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Fmi: "Grecia, ci siamo sbagliati". E ora?

E dunque avevano ragione tutti quelli che hanno gridato allo scandalo praticamente ogni giorno, dall'inizio degli interventi della troika in Grecia e su come questi venivano imposti ad Atene, e torto gli altri. Tutti gli altri.

Ne abbiamo parlato lungamente ieri in trasmissione, ma vale la pena ripetere almeno il punto cardine: in un documento ufficiale, originariamente classificato come "strettamente confidenziale" ma presto divulgato su vari organi di comunicazione, il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso senza mezzi termini che tutta l'impalcatura del "salvataggio" della Grecia è stato un fallimento. Sbagliati i tempi, sbagliate le misure.

Soprattutto, e questo è il punto chiave, l'Fmi si cosparge il capo di cenere nel constatare e ammettere che la Grecia andava fatta fallire prima. La "ristrutturazione del debito", ovvero ciò che è stato chiamato a più riprese in modo diverso, come haircut, o default selettivo - cioè un fallimento - doveva essere "concesso" ben prima di quanto in realtà è stato fatto, cioè a crisi e recessione ormai conclamate. In secondo luogo, ammette l'Fmi, le misure di austerità imposte sono state veramente troppo dure. 

I dati parlano chiaro, i livelli recessivi e quelli relativi alla disoccupazione, in Grecia, non lasciano scampo: il Paese è tecnicamente morto dal punto di vista economico e da quello sociale.

La motivazione timidamente addotta dall'Fmi per la mancata presa di coscienza in tempo di dover lasciar fallire la Grecia, all'interno del documento, è quella secondo la quale ciò non è stato possibile per le resistenze della Germania (che peraltro era ed è fortemente implicata, con le sue Banche, con asset in perdita in Grecia) nel voler creare un precedente a livello europeo. Vero, ma solo in parte. Oppure si dovrebbe credere che un Paese singolo, la Germania, per quanto forte, possa sul serio essere stato in grado di indirizzare così a fondo le politiche di organismi come il Fondo, la Banca Centrale Europea e l'Unione Europea tutta. Ridicolo.

Il punto è invece quello sul quale battiamo da tempo: gli "aiuti" di quel tipo, concessi solo per tamponare le falle di alcune Banche private, imprimendo al Paese interessi su interessi e al tempo stesso imponendogli tagli in ogni luogo, non avrebbero che potuto portare al collasso. Come puntualmente avvenuto.

Naturalmente una enorme responsabilità, alla cosa, la hanno anche le classi politiche elleniche che non hanno fatto altro che chinare la testa di fronte a quanto è stato richiesto a più riprese dalle missioni della troika in Grecia. E grande responsabilità la hanno anche i cittadini che tali classi hanno continuato a votare e che sempre all'Europa hanno voluto rimanere aggrappati. Non ci si può nascondere dietro un dito: la Grecia avrebbe dovuto dichiarare default subito e ripudiare il debito. Ciò avrebbe richiesto una volontà politica supportata dalla consapevolezza dei cittadini che quella era l'unica strada da percorrere. E in tal senso ci si sarebbe dovuti muovere. Invece così non è stato, e ancora oggi sono in piena operazione altri interventi richiesti a suo tempo dalla speculazione, come ad esempio altri tagli nel settore pubblico. 

Tutti colpevoli dunque? In quota parte, sì. Ma lo scettro del disastro va identificato nelle mani di Fmi, Ue e Bce, che hanno usato tutta la violenza in loro possesso per sprofondare Atene nel baratro in cui si trova. Salvo ora, come vediamo, ammettere di "aver sbagliato".

D'accordo, ma ora? Una ammissione di questo tipo ha ovviamente delle conseguenze e delle implicazioni, non è che si possa archiviare solo con qualche mea culpa e commento sdegnato. Tanto meno con un "documento interno".

Intanto ciò significa che tutto quanto fatto sino a ora non è servito assolutamente a nulla se non a peggiorare la situazione. Poi che anche quello che si sta facendo in queste ore si inscrive nello stesso solco. E infine che, continuando ad andare avanti così, non si potrà che peggiorare ancora. 

A una ammissione di questo tipo, pertanto, è indispensabile che ora giunga anche una possibile correzione. Una via d'uscita. Una strategia, sensibilmente differente rispetto a quella portata avanti sino a ora, per invertire la tendenza. Questo ci si deve aspettare. Questo si deve pretendere. Perché è impensabile che i greci continuino a vivere in questa situazione, e continuino a vedere peggiorare le loro condizioni di vita, sapendo - da adesso - che tutto quello che hanno fatto, stanno facendo e dovranno fare, è comunque inutile.

È come un malato che si sottopone a cure devastanti per l'organismo salvo poi apprendere dal medico stesso che gliele ha somministrate che quanto già inoculato nelle proprie vene è stato un medicinale sbagliato e dannoso, oltre che inefficace. Non solo è inutile insistere con la stessa medicina: si deve pretendere una strategia "di cura" differente. E si devono chiedere i danni. Perché dietro questa candida ammissione del Fondo Monetario Internazionale, in Grecia ci sono i suicidi, la metà del Paese caduta sotto la soglia della povertà, senza avere neanche la possibilità di pagarsi il riscaldamento in casa né di acquistare cibo a sufficienza. Bambini inclusi. Dietro alle parole paludate in un memorandum interno, "strettamente confidenziale" c'è tutta la violenza che i cittadini hanno dovuto subire. Inutilmente.

Le proteste in Grecia, adesso, hanno dunque (o dovrebbero avere) un altro obiettivo: Atene deve pretendere, dopo aver incamerato l'ammissione di colpevolezza, che l'Fmi si adoperi immediatamente per risolvere la situazione da una parte, e per sanare i mali che ha causato al Paese sino a ora dall'altra parte.

Con un ultimo, fondamentale, monito per tutti gli altri Paesi europei che a vario titolo, sempre secondo consigli-imposizioni della troika, stanno subendo misure economiche e di austerità analoghe: il meccanismo non funziona. È il caso di interromperlo il prima possibile. E di chiedere i danni.

Valerio Lo Monaco

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