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Egitto: colpo di Stato, altro che chiacchiere e distintivo

Nel 2011, quando esplose la “primavera araba”, i grandi media vi videro la rivolta laica di una gioventù che guardava all’Occidente e che voleva democrazia e costumi più liberi. Le fonti di informazione “alternative” vi videro una rivoluzione solo apparente e per nulla spontanea, pilotata dall’estero attraverso agenti provocatori e l’azione organizzativa e propagandistica dei social network. Poi si tennero le elezioni e vinsero i partiti islamici, smentendo che la piazza fosse così univocamente laica, o piuttosto rivelando che i motivi veri delle rivolte non erano, o non erano soltanto, le ragioni dei laici contro le chiusure tradizionaliste (del resto, perché ribellarsi agli occidentalizzanti e laici Ben Alì e Mubarak, se quelle erano le cause vere del disagio?).

L’Occidente mostrò di accettare tranquillamente la vittoria degli islamici, tanto che l’ondata fondamentalista è stata usata per scardinare brutalmente la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad.

Ora sembra ritornare l’opzione laico-liberale, forse per il timore di scatenare forze alla lunga incontrollabili, timore già manifestato dalla titubanza a sostenere più massicciamente gli estremisti siriani.

In mezzo a tanta confusione e incoerenza, si impone la necessità di adottare un metodo che consenta di orientarsi nel marasma. Si tratta di utilizzare i dati scarni della cronaca e di collegarli attraverso deduzioni logiche, senza farsi fuorviare dal polverone mediatico propagandistico.

Si possono così fissare alcuni punti fermi.

Non è necessaria una particolare competenza di psicologia individuale e di massa, nonché di sociologia, per giungere alla conclusione che le piazze e le strade non possono riempirsi per intere settimane o mesi di manifestanti solo perché centrali internazionali della provocazione fanno filtrare messaggi sovversivi.

Presidiare le piazze giorno e notte significa sottoporsi a sacrifici e dotarsi di un’organizzazione efficiente. Scontrarsi con le forze dell’ordine e della repressione comporta mettere a rischio la propria vita, esporsi a ferite e pestaggi, respirare gas pericolosi, finire spesso in carceri dove vigono regole non scritte di brutalità e soprusi. Non si affronta tutto ciò se non c’è una rabbia vera, uno spirito di ribellione e una passione politica che possono essere incoraggiati dall’esterno ma non provocati artificiosamente.

Quando si mettono in moto le passioni popolari, gli esiti sono sempre imprevedibili. Le diplomazie e i servizi segreti americani ed europei possono molto ma non tutto. C’è l’impressione non di una regìa che muove i fili con sicurezza e determinazione, ma piuttosto di una superpotenza americana che cerca di muovere le sue pedine senza sapere bene cosa fare e dove andare a parare.

Queste sono le poche asserzioni che è lecito fare recependo i fatti ed esercitando la logica o piuttosto un elementare buonsenso.Fanno sorridere le acrobazie dialettiche con cui si tenta di negare che in Egitto il Presidente sia stato deposto da un colpo di Stato. Certi paladini della liberal-democrazia e del sistema parlamentare negano che si possa parlare di golpe, perché i militari non hanno fatto altro che interpretare gli umori del popolo e perché hanno affidato al presidente della Corte Costituzionale il compito di formare un governo provvisorio che indirà nuove elezioni.

Atteniamoci ai fatti e alla logica, se non vogliamo farci fuorviare dalle chiacchiere.

Tanti colpi di Stato sono stati preceduti e preparati da manifestazioni popolari. Nessuno nega che quello di Pinochet in Cile nel 1973 sia stato un golpe. Ebbene, fu preceduto da manifestazioni contro il governo del socialista Allende, rese famose dal martellamento ritmico sulle casseruole e le pentole. Seguirono i caccia in picchiata sul palazzo presidenziale e i carri armati sulle strade.

Nell’Egitto odierno una piazza contro il Presidente eletto ha ricevuto l’avallo delle forze armate contro un’altra piazza, quella dei sostenitori di Morsi. Da quando in qua i corifei della liberal-democrazia attribuiscono alle piazze il diritto di sostituirsi al voto popolare? Se l’irruzione dei soldati nel palazzo presidenziale, l’arresto del Presidente e dei capi del suo partito, il presidio coi carriarmati delle sedi istituzionali non sono un colpo di Stato, che cosa lo è?

Ora gli USA, disorientati più che lungimiranti, puntano sui generali, quindi devono insinuare il dubbio che in Egitto non ci sia stato un golpe. I gazzettieri nostrani si allineano, anche quando sono illustri politologi. Basta stravolgere il significato delle parole. Semplice, no?

Luciano Fuschini 

Dal Molin eccetera. Semplice: siamo schiavi degli USA

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