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Dal Molin eccetera. Semplice: siamo schiavi degli USA

Il 2 luglio è stata inaugurata ufficialmente la seconda base Usa a Vicenza, il famigerato Dal Molin. La struttura è operativa da maggio, ma l’apertura dei cancelli programmata per il 5 di quel mese non è mai avvenuta per evitare possibili incidenti coi contestatori, che ancora, sebbene pochi, ci sono. Il sindaco della città, Achille Variati (Pd), ha ribadito che la nuova base non è illegale. Ha ragione, nel senso che essendo stata dichiarata opera di “interesse nazionale”, le normali leggi, compreso per esempio l’obbligo di una valutazione d’impatto ambientale (Via), possono essere derogate (sentenza Tar del Veneto, marzo 2010).

È la Ragion di Stato, bellezza: l’antica formula con cui i governi permettono di forzare il diritto comune in base ad esigenze di realpolitik.

Codificazione nero su bianco di questo principio, che giusto o sbagliato che sia è sempre esistito e sempre esisterà, sono i trattati bilaterali fra Italia e Stati Uniti d’America che regolano le basi militari Nato nel nostro paese. Il Dal Molin (ribattezzato Del Din, quasi a voler cancellare il recente passato di proteste cominciando dal nome) discende da accordi italo-statunitensi rimasti sempre segreti. E il segreto è il cuore stesso della politica di potenza che è l’ottica privilegiata di rapporti fra Stati, anche quando sono alleati come l’Italia e gli Usa. In versione macro, si ripete l’eterno dilemma, nel caso della sudditanza italiana all’alleato yankee sciolto regolarmente a favore di quest’ultimo: legalità o legittimità. Come dimostreremo di seguito, l’intero edificio normativo delle basi straniere nel Belpaese non è strictu sensu legale. Ma è legittimo, in quanto legittimato da una prassi sessantennale di governo, a cui anche la giurisprudenza (i verdetti dei giudici) si è adeguata.

Cominciamo dall’inizio. La Nato, Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, è un’alleanza a carattere difensivo creata nel secondo dopoguerra con l’intento di combattere la minaccia del blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica. L’articolo 9 del trattato istitutivo sul funzionamento dell’alleanza esclude gli insediamenti di infrastrutture o comandi alleati, per i quali è necessario un accordo a due, bilaterale, fra la stessa Nato e lo Stato membro ospitante. Non sono contemplate, dunque, disposizioni precise sulla gestione delle basi.

Come spiegato con dovizia di rimandi normativi in un corposo studio parlamentare a riguardo (“Le basi americane in Italia, problemi aperti”, Senato della Repubblica, giugno 2007, autore Natalino Ronzitti, docente di diritto internazionale e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali), l’ordinamento italiano individua due procedure distinte per la stipulazione di accordi internazionali, una in forma solenne ed una in forma semplificata. La prima prevede che l’accordo fra Stati venga sottoposto al parlamento (art. 80 Costituzione) approvando una legge ad hoc per autorizzare il Capo dello Stato alla ratifica (art. 87 Costituzione). La seconda non è disciplinata dalla Carta fondamentale ma è frutto, come si diceva, della prassi. In questo caso è sufficiente che l’accordo sia sottoscritto dai ministri plenipotenziari, solitamente quelli agli Esteri o alla Difesa.

Esiste però una legge, la 839 dell’11 dicembre 1984, che prescrive la pubblicazione di tutti gli accordi internazionali, inclusi quelli “semplificati”. Nonostante ciò, molti di essi, in particolare quelli sull’installazione di basi, sono entrati in vigore senza essere resi pubblici. A cominciare dall’Accordo Bilaterale sulla Infrastrutture (Bia, 20 ottobre 1954) che costituisce il fondamento giuridico fondamentale dello status delle basi militari americane in Italia. Si tratta di un patto con procedura semplificata che, leggiamo sempre nella relazione al Senato del prof. Ronzitti, stabilisce il numero massimo delle truppe americane sul nostro territorio, corredandolo di annessi tecnici sulle singole basi. È importante notare che le aree vengono concesse solo in uso e non godono di nessuna extraterritorialità, e devono essere utilizzare esclusivamente nell’ambito della Nato, a meno di ulteriori accordi con il governo di Roma.

