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Europa e Cina in guerra economica

Sarebbe difficile sopravvalutare quanto è successo negli ultimi giorni nei rapporti commerciali fra Europa e Cina. L’Ue ha deciso di imporre, a partire dal prossimo agosto, un dazio che sfiora il 50% del valore della merce sui pannelli solari importati dalla Cina.

Di regola a misure protezionistiche di questo tipo si risponde con ritorsioni analoghe, che sono prontamente venute. La Cina imporrà una tassa sul vino importato di provenienza europea.

Le misure protezionistiche soffrono di una cattiva fama perché spesso nella storia hanno originato tensioni sfociate in guerre. D’altra parte l’attuale apertura delle frontiere in nome del libero scambio e della libera concorrenza è la causa principale del nostro declino economico. Abbiamo blaterato per decenni che i Paesi del sud del mondo dovevano imparare a essere competitivi. La competizione è una gara e nelle gare ci sono vincitori e vinti. Eravamo vincitori perché loro perdevano. Ora hanno imparato a essere competitivi e perdiamo noi. La loro competitività è fatta di bassi salari e tempi di lavoro prolungati. Il prezzo che dobbiamo pagare per recuperare competitività è la disoccupazione che abbassa i livelli salariali degli occupati e li induce ad accettare tempi e ritmi di lavoro quasi da condizioni servili. 

La logica è ferrea, costringe a conclusioni obbligate, come la matematica: è la logica dell’ aut aut. O si accetta di competere impoverendo ulteriormente la massa dei lavoratori e dei ceti medi che soffrono per la diminuzione dei consumi e della richiesta di servizi, o si sceglie il protezionismo.

Siamo giunti a strette talmente decisive che occorre fare opzioni nette di politica economica. La discussione sull’IMU non è politica economica. Qualche incentivo fiscale per le imprese che assumono giovani non è politica economica. Sono dettagli, schermaglie, palliativi. 

Politica economica è restare nell’attuale quadro di globalizzazione dei mercati. Politica economica è una scelta coerente di soluzioni neokeynesiane. Politica economica è un riorientamento in direzione ecologica e in una prospettiva di decrescita graduale. Politica economica è erigere barriere protezionistiche.

Su queste grandi scelte, fra loro incompatibili, dovrebbero esprimersi e misurarsi i partiti.

La soluzione protezionista inaugurata dalle misure fiscali contro la concorrenza cinese nel campo delle tecnologie energetiche può portare lontano, anche se nell’immediato è più probabile un compromesso che metta fine alle ritorsioni, data l’entità degli interessi reciproci. Condotta fino alle estreme conseguenze, può spingere verso un concetto di autarchia europea che sarebbe un possibile compromesso fra europeisti e anti-europeisti.

Un’ Italia autarchica sarebbe condannata alla miseria, stante la nostra carenza di materie prime. In un quadro di vaste aree geografiche, dotate di materie prime, capitali, lavoro qualificato, la soluzione di un libero mercato all’interno, anche con moneta unica, e di barriere protezionistiche a difesa dei confini dell’area, potrebbe essere una soluzione realistica ai problemi più immediati, se non a quelli fondamentali dei limiti dello sviluppo.

Quando si parla di Europa si dovrebbero poi rimettere in discussione tante cose, a partire dall’abnorme estensione dell’Unione a 27 nazioni. Volendo individuare grandi aree sufficientemente coese, si dovrebbe riconoscere che c’è un’ Europa latina, una germanica e una slava. Senza fanatismi ed esclusivismi autarchici, ma nella logica del massimo possibile di autoproduzione e autoconsumo, si realizzerebbe una nuova articolazione dell’Europa politica e delle sue istituzioni.

Utopia? Disegni troppo avveniristici?

La peggiore delle illusioni è credere che preservando l’attuale sistema si possa dare una prospettiva alle generazioni che si affacciano alla vita. Anche la vicenda, apparentemente limitata, del conflitto commerciale con la Cina, ci dice della necessità di ragionare in grande, di progettare soluzioni che rappresentino una vera svolta.

Esattamente ciò che le grandi formazioni politiche  non sanno né vogliono fare.

Luciano Fuschini 

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