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Liberté, égalité… impérialisme

François Hollande ha voluto caratterizzare le celebrazioni del 14 luglio, ricorrenza della presa della Bastiglia, festa nazionale per la Francia, in coerenza con l’operato di un governo tanto giacobino quanto impopolare. In una crisi economica e occupazionale senza precedenti dal dopoguerra, contestato da molti, senza soluzione di continuità, dopo l’approvazione senza referendum della legge Taubira sui matrimoni e le adozioni omosessuali, in una società solidamente libertaria e non omofoba, nonché - nella stessa giornata – dagli attivisti antinuclearisti nella centrale di Tricastin, ha fatto sfilare a suggello – da vero imperialista colonialista all'estero, mondialista intollerante in Patria – le truppe maliane a Parigi. 

Uomo dell’estremo Occidente, ha imposto “matrimonio per tutti” ma è sempre più un “presidente per pochi”, con quel tratto di fanatismo illuminista, autoritario, sprezzante, che pone l’ideologia dei diritti individuali come discrimine intollerante e totalitario tra il “progresso” e il senso della realtà. L’esportazione della “democrazia” è un riferimento ossessivo di Hollande. Egli ha preso con saldezza il testimone della guerra colonialista alla Libia svolta dal suo predecessore liberal-conservatore Nicolas Sarközy, quindi ha alimentato la continua guerra diplomatica e mediatica contro l’Iran e la crociata contro il legittimo governo di Bashar al-Assad in Siria, fino all’apertura di un nuovo fronte della “guerra al terrore”, ovvero l’Opération Serval in Mali. 

Non è la prima volta che la storia del Mali e quella della Francia si incrociano, se si va indietro nel tempo: all’epoca dell’Europa imperialista, nel 1895, il Mali divenne ufficialmente una colonia francese e tale rimase fino al 1960, negli anni che hanno segnato la “conclusione ufficiale” del colonialismo europeo. La motivazione ufficiale dell’odierno intervento militare è stata la richiesta, da parte dell’attuale presidente Dioncounda Traoré, di un appoggio armato occidentale in seguito alla guerra civile portata avanti contro lo Stato del Mali dal gruppo sovversivo denominato “Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad” che, alleatosi con i miliziani di Al Qaeda, ha portato il caos nel Paese. In realtà, il Mali è il terzo Paese al mondo per i giacimenti aurei e conta anche giacimenti di petrolio, di gas e soprattutto di uranio. In questo periodo di crisi mondiale epocale, il Governo francese ha voluto assicurarsi delle riserve significative di materie prime, in modo da riuscire ad alimentare le 60 centrali nucleari totalmente dipendenti dall’uranio africano e a rimpinguare le riserve auree di Stato. Fondamentale, per il futuro, sarà anche il potersi assicurare l’importazione diretta di petrolio e di gas naturale. È una politica estera che salda destra e sinistra, quindi,  quella in corso in Nord Africa e in Medio Oriente, con la distruzione dello Stato libico, il sovvertimento della Siria e l’ingerenza in Egitto e altrove, per influenzare, e di conseguenza inibire, la sovranità popolare e l’autodeterminazione. Un'operazione a lungo termine, che risponde alla strategia geopolitica di mantenere l'intero Continente sotto il controllo militare e gli interessi economici delle “grandi democrazie”, che tornano in Africa – dopo le tragedie ottocentesche e novecentesche – con il casco coloniale dipinto con i colori “arcobaleno” della pace.

