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Stuprare una norvegese è reato, ma per lei

Le notizie aberranti che arrivano dagli Emirati Arabi, Dubai per la precisione, probabilmente non scandalizzeranno coloro che si indignano quando vengono irrise certe fisime islamiche, quali il divieto di bikini in spiaggia o le espulsioni di seducenti modelli che attentano alla purezza mentale delle donne saudite, ma disgustano chi non si vergogna del suo retaggio illuminista europeo: né la ragione, cara agli illuministi, né la logica, cara a greci e romani antichi, possono accettare che una donna stuprata subisca una condanna superiore di quella del suo stupratore, e qui non ci sono fole che tengano, sulla tradizione, a giustificare questo obbrobrio.

Le fole sono piuttosto sulle modalità di impiego del termine illuminista che si vanno diffondendo: questo viene impiegato per indicare piuttosto le sue degenerazioni rousseauiane o il positivismo. Questi si basano entrambi su dogmi e non sull’uso critico della ragione, mentre essa mette se stessa in continua discussione, facendo del dubbio l’unica religione: forse, però, perché anche ciò è soggetto al dubitare.

I veri illuministi enciclopedisti e, soprattutto Voltaire, sono lontani mille miglia dai deliri di Rousseau che, invece di analizzare il mondo com’è, tradì la “Dea ragione” preferendo vederlo come desiderava fosse, piegando la “Dea” che alberga nelle nostre menti ai suoi scopi anziché usarla, come scientificamente si conviene, per confermare o confutare le sue tesi. La confutazione che puntualmente arrivò a colpi di risate dal buon Voltaire, che al pesante e noioso Jean Jaques opponeva il suo irredente spirito umoristico: egli è forse l’unico filosofo divertente da leggere, anche se gli enciclopedisti tutti avevano una certa vis satirica, la quale peraltro ha sempre mandato in bestia i loro tediosi oppositori.

Anche il positivismo, però, come Rousseau, vive di dogmi che ammanta di scienza, negando così, anch’esso, la ragione, ma abilmente fingendo di seguirla mistificandola: è a lui che devono venire imputate certe tesi “scientifiche” sulla superiorità delle razze, che, invece, mai appartennero agli illuministi propriamente detti e, soprattutto, alle loro ricadute rivoluzionarie. La Francia giacobina del 14 luglio, infatti, rese tutti Citoyens: dall’ultimo negro delle colonie agli ebrei da ghetto, e questo forse disturba certi fondamentalisti cristiani, che fingono di amare l’islam mentre il loro è solo odio verso il giudeo, fonte di ogni complotto coi suoi alleati massonici. Come se l’opus dei o i fratelli musulmani non fossero società “massoniche” anch’esse: ma la concorrenza dà sempre fastidio, specie quando non si può fare con essa un accordo di cartello.

La ragione del colpire l’Illuminismo, anziché Rousseau e il Positivismo, imputando ad esso le colpe degli altri due, è che si vuole colpire l’uso della ragione in sé, mostrando colpe che appartengono, invece, al suo non uso. Anche perché se i frutti nefasti di Rousseau portano sì al boldrinismo, avendo in lui trovato fondamento le sociopsicologie, “scienze” di cui Voltaire si sarebbe fatto facilemente beffe, detti frutti portano anche alla giustificazione continua delle tradizioni altrui, anche se sono aberranti o menzognere quando si arrogano il diritto di potersi definire tradizione.

Il cristianesimo e l’Islam sono state le prime forme di movimenti mondialisti ed antitradizionali, esse infatti impongono un unico modello, di pensiero e comportamento, valido universalmente per tutti: dovunque si siano affermati hanno provveduto a spazzar via con la violenza tutte le forme tradizionali precedenti, dall’Editto di Teodosio alle cannonate ai Buddha afgani. E non ci si racconti, nascondendosi dietro degli ipse dixit, che la conversione fu un intimo volontario fatto personale, dimenticando, anzi colpevolmente omettendo, le seimila teste sassoni spiccate a coloro che non volevano abiurare Wothan o le crociate contro i balti.

Il Cardini, intervistato nelle nostre pagine, non se abbia a male, è in buona compagnia: chi ha la colpa di credere nella ragione osa anche contraddire Aristotele e sostenere che la mosca ha sei zampe e non otto, e poi, per fortuna del medievista, in maggioranza sono quelli che seguono il metodo di Alberto Magno e preferiscono il comodo ipse dixit alla realtà, che implicherebbe invece il sottomettersi all’empia ragione.

