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Immigrati: battutacce e paranoia

La battutaccia di Calderoli sulla ministra Kyenge, che con le sue risposte pacate gli ha dato una bella lezione di civiltà, non è che l’ennesima prova dell’imbarbarimento generale. Non sono meno ignobili i sarcasmi che sbeffeggiano Brunetta per la sua statura o il linguaggio da trivio con cui si è alluso alle uniche competenze di certe ministre bellocce dei governi di Berlusconi.

Per tornare a Calderoli, non c’è dubbio che sia un rozzo, come molti leghisti. Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che quella battutaccia atroce gli sia sfuggita inavvertitamente. Uno come lui, che ha ideato la perfidia di un sistema elettorale che funziona benissimo per lo scopo per il quale fu concepito, è tutt’altro che un impulsivo ingenuo. Ha pronunciato quella frase perché voleva provocare reazioni e in particolare sapeva che le sue truppe padane l’avrebbero accolta con un ghigno compiaciuto.

L’avversione nei confronti degli immigrati è crescente e resta una buona carta da giocare nelle competizioni elettorali. Il buonismo della sinistra catto-progressista è minoritario. La percezione comune è che la massiccia immigrazione sia più un dramma che una risorsa.

La sinistra, quella dell’accoglienza e del vogliamoci bene, non è nemmeno più capace di elaborare le sue stesse premesse ideologiche. Infatti non vuole rendersi conto che l’immigrazione è stata incoraggiata da chi aveva interesse a indebolire i sindacati operai e ad abbassare il livello generale di salari e stipendi, rendendo disponibile sul mercato del lavoro una manodopera pronta a offrirsi per compensi e condizioni che configurano una nuova schiavitù.

Tuttavia credere di risolvere il problema con misure repressive, coi respingimenti e con i campi di detenzione, è pura illusione. È il volto becero della destra.

Gaber, chiedendosi quale fosse la sinistra e quale la destra, fra le altre cose affermava che la schizofrenia è di sinistra e la paranoia è di destra.

Ebbene, l’odio che scaturisce dalla paura di essere invasi dagli immigrati e di perdere la nostra identità, è in larga misura una paranoia. Ci si immagina una massa compatta di barbari che prevarranno anche demograficamente e ci asserviranno. A quella massa si dà poi il volto truce di un Islam guerriero e fanatico.

Proviamo a darci una calmata.

Gli immigrati non sono affatto una massa coesa. Quando lo sono, come in certi quartieri delle maggiori città francesi abitati quasi esclusivamente da magrebini, la miscela può diventare esplosiva. Da noi non è così. Non è possibile alcuna convergenza e alcuna intesa fra le badanti slave e i muratori tunisini; non ci sono affinità di alcun tipo fra i posteggiatori abusivi che vengono dall’Africa nera e i traffici dei cinesi.

Quanto alla terribile minaccia islamica, si sappia che meno del 10% degli immigrati musulmani frequenta regolarmente le moschee e segue i precetti rigorosi della fede. La maggiore probabilità è che siano i loro figli a convertirsi alla religione occidentale del sex and money, non si intravede proprio una conversione forzata degli europei al culto di Allah.

Non saranno le misure amministrative a limitare l’afflusso degli immigrati. Una percentuale consistente è venuta non per restare ma per racimolare un po’ di soldi che consentano loro di vivere un po’ meglio quando torneranno a casa propria. L’Europa diventerà sempre meno appetibile come méta delle ambizioni di riscatto col procedere e con l’aggravarsi della crisi, quando assistenza e beneficenza non saranno più erogate con l’attuale liberalità. Fattori sociali ed economici hanno spinto sulle nostre coste tanti illusi, fattori sociali ed economici provocheranno il riflusso.

Le grandi svolte storiche sono state determinate più dalle migrazioni dei popoli, già imponenti nella preistoria, che dalla lotta di classe. Non sempre sono fenomeni irreversibili e del resto mettono in pericolo l’identità delle popolazioni che li subiscono solo quando i migranti sono una massa compatta o tribù di una stessa etnìa, con costumi e linguaggi simili. Non è il nostro caso.

Stiamo perdendo la nostra identità, ma non perché ci convertiamo all’Islam o abbandoniamo gli spaghetti per il kebab.  Stiamo perdendo la nostra identità, anche linguistica, per l’azione corrosiva e pluridecennale dell’americanismo.

L’immigrazione è una sciagura, innanzitutto per chi si è sradicato per inseguire il miraggio di una vita migliore, ma per noi è solo un problema, non il problema.

Così come gli immigrati hanno fatto comodo a chi voleva colpire i sindacati e i redditi dei lavoratori, alimentare l’avversione per i neri e per i musulmani serve a stornare rabbia e malcontento verso falsi bersagli. Se tutti ne prendessero coscienza, le battutacce dei Calderoli cadrebbero nel vuoto.

Luciano Fuschini

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