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Liberticidio on-line, anzi, giudiziario

Siccome ogni due per tre salta fuori qualcuno che reclama leggi speciali per mettere il bavaglio al web (Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: «Bisogna poter colpire in modo netto chi si muove nel web per offendere, minacciare, diffondere menzogne storiche. Ci deve essere invece la possibilità di oscurare subito i siti che violano certe regole. Come si fa con la pedopornografia»), oggi voglio raccontarvi una storia che da un lato prefigura il liberticidio online, e dall’altro lo supera già sul versante giudiziario. 

Com’è ovvio, rispettare la legge e il lavoro delle forze dell’ordine è dovere di un buon cittadino. Ma criticarle è un suo diritto. Poche settimane fa sono stati espulsi dall’Italia due marocchini residenti in Veneto, Mustafa el Amara abitante a Thiene, preso di peso e spedito in aereo al paese d’origine, e suo cognato Said Namiq (quest’ultimo espulso solo sulla carta, è in Svezia a fare l’imbianchino). I due, il primo 43enne operaio in una carpenteria di Schio e il secondo, 26 anni, secondo le cronache molto bravo a smanettare su Internet (ma i parenti hanno smentito), sono stati puniti “per motivi di prevenzione del terrorismo”. In sostanza di cosa sono accusati? Di scaricare dal web filmati “finalizzati ad esortare al combattimento e al martirio quale supremo atto di culto”, rivelando un “radicato antisemitismo e antioccidentalismo”. Secondi i carabinieri del Ros, Namiq era in contatto con altri nordafricani già finiti in indagini sul terrorismo internazionale di matrice islamica e in un commento su Facebook si era augurato la morte per i soldati statunitensi reduci dall’Iraq, mentre Mustafa si era visto di recente togliere l’incarico di responsabile affari religiosi del centro islamico di Schio per le sue idee considerate pericolosamente fondamentaliste. Tra l’altro, pare che si vestisse all’occidentale solo per andare a lavoro (hai capito, che roba…). Namiq, invece, secondo il suo legale aveva subito il sequestro del computer l’anno scorso, ma non gli era stato trovato niente di particolare.

Essenzialmente per i due musulmani è stata eseguita una condanna senza regolare processo, sulla base di un processo alle intenzioni. Appassionarsi a video con sermoni sul jihad integralista equivale ad essere terroristi? Io, per ipotesi, potrei avere la casa piena di libri inneggianti al nazismo, ma questo non dimostrerebbe che io sia un fanatico di Hitler che picchia o uccide ebrei o neri. Il fatto che fossero (o non fossero, bisognerebbe appunto verificarlo con un regolare procedimento giudiziario) animati da idee anti-occidentali e antisemite non costituisce altresì nessuna prova. Namiq alla stampa ha detto: «Certo, ho le mie idee… Credo che sull’11 Settembre abbiamo raccontato tante bugie: non c’è stato alcun aereo contro le Torri Gemelle, Bin Laden e gli Usa erano d’accordo…». Opinioni simili, supportate da documenti e argomentazioni, appartengono anche a fior di giornalisti e studiosi occidentali che hanno smontato le versioni ufficiali su Al Qaeda. Eppure nessuno si sogna di tacciarli di terrorismo.
In uno Stato liberale di diritto ognuno può avere gli interessi e le idee che più gli aggradano, purché non commetta reati. Qui il reato dov’è? C’è solo un sospetto. Non basta conoscere tizio, cambiarsi gli indumenti o scrivere una frasaccia su un social network per diventare un soggetto pericoloso. Nè basta professare una fede, un pensiero, per quanto radicale. Giudicare e punire qualcuno esclusivamente per un sospetto è il contrario della civiltà giuridica democratica. Dice: ma gli inquirenti sostengono che il comportamento dei due marocchini si rifaccia all’ “ultimo manuale di Al Qaeda”. Allora, per coerenza, vietiamo la libera circolazione di contenuti sulla Rete, come chiedono certi paladini della democrazia a senso unico. E saremmo già allo Stato di polizia.

Questa storia ricorda da vicino quella di quattro algerini di Vicenza ingiustamente tenuti in gattabuia per un anno, fra il 2006 e il 2007, perchè ritenuti fiancheggiatori di un gruppo salafita legato – logicamente - ad Al Qaeda. Assolti, nel febbraio di quest’anno sono stati risarciti dallo Stato italiano con 50 mila euro a testa, perchè le loro convinzioni (“antiamericane e anticapitaliste”) non avevano dato luogo ad alcuna azione illegale. Commentava l’avvocato difensore Paolo Mele Sr: «Non si possono condannare le idee, siamo in uno stato di diritto e c’è un limite costituzionale, anche perché non dobbiamo dimenticare che la forza dell’Occidente è nella riaffermazione dei principi di libertà e tolleranza, che fanno sì che la nostra è una società libera e giusta, di cittadini uguali». Dovrebbe essere libera e giusta. Dovrebbe.

Alessio Mannino

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