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Ligresti, caso scuola della storia (recente) d'Italia

La parabola umana e professionale di Salvatore Ligresti finito agli arresti domiciliari sotto le accuse di falso in bilancio e manipolazione di mercato in relazione alle vicende del gruppo assicurativo Fonsai, rappresenta la fine di un certo mondo imprenditoriale milanese che aveva gettato le fondamenta delle proprie fortune negli anni settanta e ottanta grazie al settore delle costruzioni.

Non è un caso che entro la fine di questo mese si decideranno anche le sorti giudiziarie e politiche di un Silvio Berlusconi, anche lui giunto in quel periodo ai vertici del successo economico e del potere. Un’altra peculiarità, questa piuttosto fastidiosa, li ha accomunati. Quella di voci insistenti e allusive sull’origine delle loro fortune economiche. Dove trovarono i soldi per iniziare il proprio cammino? In che modo insomma venne realizzata quella “accumulazione primitiva di capitale”, in senso marxiano, che permise ad entrambi, una volta divenuti un punto di riferimento a Milano, di andare a bussare al portone dei cosiddetti “salotti buoni”?

Per entrambi, nemici ed avversari trovarono la spiegazione più facile e più comoda nell’apporto di capitali di origine mafiosa che nel caso di Ligresti veniva rafforzata dall’origine siciliana dell’Ingegnere e che trasse alimento dalla tragica sorte toccata a tre mafiosi, responsabili del sequestro della moglie, figlia dell’ex provveditore alle opere pubbliche della Lombardia. Un vizio antico, anche se a volte necessario, quello di andare a fare le pulci alle ricchezze dei potenti ma che in genere viene svolto da coloro che da più di una generazione hanno fatto i soldi, si sono comprati il loro quarto di nobiltà finanziaria e tendono a fare dimenticare la storia di famiglia, molto spesso costellata di ruberie e a volte anche di cadaveri.

Eppure un particolare non da poco ha differenziato Ligresti da Berlusconi. Quello di non avere avuto alcuna difficoltà di farsi accettare e cooptare nel “salotto buono” di Mediobanca. Sarà stata anche la comune origine siciliana, ma è sorprendente che Enrico Cuccia così deciso a difendere lo status quo e gli interessi delle famiglie della galassia imprenditoriale del Nord (Agnelli, Pirelli, Lucchini, Pesenti ed altri) e del sistema finanziario legato a Mediobanca (Assicurazioni Generali, Fondiaria, Banca Commerciale e Credito Italiano) abbia accettato senza battere ciglio l’arrivo di Ligresti tra i “felici pochi”.

Le azioni non si contano si pesano, diceva il banchiere siciliano. Frase che significa che in una qualunque società il 5% di Agnelli può contare più del 20% del signor Rossi. Allo stesso modo i soldi si incassano, senza farsi troppe domande sul fatto che possano puzzare o al contrario profumare di lavanda. Non importa insomma chi mi porta i capitali da investire basta che me li porti. Poi al resto ci penso io. Una concezione tipica di un certo capitalismo italiano, quello incarnato da Enrico Cuccia che, invece di puntare a creare un Mercato autenticamente libero e concorrenziale, ha fatto di tutto per proteggere le rendite di posizione dei gruppi amici ed utilizzare anche i più disparati soggetti per riuscirvi. Tanto che i servizi di Mediobanca, l’unica banca d’affari italiana, anche se altre avrebbero potuto esserlo ma gli fu impedito, non furono mai messi a disposizione di aziende fuori dal giro giusto. Molte vennero così costrette a ricorrere al credito bancario invece di offrire proprie azioni ed obbligazioni al mercato, tramite gli sportelli delle tre banche azioniste di Mediobanca: Banca Commerciale, Credito Italiano e Banca di Roma. Guarda caso tre banche pubbliche. Insomma Mediobanca, una banca pubblica, perché le tre suddette banche erano pubbliche, venne lasciata operare come privata, in difesa degli interessi di imprenditori e finanzieri privati. Un bell’esempio di mercato. Una protezione, quella di Mediobanca verso Ligresti, che è continuata, curiosamente, fino ai nostri giorni. Una difesa ad oltranza che si è protratta fino a quando la Fonsai, finita sull’orlo della bancarotta, è stata tolta al controllo della famiglia Ligresti e trasferita alla Unipol, la compagnia assicurativa della Lega delle Cooperative. Quindi una estensione degli interessi economici dell’attuale PD, nato dalle ceneri dell’ex Pci-Pds-Ds.

Diversa è stata la storia di Berlusconi che, prima di riuscire a farsi accettare da Cuccia e da Mediobanca, dovette sudare le proverbiali sette camicie. Negli ambienti che contavano a Milano veniva guardato con un atteggiamento snobistico e di superiorità. Poi, come spesso succede, molto è cambiato e da diversi anni Fininvest è azionista di Piazzetta Cuccia, la cui forza è stata drasticamente ridimensionata dopo la morte del fondatore e dopo la rottura del legame preferenziale con la Lazard, la banca d’affari franco-statunitense.

L’arresto di Ligresti, dei tre figli e di diversi manager del gruppo, rappresenta, questa è almeno la nostra speranza, la fine in Italia del meccanismo della cosiddetta “ingegneria finanziaria” della quale Enrico Cuccia è stato un maestro. Un meccanismo che grazie al controllo a cascata di una società, A che controlla B, che a sua volta controlla C, e avanti a piacere, e grazie all’esborso di una irrilevante quota di capitale, permette di gestire una grande società, industriale o finanziaria, attraverso un’altra di dimensioni decisamente modeste. È il meccanismo che Cuccia ha “suggerito” per decenni ai gruppi amici. È il meccanismo utilizzato dall’Olivetti di Colaninno nel 1998-1999, nell’indifferenza della politica, per lanciare la sua vergognosa Opa sulla Telecom che indebitò il gruppo telefonico oltre ogni misura. È lo stesso meccanismo che ha permesso alla Pirelli di Tronchetti Provera di controllare per anni la stessa Telecom e guadagnarci sopra una barca di soldi.

È lo stesso meccanismo di “ingegneria finanziaria” che ha permesso per anni ai Ligresti di gestire la Fonsai, riuscendo, tramite i buoni uffici di Mediobanca, a lanciare con successo aumenti azionari e prestiti obbligazionari, anche se era notorio, che il gruppo Ligresti, tra mattone e finanza, se la passava tutt’altro che bene.

In tutto questo sfascio, la stampa amica taceva. Non fosse altro perché Ligresti era divenuto anche azionista della Rizzoli-Corriere della Sera e cosa che non guastava, anche consigliere di amministrazione di Unicredit. Ora tutto questo appartiene al passato. Ma purtroppo è un passato che ha contribuito a precipitare l’Italia nel disastro attuale.

Irene Sabeni

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