese musulmano scientificamente valido, in modo indipendente e grazie alla ricerca di propri scienziati, (non come avviene nei paesi arabi del Golfo Persico, dove tutto è di importazione; senza i tecnici di altri paesi, che non siano europei, nordamericani, libanesi, turchi, cinesi, coreani, giapponesi o iraniani, quelli non riuscirebbero a costruire nemmeno una tenda nel deserto), è un’impresa ardua. L’Iran è forse l’unico paese islamico ad avere un serio programma spaziale, è uno dei pochi paesi islamici a vantare una ricerca scientifica avanguardistica sulle cellule staminali, per non dire dei “paper” scientifici pubblicati. La Repubblica Islamica dell’Iran è prima al mondo come crescita scientifica nell’ultimo decennio. Ma è bene ricordare che spesso religione e sviluppo scientifico sono in antitesi. La storia questo ci dice. Quando il dogmatismo religioso avanza la scienza arretra. In Iran si è riusciti a conciliare scienza e religione solo grazie all’interpretazione “progressiva” dell’islam sciita fatta dall’imam Khomeini, altrimenti, rimanendo in un’ottica islamica, sunnita o sciita, di stampo “dogmatico” e “reazionario”, non si sarebbe andati da nessuna parte lo stesso.

 

Può spiegare il ruolo geopolitico e finemente strategico di Israele nel colonialismo perpetrato dagli USA? 

Il principale alleato degli USA in Medio Oriente è senza ombra di dubbio Israele (senza dimenticare però il ruolo dei sauditi); è così da almeno cinquant’anni. Gli USA hanno usato Israele come “guardia armata” dei propri interessi strategici nella regione. In pratica, fino a oggi, gli abitanti di Israele hanno dovuto fare da “scudi umani” per i comodi degli americani. Fino a quando Israele era la potenza militare principe della regione questa situazione aveva un senso per entrambi gli attori, sia per gli israeliani che per i nordamericani, in quanto gli USA non ci mettevano la faccia direttamente, e hanno iniziato a farlo in modo netto solo dopo il crollo dell’URSS, e Israele aveva un ruolo di leadership regionale indiscusso, visto che gli arabi non erano mai riusciti a sconfiggere Israele in guerra. Dopo la Rivoluzione islamica in Iran e con l’inizio della creazione di Hezbollah e altri gruppi affiliati in Libano, la situazione regionale progressivamente è cambiata; poco più di dieci anni fa Israele si ritirò dal Libano meridionale, praticamente senza chiedere una contropartita ai gruppi libanesi filoiraniani. Poi la guerra del 2006 ha segnato una sconfitta per Israele, che era partito con l’obiettivo dichiarato di sconfiggere Hezbollah, ma dopo 33 giorni dovette ritirarsi e accettare il cessate il fuoco, per via del fitto lancio di razzi dal libano verso Israele. Insomma, una sconfitta militare vera e propria. Le guerre di Israele contro Gaza poi hanno dimostrato ormai una certa difficoltà di Tel Aviv nel proporre strategie militari vincenti. Non a caso il principale ruolo nella destabilizzazione siriana non è riconducibile a Israele, nonostante i suoi interventi diretti nel conflitto che vede gli oppositori di Assad, ovvero gli integralisti islamici, contro le forze governative sostenute a livello internazionale da Hezbollah, Iran e Russia, ma alla Turchia, che insieme all’Iran, sono i due veri pesi massimi della politica mediorientale. Israele ormai rischia seriamente di essere abbandonato da Washington. Agli americani non conviene più un sostegno rigido a favore di Tel Aviv. Come spesso accade, gli USA usano i propri alleati, per poi abbandonarli quando il loro aiuto non è più funzionale. A Tel Aviv lo sanno, e sono abbastanza inquietati. Anche un filoisraeliano come Kissinger qualche mese fa disse: “Entro dieci anni l’esperienza israeliana dovrebbe giungere al termine”. Gli USA sembrano per i prossimi decenni puntare più che altro sulla Turchia, per cercare di ridimensionare l’Iran, più vicino a Russia e Cina. Israele rimane un alleato di ferro per gli USA, ma nel futuro potrebbero cambiare gli equilibri regionali.  

