Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Agricoltura, cenerentola d’Europa

L’Unione europea non ama l’agricoltura. E in particolare non ama l’agricoltura dei Paesi del Sud Europa. Quella che è caratterizzata da una vasta offerta di prodotti che il Nord Europa si sogna. Ad essere penalizzati sono quindi Paesi come Italia, Francia e Spagna che basano la propria forza su questa varietà di prodotti, che cambia da regione a regione e che è favorita da un clima generalmente mite. Non è un caso che la cosiddetta “dieta mediterranea” che non è soltanto quella italiana, sia apprezzata in tutto il mondo e venga indicata come apportatrice di salute e di benessere.

Eppure questo aspetto non viene minimamente apprezzato nei palazzi della Commissione europea dove da decenni si tutelano invece gli interessi delle industrie alimentari trasformatrici della materia prima che nei Paesi del Nord coincide con il latte. Lo dimostra un fatto di per sé evidente ma sul quale in pochi hanno posto l’attenzione. Nessuno dei commissari europei all’Agricoltura degli ultimi quaranta anni proviene da un Paese meridionale. Nemmeno quando l’Europa era formata da pochi membri. Dopo l’olandese Sicco Mansholt, uno dei tanti protetti di Jean Monnet, che fu commissario dal 1958 al 1972 e dopo l’italiano Carlo Scarascia Mugnozza che lo fu soltanto fino all’anno successivo, c’è stata una lunga lista di tecnocrati, accomunati dalla caratteristica di appartenere a Paesi dal clima freddo e di essere espressione degli interessi delle multinazionali alimentari, europee e americane. Di questi commissari, due erano olandesi, tre danesi, un irlandese, un lussemburghese, un austriaco per finire con gli ultime due: un lettone ed un romeno.

Certo, ogni Paese europeo ha le proprie peculiarità alimentari che non vanno disprezzate ma l’anomalia che si deve segnalare è quella di una Unione europea che volendosi aprire al mercato globale ha gettato di fatto le premesse per il proprio disastro. Da decenni manca in Europa una politica agricola degna di questo nome. Una politica economica che punti a difendere la qualità e i piccoli produttori e che non si limiti ad intervenire su questioni come le quote latte. Si pensi a tutte le difficoltà affrontate dall’Italia per fare passare, nel settore dell’olio d’oliva, il principio della tracciabilità della materia prima, contro una Commissione europea che invece voleva e vorrebbe tuttora che venisse invece data priorità al momento dell’imbottigliamento, infischiandosene se l’olio “toscano” è in realtà spagnolo o tunisino. Pensiamo al settore degli Ogm applicati al grano e al mais e nel quale, oltre alla solita Monsanto, sono entrate in forze diverse aziende chimiche come la Basf e la Bayer, che dovrebbero occuparsi d’altro. L’agricoltura europea si trova quindi in profonda crisi economica e di identità e ne risentono soprattutto i piccoli produttori, gli unici che possono garantire quella diversità che resta sempre e comunque una risorsa ed una garanzia di qualità. Oggi fare l’agricoltore non rende e i piccoli produttori si trovano a dover vendere la propria produzione a prezzi ben sotto il costo di esercizio. Sono i grandi commercianti e la grande distribuzione, ipermercati e supermercati, ad essersi divisi il mercato e ad avere imposto prezzi di acquisto capestro che devono essere accettati per forza altrimenti il prodotto resterebbe sui campi. Si attua, come in altri settori del moderno sistema economico, un trasferimento di ricchezza verso due settori oligopolisti che nell’ultimo decennio hanno acquisito un potere gigantesco. E la conseguenza è l’abbandono dei campi che sembra non avere fine e che sta causando effetti sociali devastanti.

Irene Sabeni

Alain de Benoist: "Famiglia e società". Origini, storia e attualità

Dal Molin eccetera. Semplice: siamo schiavi degli USA