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Niente latte, siamo musulmani

Questa volta l’ennesima manifestazione ridicola, se non fosse la punta un iceberg che nel profondo nasconde pericolose insidie, di un certo modo di essere islamici non ci arriva dall’oriente ma dall’Inghilterra e quindi siamo portati a parafrasare il titolo di una della commedie di maggior successo dell’West End londinese: “Niente sesso, siamo inglesi”, che fu rappresentata dal 1971 al 1987 con il record di 6761 rappresentazioni consecutive. Solo che questa volta si tratta di un “Niente latte, siamo musulmani”: una donna, infedele, in coda col suo piccino, al centro civico di Oldham, per richiedere la collaborazione di babysitter, si è permessa di denudarsi un seno per procedere ad una delle più naturali attività di una madre, cioè allattare il proprio figlio.

Allattare un bambino in pubblico, però, pare turbi oltremodo le menti sessualmente perverse dei musulmani, almeno di quelli presenti nel centro civico: così alla donna non solo è stato impedito di procedere ad uno degli atti più dolci in natura, in cui si può vedere la magia dello sguardo d’intesa e amore che madre e figlio si scambiano, ma si è aggiunto l’insulto, essendole stato consigliato di andare ad allattare al cesso, quando al cesso non vanno neppure più i tossici a bucarsi, come se offrire il seno al proprio pargolo fosse un atto indecente e immorale.

La donna naturalmente, mostrando un minimo di quella dignità e orgoglio che in Occidente stiamo definitivamente perdendo, si è rifiutata e successivamente ha commentato: «Non vorrei mai consumare la mia cena lì, figuriamoci, se faccio mangiare il mio bambino nella toilette. Alla fine l'ho allattato in macchina». Gli addetti del centro che le avevano intimato che «In un centro multiculturale non è conveniente esporsi così»,  non si sono scomposti ed hanno ribadito a mezzo stampa la propria posizione, sostenendo che la donna: «Ha causato una baraonda qui dentro. Avrebbe dovuto tenere in conto il fatto che al centro ci sono anche asiatici: è una questione di rispetto».

Rispetto un cazzo: il solo rispetto da chiamare in causa è quello che avrebbe dovuto essere portato alla donna, e l’essere un centro “multiculturale” non significa che debba assoggettarsi alla innaturale monocultura dell’abramitismo islamico. Invece siamo di fronte alla prona accettazione delle monoculture di importazione nelle sue forme più perverse, spacciandole per multiculturalismo, quando invece esse sono il ferro di lancia del mondialismo religioso. Naturalmente la sinistra, impersonata da Shoab Akhtar, membro laburista del consiglio di Oldham, non è affatto accorsa in difesa della donna, bensì delle “risorse di importazione”, di cui Akhtar riteniamo essere un esponente di spicco: «Non ci sono luoghi attrezzati per i neonati e non ci sono nemmeno richieste in corso per migliorare la situazione: non possiamo far altro che sfruttare al meglio gli spazi di cui già disponiamo». Ebbene questi “spazi” non possono essere l’automobile della signora, ma quelli del centro civico in cui, se civico e civile è, vanno privilegiati i bisogni dei neonati e non quelli di coloro che hanno una ottusa e perversa visione religiosa: se costoro si sentono offesi dalla visone di una urbana madonna con bambino, vadano essi in strada e si cavino loro dai coglioni.

 

Eppure, a fronte di queste aberrazioni, c’è chi sostiene che noi dobbiamo, non solo ottemperare, quando siamo nei loro paesi, ai ridicoli diktat dei sottomessi al Profeta, e senza irriderli, perché deriverebbero da nobile tradizione, ma che anche a casa nostra dobbiamo rispettare questa sedicente “nobile tradizione”, che tale non è sia chiaro. Con quale equilibrismo o acrobazia logica si proverà a giustificare una mentalità perversa che si sente offesa da un seno che allatta? Come farà a tirare in ballo in ballo gli “illuministi”per sconfessare –  adottando il metodo progressista, che usa il termine fascista, e non illuminista, per delegittimare l’avversario quando mancano argomenti – chi si indigna contro chi non rispetta la Natura al punto di sentirsi oltraggiato dalla visione di Madre Gaia che con seno di donna nutre la vita nascente?

Come si può non essere disgustati di tutto ciò e, invece di reprimere, arrivare a tollerare al punto di, addirittura, giustificare simili aberrazioni in casa propria?  Non si creda, poi, che questa avversione alla maternità ostentata in pubblico sia un fenomeno residuale, che appartiene esclusivamente al mondo dell’islamismo dell’emigrazione: in Turchia il teologo islamico Ömer Tuğrul İnançer, sulla tv pubblica Trt1, ha affermato che non solo è «immorale» ma anche «antiestetico» vedere donne in stato di gravidanza esporsi allo sguardo della gente. Forse la donna col pancione può essere antierotica, quindi tollerabile da questa religione così abramiticamente fobica nei confronti della sensualità, ma di certo la maternità non è antiestetica, e, soprattutto, dov’è l’immoralità nel vedere la vita trasmessa dai genitori mentre cresce nel ventre della madre?

In Turchia, almeno, centinaia di donne sono scese in piazza a protestare, con i loro pancioni, veri o fatti con cuscini sottopanni che fossero, contro l’islamizzazione in corso del paese ad opera di Erdogan e del suo partito, mentre a Oldham nessuno ha manifestato a favore della maternità offesa e a sostegno del diritto della donna a dare il latte e, soprattutto, del bambino affamato a riceverlo. La teologia islamica, invece, non pare prevedere grande rispetto verso la maternità, stando almeno al tele teologo Ömer Tuğrul İnançer: «Far squillare le trombe per annunciare che si è incinte è contro la nostra civiltà. Non dovrebbero andare in giro per la strada con quelle pance. Oltretutto è anche antiestetico. Dopo 7-8 mesi di gravidanza le future madri dovrebbero uscire con i mariti in macchina per andare a prendere un po’ d’aria fresca. E farlo nelle ore serali. Invece le vediamo tutte in televisione. È sgradevole. Non è realismo, è immoralità».