L’altro pilastro che legittima la presenza di soldati Usa su suolo italiano è il Memorandum d’intesa fra il Ministero della Difesa italiano e il Dipartimento della Difesa statunitense (Shell Agreement), firmato il 2 febbraio 1995 e anch’esso sottoscritto secondo la forma “semplificata”. Questo venne reso noto nel 1998 dall’allora premier Massimo D’Alema in seguito all’inchiesta giudiziaria sulla strage americana del Cermis. Il memorandum (consultabile qui) è composto da cinque articoli e due allegati: il primo è un modello per accordi “tecnici” sull’uso delle installazioni, una specie di formulario prestampato con spazi in bianco per gli elementi specifici di ogni base; il secondo prevede la procedura per la restituzione delle installazioni o delle infrastrutture. Dispone le strutture delle basi vengano poste sotto il controllo italiano e che il comandante Usa informi preventivamente le autorità italiane su ogni movimento di armi e personale, nonché su ogni inconveniente si verifichi. Ma, ciò nonostante, il pieno controllo sul personale e le operazioni rimane in capo agli Stati Uniti.

Il grande vulnus è costituito dal fatto che le basi dovrebbero avere, essendo comunque tutte legate all’ambito dell’Alleanza Atlantica, un carattere difensivo. Ma anche qui ha predominato la prassi: proprio la prima base a Vicenza, Campo Ederle, ha svolto la funzione di campo-base per i parà inviati nella guerra all’Iraq prima e all’Afghanistan poi. Il punto è che è la Nato stessa a decidere le formule con cui giustificare interventi militari di evidente aggressione (peace enforcing, missioni umanitarie ecc), autorizzate o meno dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). O addirittura neppure la Nato, ma singolarmente il suo Stato egemone, gli Usa.

Ad esempio, nel 2001 per sferrare l’attacco all’Afghanistan talebano non ci fu bisogno di una consacrazione Onu, poiché gli Usa invocarono il diritto alla legittima difesa benché fosse usato contro un’entità non statale come Al Qaeda. Il Consiglio di Sicurezza si affrettò comunque a emanare una risoluzione per conferire legittimità all’occupazione di Washington e dei suoi alleati belligeranti.

La questione aperta non è tanto la desecretazione del Bia del ’54, che non avverrà mai(fra potenze c’è sempre stato il segreto di Stato, non facciamo le anime candide), ma la consapevolezza che dovrebbe animare a monte noi italiani, ed europei: siamo o non siamo una Nazione con propri interessi nazionali e proprie strategie geopolitiche – integrabili semmai in un’ottica Ue – tali da rinegoziare i rapporti bilaterali con gli Stati Uniti? Scriveva nel 2007 sul Corriere della Sera l’ex ambasciatore Sergio Romano, un’autorità in materia al di sopra di ogni sospetto di anti-americanismo: «non sappiamo se le clausole pattuite in piena Guerra Fredda, fra la morte di Stalin e la rivoluzione ungherese del 1956, rispondano ancora agli interessi italiani di mezzo secolo dopo».

Una volta usciti dai confini italiani, i soldati dello Zio Sam non hanno più nessun vincolo verso l’Italia ospitante. Il che significa che dal nostro territorio possono partire contingenti di guerra per guerre alle quali noi non partecipiamo. Se non è subalternità questa, non sappiamo cosa lo sia. L’intoccata prassi risponderebbe con le umilianti (per lui, si capisce) parole del ministro della difesa Arturo Parisi, centrosinistra, nel giugno 2007 a Milano: «il raddoppio della base americana a Vicenza rientra nella logica del dare e dell’avere con il governo Usa. Certo non lo direi in modo così esplicito davanti ai cittadini di Vicenza».

Alessio Mannino

 

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