 

Solo le scissioni interne, attraverso la secolarizzazione e balcanizzazione, possono dare potere al nemico esterno…

Sì, è ancora validissimo il motto “divide et impera”. Un avversario forte e unito è più difficile da sconfiggere di uno diviso e debole, demotivato, che non abbia degli ideali, giusti o sbagliati che siano, per cui lottare. Fare la guerra per il dominio materiale, può essere un motivo giustificabile per i “capi”, per chi non ci rimette la pelle, non di certo per chi combatte sul terreno e rischia la vita. Una persona senza ideali sul campo di battaglia combatte solo se è meglio armato, altrimenti fugge. Per l’uomo materialista i soldi sono importanti, ma la vita è la cosa più importante in assoluto. Per l’uomo religioso invece la morte è solo un passaggio da uno stato ad un altro, non la fine. Questo individuo, giusto o sbagliato che sia il suo “modus cogitandi”, nella lotta e nella morte sul campo di battaglia vede la possibilità di unirsi all’Essere, al Bramato. Per questo a mio avviso nella strategia adoperata dagli USA e da Israele, per ridimensionare il ruolo iraniano in Medio Oriente, è fondamentale la propaganda mediatica, su internet o sui canali satellitari, per promuovere in Iran una cultura a-religiosa. Un uomo senza ideali è più facile da soggiogare. La religione impregnata di dogmatismo può essere l’oppio dei popoli, ma la mancanza di valori forti, lo è altrettanto. Per quanto riguarda invece la balcanizzazione, è sotto gli occhi di tutti l’implosione del Medio Oriente, dal Nord Africa all’Afghanistan. In questa regione del mondo, tutti i paesi sono nel caos, recentemente anche la Turchia. Quando non ci sono moti di quel genere, ci sono guerre fratricide propriamente dette, come in Iraq, in Siria o altri paesi. Ormai il Medio Oriente progettato da inglesi e francesi cento anni fa, è giunto al capolinea. Molti paesi nei prossimi anni andranno incontro a maggiore caos, e tutto porterà ad un nuovo accordo per la spartizione dell’area. Cento anni fa sostanzialmente due potenze hanno deciso tutto. La guerra in Siria e nel Vicino Oriente, che sta influenzando anche il Libano e potrebbe dilagare ulteriormente, serve, anche se è brutto da dirsi, a capire quali saranno le potenze che si sederanno al tavolo della pace e si spartiranno il Medio Oriente. Sicuramente saranno della partita USA, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. Avranno un ruolo anche l’Iran (uno dei veri vincitori della guerra siriana, anche grazie al suo alleato di ferro Hezbollah) e la Turchia. Ho l’impressione che gli altri attori regionali faranno da soprammobili, e per quanto riguarda Israele, la sua vicinanza eccessiva all’area di crisi (Israele è l’unico paese a confinare sia con il Libano che con la Siria, entrambi in subbuglio) sarà un problema che prima o poi danneggerà in modo drastico Tel Aviv. Anche per questo oggi gli israeliani da un lato vogliono la caduta di Assad, per sconfiggere l’Iran e Hezbollah, ma d’altro canto non forzano la mano, in quanto sanno che gli integralisti islamici che stanno combattendo contro Assad, sono troppo fanatici, e un domani potrebbero creare problemi anche per Israele; insomma, comunque vada, per Tel Aviv rischia di essere un insuccesso.  

 

Quali sarebbero i vantaggi dell’alleanza tra la Russia e l’Iran?