Non è un caso che sempre più storici individuino l’inizio dei “secoli bui”* con l’usurpazione del potere da parte di Costantino e alla conseguente proclamazione del Cristianesimo come religione ufficiale di un Impero che non aveva più Roma come capitale, segnando così la fine del mondo classico. Tradizione classica che la Rivoluzione francese cercò, invece, di riprendere rifacendosi alle tradizioni democratiche di Roma e della Grecia: non era l’antitradizione che perseguivano i giacobini, quello era affare della reazione.

I “secoli bui”, sia chiaro, non sono tutto il Medio Evo, che durò un millennio, cioè circa il doppio della nostra era: questi si fanno finire intorno all’anno mille, e il medio evo va analizzato storicamente, non reinventato come fosse un fantasy da riscrivere secondo i nostri desiderata  immaginandosi un’epoca che non fu mai. Anche se bisogna ammettere che pure nei secoli bui ci furono lampi di luce, come i vichinghi e l’islam degli inizi, che nei primi tempi non era né iconoclasta né sessuofobico (e forse neppure astemio), come gli erotici affreschi, provinciale riproposizione di temi pompeiani, di Qusayr Amra, insegnano. Successivamente poi, forse per il contatto con il cristianesimo nordafricano, quello dei parabolani di Ipazia, si ridusse a quello che è divenuto oggi con le sue aberranti sentenze e i sui veli.

Il Medio Evo, passati i “secoli bui” ebbe momenti splendidi, a partire, diciamo, da Federico II, lo Stupor mundi, che reintrodusse in Europa l’uso della ragione, attingendo anche alla sapienza degli scienziati musulmani, ma non dell’islam o dei suoi teologi: egli era uno scomunicato, ma non era solo del dio dei cristiani che se ne fregava. Federico fu forse l’uomo nuovo, ma antico al contempo, che aprì a quell’Europa che fu delle Università e delle Città e della circolazione delle idee, quella che produsse quel tal Francesco Petrarca che coniò la definizione “secoli bui”.

Perché tutto questo prima di entrare nella notizia in sé? Perché è contro queste considerazioni che punteranno il dito coloro che non si rendono conto che  il divieto di bikini e le espulsioni dei modelli sono la ridicola punta dell’iceberg di una società capace di punire una donna stuprata più del suo stupratore. Questo è quanto accaduto nel mondo dorato della Dubai della finanza e dei gran premi, ma non ci si venga a dire che è l’Occidente mercantile che ha portato corruzione fra i probi e disinteressati arabi: è ben islamica la legge che ha fatto condannare a 16 mesi per "adulterio, spergiuro e consumo di alcol"  Marte Deborah Dalelv, la norvegese violentata, mentre l'uomo da lei denunciato ha avuto solo 13 mesi, e per le stesse accuse, non per la violenza consumata.

Già: la legge del Dubai, conforme alla Sharia, prevede che per dimostrare uno stupro siano necessari o una piena confessione dell'imputato oppure la deposizione di almeno quattro testimoni maschi presenti ai fatti, fatti che non contano in sé, come non conta la parola della donna o di altre donne eventualmente presenti. Il senso del ridicolo, non fossimo in tragico, è superato in maniera spaziale con quei “quattro testimoni maschi presenti ai fatti”: di solito se oltre allo stupratore sono presenti altri quattro maschi, questi non sono là in veste di testimoni d’accusa, ma di partecipanti ad uno stupro di gruppo.

Così è successo che, nella dorata Dubai “da sogno”, la donna si è vista riconosciuta colpevole di adulterio (dai tempi delle adultere dei vangeli per le scritture è adulterio qualunque forma di sesso fuori dal matrimonio, non solo quella in cui c’è un coniuge tradito), così come il suo stupratore, colpevole anch’egli solo di “sesso consensuale”. Vabbè, d’accordo anche di aver bevuto e mentito, ma non violentato. La vera colpa della donna è stato di voler adire alla giustizia islamica e mettere la questione nelle mani della polizia, che di solito chiude un occhio su quanto succede nei party delle stanze degli hotel di lusso, come era quella dove si era tenuto quello alla fine del quale Marte Deborah Dalelv era stata stuprata.

