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La Germania che guadagna dalla crisi

La Germania continua ad insistere con la linea del rigore e a ribadire che non ci si può aspettare che sia la Banca centrale europea a risolvere tutti i problemi dell’economia mantenendo bassi i tassi di interesse e pompando liquidità nel sistema.

Un concetto più volte espresso da Angela Merkel e dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, e ripetuto domenica scorsa da Jens Weidmann. Il governatore della Bundesbank, già consigliere economico della Cancelliera, ha sposato in pieno la linea del governo democristiano-liberale, sostenendo quello che di per sé era ovvio. La Bce non può risolvere la crisi dell’Eurozona, considerato che la sua politica “accomodante”, come la ha definita Draghi, ha già fatto molto per assorbire le conseguenze economiche della crisi. Ma per risolvere la crisi si deve intervenire sui fattori strutturali che la hanno provocata. Quindi, voleva dire Weidmann, l’eccessivo livello della spesa pubblica, il debito e il disavanzo pubblici dei Paesi dell’area Sud dell’Unione europea che hanno una disdicevole tendenza alla spesa facile. Poi ovviamente, a parere di Weidman si deve intervenire sul mercato del lavoro che dovrà progressivamente assumere una struttura sempre più flessibile, prevedendo la più alta possibilità di licenziare ed assumere.

Significativo è che in questa fase sia stato Weidmann ad intervenire sui problemi del mercato del lavoro e non gli esponenti del governo. In Germania il 22 settembre infatti si vota per il Bundestag e la Merkel non sembra più avere la vittoria in tasca. La crisi si sta facendo sentire pesantemente anche in quella che è la locomotiva economica d’Europa. Nel 2011 la Germania aveva un tasso di crescita intorno al 3%, oggi naviga intorno all’1%. Un po’ poco per il secondo Paese esportatore del mondo dopo la Cina e che aveva investito molti soldi pubblici per sostenere l’innovazione tecnologica delle imprese. Così a Berlino hanno dovuto prendere atto che la recessione, almeno in Europa, durerà per tutto il 2013 e che una valvola di sfogo potrà essere offerta soltanto dalle economie asiatiche, come la Cina che continua a crescere a tassi del 7%, fino a quando le enormi disuguaglianze tra i nuovi ricchi e decine di milioni di lavoratori schiavi non si faranno pesantemente sentire.

Segnali di rallentamento già si sono fatti sentire tanto che lo stesso Fondo monetario, in genere molto sollecito ad esaltare le meraviglie del mercato globale, ha dovuto rivedere al ribasso le prospettive di crescita dell’economia globale. La presa d’atto che la finanza non può drogare in eterno l’economia reale con iniezioni di liquidità e con titoli spazzatura.

Al governo tedesco tocca quindi agire su due piani. Da un lato, con una impostazione più “sociale”, si cerca di rassicurare i cittadini che si terrà la guardia alta contro i cugini europei del’area Sud incapaci di tenere a freno la predisposizione alla spesa facile. Non vogliamo fare pagare alla Germania, spiega la Merkel, il fatto che molti Paesi vivono al di sopra delle proprie possibilità. Una convinzione diffusa nell’opinione pubblica che ha portato molti consensi al movimento euroscettico anzi eurofobo Alternativa per la Germania che ha tolto non pochi voti alla Cdu-Csu che ora teme il sorpasso della Spd di Peer Steinbrueck. Dall’altro lato, quella di Weidmann sulla Bce è una considerazione contro la Banca guidata dall’ex Goldman Sachs, Mario Draghi. Una presidenza che era stata già assegnata al tedesco Alex Weber che preferì invece andare alla Deutsche Bank, spalancando le porte ad un tecnocrate che, oltre ad essere italiano, ha il brutto vizio di essere troppo legato al mondo della finanza anglofona. E inoltre di risentire di una impostazione troppo finanziaria e poco legata a quella “economia sociale di mercato” alla quale la Cdu è molto legata.  

In realtà quando i politici tedeschi se la pigliano con Paesi come l’Italia, non dicono che la crisi dell’area Sud avvantaggia e di molto l’economia tedesca. Anche se i rendimenti dei Bund sono bassi, si tratta pur sempre di titoli che sono considerati più che solvibili quanto a capitale ed interessi, in quanto riflettono la forza dell’economia. Per questo sono molto richiesti e la domanda non fa che abbassare i tassi di interesse in tutta la Germania, rendendo il denaro molto più a buon mercato per le imprese ed aiutandone quindi le esportazioni. Paradossalmente insomma, anche la crisi dell’euro si è trasformata in un indubbio vantaggio competitivo per la Germania.

Irene Sabeni

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