Nella situazione internazionale attuale, dove la principale crisi che coinvolge Tehran e Mosca è quella siriana, al fianco di Assad e della Repubblica Araba di Siria, Russia e Iran sono costretti ad una intensa collaborazione. La caduta di Assad vorrebbe dire perdere il principale alleato arabo per i due paesi, e in chiave geopolitica vorrebbe dire l’avanzamento delle forze legate o vicine alla NATO sia verso l’Iran che verso la Russia. In un altro contesto Russia e Iran potrebbero anche essere, data anche la vicinanza geografica e data l’enorme disponibilità energetica di entrambi, concorrenti naturali. Ma l’unilateralismo della NATO e degli arabi nel sostegno all’opposizione siriana e nella guerra contro la Siria e il suo governo, ha di fatto neutralizzato alcune incomprensioni e difficoltà tra Mosca e Tehran. Addirittura secondo alcuni analisti vi sarebbe un lavoro in perfetta armonia tra Iran (e Hezbollah) e la Russia in Siria. Tehran e Hezbollah si occuperebbero di questioni sul territorio e i russi terrebbero a bada gli avversari attraverso la deterrenza, ad esempio spostando le navi militari nel Mediterraneo orientale e fornendo missili sofisticati alla contraerea damascena. Inoltre negli scorsi mesi per la prima volta nella storia recente navi militari russe hanno attraccato nei porti iraniani. L’asse Russia-Iran in questo momento è fondamentale per evitare la caduta dello Stato siriano, ma anche per ostacolare le ambizioni atlantiste nel Medio Oriente.

 

Non la religione, ma il potere mediatico imbastito di menzogna e di ipocrisia è il vero “oppio del popolo” occidentale 

Se ciò è vero in generale, è ancora più vero per quello che riguarda la propaganda mediatica occidentale sull’Iran. Quantificare le menzogne e la disinformazione sul paese mediorientale presenti ad esempio sui media più importanti dell’Italia è un’impresa ardua. Ciò deriva sia da motivi politici, ma anche da una mancanza di conoscenza oggettiva. Poi devo essere onesto, anche gli iraniani presunti “esperti” ai quali si rivolgono gli amici italiani per informarsi correttamente ci mettono del loro, per confondere ulteriormente le idee della gente. Per non parlare poi di certi sostenitori dello Stato iraniano, che invece di aiutare la reciproca comprensione, si fanno degli autogol clamorosi. Insomma, fare un’informazione seria sull’Iran, per tutti questi motivi non è semplice. Con uno slogan potrei dire questo: l’Iran è un paese migliore di quello che viene propagandato nei media, e non così bello come vorrei che fosse. 

 

Dicono che con il nuovo presidente Rohani, l’Iran sarà più moderato – come se i nostri presidenti lo fossero – è d’accordo con questa dichiarazione?

Hassan Rohani rappresenta sicuramente un moderato in diversi ambiti; lui stesso in campagna elettorale ha detto “io non sono di destra, e nemmeno di sinistra; sono un moderato”. Dopo le elezioni una delle sue prime dichiarazioni è stata: “Questa è la vittoria della moderazione sull’estremismo”. Penso che la sua “moderazione” sia riconducibile principalmente all’approccio in alcune questioni della politica interna iraniana e della politica estera. Ad esempio si è subito capito che il parlamento iraniano ha accolto positivamente l’elezione di Rohani e addirittura Qalibaf, il primo degli sconfitti nelle elezioni presidenziali, ha espresso la volontà di mettere a disposizione del presidente neoeletto il suo programma elettorale per una collaborazione. Penso che il gabinetto di Rohani sarà una “grande coalizione” tra rifomisti e conservatori “moderati”, una cosa che metterà d’accordo tutti, almeno nel breve periodo. In politica estera dobbiamo dimenticarci l’approccio di Ahmadinejad, simile anche in politica interna, basato sull’intransigenza e su alcune esternazioni e modi di fare non apprezzati sia in Occidente che in Iran, almeno tra i politici. Non vi sarà un cambiamento “sopra i massimi sistemi”, ma un cambiamento negli approcci.  

 

Il messaggio portante di Khomeini resta la “twara”: perseguire e realizzare la giustizia divina anche attraverso le battaglie sociali – laddove l’Alto informa il basso e non il contrario – Per tale ragione,  quella del 1979 è stata, prima di tutto, una Rivoluzione spirituale?

