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Cattura di Provenzano, commedia infinita

I tifosi dell’uno e dell’altro schieramento hanno accolto in maniera diametralmente opposta la sentenza del Tribunale di Palermo che ha assolto il generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu dall’accusa di non avere voluto catturare, nell'ottobre del 1995, Bernardo Provenzano e di avergli in tal modo consentito di rimanere al comando di Cosa Nostra fino all’aprile del 2006 quando venne catturato nei dintorni di Corleone.

Un processo che si lega strettamente a quello in corso che vede imputato tra gli altri lo stesso Mori per la trattativa intrapresa tra Stato e Mafia per fare cessare la strategia delle stragi e delle bombe (Milano, Firenze e Roma). Un attacco lanciato nel 1993 dall’ala di Cosa Nostra più legata a Salvatore Riina, finito in carcere nel gennaio del 1993, grazie, sembra, alla collaborazione dello stesso Provenzano. Una strategia che Provenzano aveva subito più che avallato ma che evidentemente riuscì a bloccare. In seguito, i boss mafiosi più legati a Riina finirono nel giro di poco tempo tutti dietro le sbarre e la Sicilia tornò tranquilla, permettendo ai mafiosi di continuare a dedicarsi agli affari e andare presto a letto.

È ignobile, hanno sostenuto le anime belle che in Italia non mancano mai, che lo Stato, attraverso i suoi rappresentanti, sia sceso a compromessi con la Mafia. Un accordo che ci fu e che il governo dell’epoca siglò per forza di cose, considerato che per molti boss fu cancellata l’applicazione dell’articolo 41 Bis del codice penale, quello sul carcere duro. Se quindi l’azione penale promossa dalla Procura di Palermo e il relativo rinvio a giudizio per politici e  esponenti delle forze dell’ordine autori della trattativa sono atti dovuti, è tutto il contorno di dichiarazioni di politici e magistrati vari che lascia interdetti.

La Mafia rappresenta infatti da sempre in Sicilia, ed oggi in tutta Italia, una forza con la quale si devono fare i conti. Una realtà che, è inutile nasconderselo, trae la sua forza anche dalla certezza che lo Stato non ricorrerà mai a mezzi illegali o a misure estreme per vincerla, altrimenti si metterebbe al suo stesso livello. Una forza che controlla e occupa militarmente il territorio. Una forza dotata ancora di una potenza economica enorme ed intaccata in maniera minima dai sequestri dei beni operati in base alla Legge Rognoni-La Torre. Una forza che è tutt’ora in grado di poter spostare una massa non indifferente di voti alle elezioni. Una forza che nemmeno il Fascismo riuscì a debellare tanto che il Prefetto Cesare Mori, una volta che provò a toccare i gerarchi fascisti locali coinvolti con i mafiosi, venne richiamato a Roma. Una forza della quale il governo statunitense chiese la collaborazione per la buona riuscita dello sbarco in Sicilia nel luglio del 1943. Una forza alla quale gli anglo-americani affidarono il controllo dell’Isola, nominando i boss a sindaci dei rispettivi Paesi e permettendogli di arricchirsi con la distribuzione degli aiuti alla popolazione e quindi con la borsa nera. Una forza alla quale lo Stato chiese apertamente aiuto per liquidare in Sicilia la banda di Salvatore Giuliano. Una forza che, con il controllo di centinaia di migliaia di voti, decideva i destini di questo o quell’uomo politico.

Se quindi lo Stato ha deciso da sempre di rinunciare a controllare il territorio, in Sicilia come in altre Regioni, perché stupirsi se uomini delle istituzioni, in maniera autonoma o in applicazione di ordini superiori espressi con mezze frasi e mezze parole, abbiano preso contatto con Vito Ciancimino, e per suo tramite con Provenzano, per fare cessare la mattanza? Oltretutto dove si trova di casa la verità in Sicilia, una Regione nella quale le mezze frasi, le frasi non dette e le allusioni sono la regola? Una Sicilia, per la quale vale il detto arabo che la verità è una bugia che non è stata ancora scoperta. Certo, se il prezzo pagato a Provenzano è stata l’assicurazione di una latitanza durata 12 anni, costellata di cadaveri di nemici e di semplici cittadini, ci troveremmo di fronte ad un fatto gravissimo. Ma si tratterebbe in ogni caso di una vicenda perfettamente in linea con la storia italiana e siciliana. Come quella che vide un ministro della Difesa, siciliano, partecipare come invitato di riguardo al matrimonio del più importante boss di Palermo. O la storia di un altro ministro  siciliano che sposò la figlia del boss di un Paese del trapanese ed accolse successivamente con tutti gli onori nel 1957, il boss di Cosa Nostra americana arrivato a Palermo per organizzare il traffico di eroina dalla Sicilia al Nord America. Senza citare poi i legami avuti dal più potente politico democristiano con gli ambienti della mafia “perdente” fino almeno al 1980, i quali garantivano i voti alla sua corrente nella DC.

Quando, con i colpi di Mani Pulite, il vecchio sistema crollò, fu una scelta quasi obbligata per l’allora governo, privo di esperienza sul campo e privo soprattutto di contatti, di mandare qualcuno a cercare di limitare i danni e trattare una pace armata con chi controllava il territorio ed aveva dimostrato di essere in grado di seminare morte e distruzione in tutta Italia.  

Irene Sabeni

Liberticidio on-line, anzi, giudiziario

Liberté, égalité… impérialisme