Ma se il presentatore del programma aveva mostrato la sua servile approvazione, tipica degli anchorman pubblici verso i preti di ogni dio unico, ringraziando con un «Dio la ascolti» il teologo del pancione, le opposizioni sono insorte contro questo nuovo segno della «islamizzazione rampante» della Turchia sotto il premier Recep Tayyip Erdogan. La sinistra turca, al contrario di quella inglese, ha mostrato la sua laica (o laicista?) indignazione e supportato i diritti delle donne e delle madri: il socialdemocratico Aylin Nazliaka ha, infatti, tuonato che «Devono smetterla di prendersela con le donne in questo Paese. Se potessero, regolamenterebbero anche l’aria che le donne respirano». Anche il “laicismo”, per adottare improprie terminologie altrui, nazionalista è insorto tramite Mehmet Oktay: «Inancer dice che è sgradevole vedere donne incinte per strada. Ma non è invece sgradevole sentire il premier dire che devono avere almeno tre figli?».

Propositi niente male, peraltro, in un mondo la cui fonte prima di inquinamento è la sovrappopolazione, mentre la Turchia, come gran parte del mondo islamico, continua ad esportare i suoi figli, essendo incapace di nutrirli tutti in patria, anche se la delocalizzazione delle aziende europee, verso cui gli eurocrati spingono, potrebbe aiutare Ankara. Comunque il vizio di vedere le donne come fattrici non è una esclusiva islamica.

 

Con buona pace di Inancer, sono, però, le donne arabe le più preoccupate dal decadimento morale e dal Kuwait, che liberammo dalla nefasta tirannia laica di Saddam, arriva un’interessante manifestazione di successo delle operazioni di difesa della democrazia, perché in certi paesi non se ne può praticare l’esportazione. Se si fanno con essi buoni affari questi divengono democratici iuris et de iure. Salwa al Mutairi, donna politicamente impegnata per la difesa della pubblica moralità, rispetto alla quale anche il nostro Giovanardi passerebbe per uno scalmanato da centro sociale okkupato, ha lanciato l’idea che, per difendere dall’adulterio i decenti, devoti e, soprattutto, “virili” uomini del Kuwait, venga legalizzata la schiavitù sessuale: in quanto l’acquisto di una partner sessuale straniera da mettere sotto chiave nell’harem sarebbe sufficientemente equivalente al matrimonio agli occhi del dio pietoso e misericordioso. Insomma se la donna è islamica e/o consenziente è abominevole peccato, mentre con una schiava infedele  si può fare, forse perché è una “res” e poi la schiavitù dell’infedele non offende né il Profeta né il suo dio, anzi.

Le forniture delle concubine per gli harem senza peccato dei viriloni del Kuwait, che propone la politica che ha a cuore la tutela della femmina islamica, dovrebbero provenire da prigioniere di guerra, naturalmente, non musulmane, in ottemperanza alle rispettabili tradizioni dei popoli eletti e delle “R” (razze o religioni) superiori. Così, mentre nell’islam c’è chi propone il ritorno alla schiavitù, senza destare scandalo, il boldrinismo mondialista si ostina a ritenere che gli adepti di religioni che lo propugnano siano risorse, non solo economiche ma anche culturali da cui apprendere e svecchiarci. Poco conta per Nostra Signora della Camera che si arrivi a proporre di schiavizzare dei prigionieri di guerra, magari impedendo loro di ingrossare le file dei profughi tanto cari, se non realmente perseguitati. In fondo il provare disgusto verso certe ignobili proposte deve chiaramente essere una deprecabile manifestazione prova di “laicismo” e becera intolleranza verso alte forme di misticismo religioso.

Ma se la schiavitù per taluni diviene ammissibile quando «Dio lo vuole» o, comunque, permette, non sarebbe, invece, meglio tornare a questa istituzione “romanamente”? Sia perché appartiene ad una vera tradizione, per giunta nostra, sia perché non era fondata su discriminazioni etniche o razziali, sia, soprattutto, perché non saremmo noi a rischiare di divenir schiavi, perché infedeli, ma chi non è né civis né civile.

La realtà, ma si sa che questa è amica della ragione e non dei suoi nemici, ci dimostra che l’islam sensuale di Al Quasyr e quello illuminato e filosofo dei tempi di Federico II di Svevia sono cose perdute che appartengono al loro Medio Evo che fu di splendore: i suoi secoli bui sono arrivati oggi che, con le sue aberrazioni, offende la ragione ed opera perché il suo sonno diventi sempre più profondo, per dar così via libera al mostro da esso generato e di cui sono diventati manifestazione prima, trovando però buoni alleati in altri abramiti, dopo aver salvato il pensiero classico e rilanciato la logica e le scienze, mentre l’Occidente antico perdeva se stesso abbandonando la Tradizione.

Di fronte al divieto di allattamento in luogo pubblico e di libera circolazione delle gestanti, affiancato dalla promozione della schiavitù della prigioniera infedele, non c’è sofisma intellettualoide che tenga: i fatti sono sufficientemente aberranti per confutare qualsiasi controargomentazione, a meno che questa non sia dichiaratamente sessista, razzista e schiavista.

Ferdinando Menconi

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