Nella prefazione di un libro di Rene Guenon (“La crisi del mondo moderno”), troviamo scritto un concetto del genere: rivoluzione vuol dire, come avviene ad esempio nel moto degli astri, che partono da un punto, e dopo un giro completo, tornano da dove erano partiti, “ritorno alle origini”. La Rivoluzione spirituale si caratterizza per un ritorno alla natura primordiale dell’essere umano, ovvero una natura basata su due concetti fondamentali: “giustizia” e “spiritualità”. Quando parliamo di giustizia, soprattutto nella cultura sciita, intendiamo non solo la giustizia divina, ma anche quella umana. Una società religiosa dove non ci sia giustizia sociale, dove i “preti cortigiani”, per dirla con l’imam Khomeini, pensano ai loro affari e si ingrassano di più ogni dì che passa, non può essere un modello. La giustizia divina si può realizzare solo con l’impegno degli uomini rivoluzionari, per edificare la giustizia sociale in questo mondo. Giustizia e spiritualità sono concetti rivoluzionari che devono essere centrali per l’umanità, se uno dei due canoni non è rispettato si creano squilibri, individualmente e socialmente. Nell’ottica islamica sciita, l’essere umano ha l’obbligo di intraprendere un viaggio rivoluzionario lungo la sua vita, per edificare sia l’uomo perfetto, sia la società perfetta. Questo processo sarà completo con l’avvento del Mahdi, l’essere perfetto, che guiderà l’umanità, al di là delle varie razze, lingue e religioni, verso la meta sempiterna, la Giustizia e la Spiritualità, doni divini per tutti gli esseri umani. La Rivoluzione islamica in Iran nel 1979 quindi, rappresenta un punto fondamentale in questo processo, che tende non a “islamizzare” il mondo come alcuni pensano superficialmente, ma a promuovere i due concetti suddetti, che poi vengono parafrasati dai vari popoli del mondo, in base alle varie culture. L’islam in Iran non è uguale a quello di altri paesi, anche sciiti. Quindi ciò non vuol dire omologazione o totalitarismo, ma l’unità degli esseri umani per un progetto sociale, politico e soprattutto etico.   

 

L’Eurasia, una forma di “Tawhīd” non soltanto geopolitico?

L’Essere è uno, la natura primordiale dell’essere umano è una, il pianeta in cui viviamo è uno. Anche il continente in cui viviamo, europei e asiatici, italiani e iraniani, è uno. L’unità del continente è evidente: dalla Penisola iberica e dalle coste atlantiche alle cose cinesi, il continente non subisce cesure nette. Il Bosforo, il Caucaso e il Mar Caspio, più che dividere, uniscono l’Europa all’Asia. Il monoteismo musulmano è rappresentato dal concetto arabo di “Tawhid”, che è strettamente legato ai concetti, provenienti da una stessa radice etimologica, di “wahed” (uno), “ittihad” (unità, alleanza) e di “ahad” (unico). Quindi ciò che è l’unità in ambito metafisico, ovvero l’unicità dell’Essere, può avere un riflesso nel “mondo inferiore”, per usare un gergo caro al filosofo musulmano Farabi, ovvero nel mondo di noi comuni mortali. Ciò è l’unità tra gli esseri umani e i popoli, soprattutto quelli che vivono in un macro-spazio geografico unito e coeso, come l’Eurasia. Questa può essere l’Eurasia intesa come “Tawhid”, manifestazione materiale e geografica dell’unicità divina. Da un punto di vista geopolitico il pensiero eurasiatico è stato sviluppato negli ultimi anni in ambito russo, principalmente da personaggi come Alexander Dugin; egli nei suoi lavori tende a delineare i tratti che possono caratterizzare un pensiero geopolitico in antitesi rispetto all’atlantismo. Dugin sottolinea come la potenza centrale del continente eurasiatico sia la Russia che, attraverso delle alleanze con alcuni attori regionali (ad esempio Cina, India, Iran ecc.) riesca a creare un sistema strategico da contrapporre alla NATO. Il Trattato di Shanghai può essere considerato come un passo fondamentale verso l’unità eurasiatica indicata da Dugin, ma egli sottolinea come l’eurasiatismo non sia una scuola statica, ma dinamica, e la prospettiva con la quale si studia l’unità dell’Eurasia può cambiare. Essere eurasiatisti in Russia è una cosa, esserlo in Iran è un’altra, in Italia un’altra ancora. L’Eurasia non è solo geopolitica, è spiritualità, cultura, storia, civiltà e molto altro ancora.    

Intervista raccolta da Fiorenza Licitra

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