Anche sul consumo di alcol, vietatissimo, in Dubai si chiude un occhio ipocrita, ma se si finisce in mano alla polizia scattano le analisi e la sanzione penale, e finisce sempre che per una donna è più severa che per l’uomo. Chissà quale sofisma ci si potrà inventare per giustificare che è giusto e conforme a rispettabili tradizioni, non solo lo stupro, ma la punizione della stuprata? 

Non invochiamo certo l’esportazione della democrazia negli Emirati, ma un’ondata di indignazione e ostracismo verso quei paesi sarebbe più che giustificata, visto che gli Occidentali bombardano per molto meno. Eppure sia i rousseauiani, della tradizione abramitica, che i positivisti, delle leggi di mercato, probabilmente troveranno modo per giustificare gli sgherri dell’Emiro, visto che è il logico risultato della cultura del Burqa e del Chador che tanto difendono. Certo Burqa e Chador non sono l’innocuo Hijab, che ben può circolare per le nostre strade, visto che è lo stesso velo delle suore, che spinge gli illuministi superstiziosi a gesti apotropaici di origine pagana, ma se così non fosse ci sarebbe da ridire anche su quello, visto che nei loro paesi esso è obbligatorio anche per chi se ne frega del dio di Abramo e vi rinuncia in tutte le sue pompe.

Una legge che punisce la vittima più del carnefice non può che suscitare abominio, in chi abbia dimestichezza con l’uso della ragione, e all’indignazione, ma nonostante la tragedia la vicenda della donna andrebbe trattata usando le armi dello scherno e della ridicolizzazione, le stesse che tanto efficacemente usava Voltaire contro l'Infâme. Poco conta che sia arrivata la grazia del sovrano e la donna eviterà il carcere: lei era la vittima ed il colpevole andava debitamente punito per un vero reato, non per una scopata e qualche bicchiere di whisky.

Il sonno della ragione però supera se stesso ed è beffardo, la donna infatti, al portiere di albergo che le avrebbe chiesto: “È  sicura di voler coinvolgere la polizia?",  avrebbe risposto: “Certo che voglio chiamare la polizia. Questo è quello che si fa dalle mie parti”. Ora, se per le sue parti intende anche la Danimarca, rischia di avere una amara sorpresa, perché il ricorso di Ahmed Mohamed, già condannato per il rapimento e lo stupro di tre minorenni, contro l’espulsione dalla Danimarca, è stato accolto. Il motivo?  Perché  “avrebbe interrotto il suo percorso di studi”. La condanna subita dallo stupratore somalo, vicino ad ambienti fondamentalisti, per la triplice violenza è stata di 6 anni di cui tre condonati, quindi addirittura meno della punizione dello stupratore del Dubai, e inoltre potrà, una volta uscito di prigione fra un paio d’anni, continuare a studiare in Danimarca e far danni.

Queste sono cose che disgustano la ragione, ma essa, come la laicità dello Stato, ormai è sempre meno di moda e sempre più vilipesa, per la gioia di alcuni, che, forse, sperano veder il ripetersi degli scenari della caduta dell’Impero Romano e della primazia dello Stato sulle fisime religiose delle minoranze barbare d’oriente. 

Questo è quanto può succedere quando si scambia Rousseau per un illuminista, ma magari è una mistificazione voluta e funzionale allo scopo: sarebbe, però, bello che alla beffa teologico giuridica subita dalla norvegese stuprata ne arrivasse una mistico teologica per tutti gli abramiti. Quale godimento se avesse ragione Robert Graves, le cui interpretazioni dei miti greci sono contrarie alla ragione e alla logica tanta care agli elleni e agli illuministi, ma che è ben più ferrato nel cogliere le origini matriarcali delle religioni mediorientali: egli sostiene che Yahweh, il dio di Abramo venuto da Ur, altri non fosse che la mascolinizzazione di Iahu, la "divina colomba" dei Sumeri. Siccome, però, non si può far cambiar sesso a un Dio a piacimento, come fosse un Luxuria qualunque, né a colpi di bisturi o di teologia, di bravi musulmani, integralisti ebrei o fondamentalisti cattolici in paradiso ne entrerebbero veramente pochi, sicuramente meno dei giusti che Abramo cercò in Sodoma per conto del suo dio, specie se questi era Iahu e non Yahweh.

Ferdinando Menconi


*il termine “secoli bui” per definire una parte del Medio Evo non è frutto della perversa mente di qualche illuminista, ma di Francesco Petrarca, uomo del Medio Evo, però dei secoli luminosi di questo.

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