Ecco allora chiaro l’intento propagandistico di fare sfilare, in testa alla parata militare dell’“accogliente” e omogeneizzatore Stato francese, le truppe maliane quali novelli ascari dell’occidentalizzazione del mondo, quando il grido di libertà dei Popoli ben sa che l’affermazione della differenza è il solo modo per sfuggire a un duplice errore: quello, diffuso a sinistra, di credere che la “fraternità umana” si realizzerà sulle rovine delle differenze, sull’erosione delle culture e sull’omogeneizzazione delle comunità, e quello, diffuso a destra, di ritenere che si potrà fare “rinascere la nazione” inculcando nei suoi membri un atteggiamento di uniformità collettiva. L’universalismo ugualitario prolunga una tendenza secolare che, nelle forme più diverse e in nome degli imperativi più contraddittori (propagazione della “vera fede”, “superiorità” della razza bianca, esportazione mondiale dei miti del “progresso” e dello “sviluppo”), non ha mai cessato di praticare la conversione, cercando di ridurre ovunque la diversità, ossia, riconducendo l’altro al medesimo riferimento: la modernità occidentale. L’antidoto risiede nel differenzialismo comunitarista, che, affidandolo alle esplicite parole dell’etnista Roland Breton, è «quello che, partendo dal riconoscimento totale del diritto alla differenza, ammette il pluralismo come un fatto non soltanto antico, durevole e permanente, ma anche positivo, fecondo ed auspicabile. È quello che volge risolutamente le spalle ai progetti totalitari di uniformazione dell’umanità e della società, e che nell’individuo differente non vede né un deviante da punire, né un malato da guarire, né un anormale da aiutare, ma un altro se stesso, semplicemente dotato di un insieme di tratti fisici o di abitudini culturali generatori di sensibilità, gusti e aspirazioni propri. Su scala planetaria, vuol dire ammettere, dopo il consolidamento di alcune sovranità egemoniche, la moltiplicazione delle indipendenze, ma anche delle interdipendenze. Su scala regionale, vuol dire riconoscere, di fronte ai centralismi, i processi di autonomia, di organizzazione autocentrata, di autogestione… Il diritto alla differenza presuppone il reciproco rispetto di gruppi e comunità e l’esaltazione dei valori di ciascuno… Dire “viva la differenza” non implica alcuna idea di superiorità, dominio o disprezzo: l’affermazione di sé non deve crescere attraverso l’abbassamento dell’altro. Il riconoscimento dell’identità di un’etnia non può portar via alle altre che ciò che hanno indebitamente accaparrato»

Questa disponibilità dialogica al riconoscimento dell’altro, al pluralismo e al relativismo culturale risulta estranea all’intransigenza settaria neoilluminista. Il ministro dell’Educazione Vincent Peillon ha voluto sottolineare che «la Rivoluzione Francese non è ancora terminata… Non si può fare una rivoluzione unicamente in senso materiale, bisogna farla nello spirito. Adesso abbiamo fatto quella essenzialmente politica, ma non quella morale e spirituale. Quindi abbiamo lasciato la morale e la spiritualità alla Chiesa cattolica. Dobbiamo sostituirla». E con che cosa? Per il Ministro del riedito “comitato di salute pubblica”, siccome «non si può nemmeno più adattare il protestantesimo in Francia come hanno fatto nelle altre democrazie, bisogna inventare una religione repubblicana. Questa nuova religione è la laicità, che deve accompagnare la rivoluzione materiale, ma che è in realtà la rivoluzione spirituale»

Insomma, il laicismo si arroga il diritto di imporsi esplicitamente come religione assoluta del nostro tempo. Paradossalmente, nella volontà di emancipare l’uomo da qualsiasi verità assoluta, ingiunge la propria, in modo che – in senso concreto – domini incontrastata la sola superstizione oggi tollerata: quella economica. Il materialismo pratico, la desacralizzazione dell’esistente e l’individualismo feroce, che rende diritto giuridico ogni desiderio edonistico, rimuovono ogni ostacolo al nichilismo imperante, il quale inibisce qualsiasi misura, armonia e vita “buona” di filosofica e classica sapienza, cioè orientata a principi interiori. Forse che la teologia del nostro tempo non è l’economia, la mercificazione universale, il primato dell’utile e l’inevitabile conseguenza di ingiustizia sociale? Per i laicisti no, in forme sempre più intolleranti; per loro, il problema è rappresentato sempre e solo dal Dio trascendente, dalla metafisica, dal senso religioso o filosofico posto sulla domanda di senso dell’esistenza (a cui tutti, laici o credenti, dovrebbero rivolgere la propria sensibilità morale e la propria attenzione culturale). È lo stesso liberal-capitalismo che deve delegittimare ogni religione che non sia il monoteismo individualistico, e al tempo stesso globale, del mercato. La Sinistra aderisce al liberalismo economico perché era già votata all’idea di progresso e al liberalismo “societario” di contro alle appartenenze identitarie e comunitarie, mentre la Destra ha aderito al liberalismo dei costumi perché ha adottato da prima il liberalismo economico.  C’è un’unità profonda del liberalismo. Come unica ideologia dominante forma un tutto egemonico. Alla stupidità delle persone di sinistra, che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del “progresso”, corrisponde l’imbecillità delle persone di destra, le quali ritengono possibile difendere al contempo i “valori tradizionali” e un’economia di mercato che non smette di distruggerli. Questo spiega come destra e sinistra confluiscano oggi nell’ideologia dei diritti dell’uomo, nel culto della crescita infinita, nella venerazione dello scambio mercantile e nel desiderio sfrenato di profitti, da cui deriva l’inesausta volontà imperialistica occidentale. 

Eduardo Zarelli

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