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Fiction estive: Povero Silvio

La nuova, finta guerra tra Pd e Pdl

L’ultima cosa che c’entra davvero, con le attuali baruffe tra Pd e PdL, è quella maggiormente sbandierata: il futuro del governo. Governo che deve essere inteso, sia chiaro, non tanto come l’odierno esecutivo presieduto da Enrico Letta, ma come il referente italiano dei potentati finanziari sovrannazionali che ci tengono al guinzaglio, dopo un addestramento che è andato avanti per molto tempo e che si è manifestato appieno dopo l’ascesa di Monti a Palazzo Chigi, nel novembre 2011. 

In questa prospettiva, infatti, le direttrici della gestione economica e politica del nostro Paese sono ormai ampiamente prefissate e restano inderogabili, a meno che non sopravvengano degli sconvolgimenti profondi. Di cui però, al di là delle intermittenti  alzate di scudi di Grillo, continua a non vedersi alcuna traccia. Una volta che si sia compreso questo, ciò che va accadendo ora (sempre che le molte parole/chiacchiere dei diversi schieramenti si debbano considerare qualcosa che accade, assimilandole a dei veri e propri fatti) diventa molto più chiaro. Palesandosi, in linea con le tesi che qui sul Ribelle andiamo sostenendo da chissà quanto, per una via di mezzo tra un’autentica guerra per bande, con in testa il Pd e il PdL, e una colossale pantomima collettiva, a uso e consumo dei rispettivi elettorati. 

Riguardo al primo aspetto lo schema è il solito: benché le varie cordate si contendano il potere senza esclusione di colpi, il loro scopo non è operare in modo sostanzialmente alternativo, e men che meno fino al punto di entrare in conflitto con i diktat della Troika, bensì aggiudicarsi i vantaggi connessi all’amministrazione della Res publica. Tali cordate, è forse il caso di aggiungere, costituiscono la versione aggiornata, e ancora più subdola, delle vecchie pratiche correntizie, per cui sarebbe un grave errore sovrapporle e assimilarle totalmente ai partiti/contenitori nei quali pure si raccolgono. L’adesione a un medesimo soggetto, vedi in particolare quel mostriciattolo che è il Partito Democratico e che è stato generato dal matrimonio di puro interesse fra i post Dc della Margherita e i post Pci dei Ds, poggia innanzitutto sull’opportunismo e, dunque, è instabile di per sé stessa. Anche se poi, ed eccoci in prossimità del secondo aspetto del ragionamento, le singole ambizioni assecondano comunque quell’assetto bipolare che si sta cercando in tutti i modi di consolidare anche qui da noi, sulla falsariga dei modelli angloamericani – e soprattutto di quello statunitense. 

L’ulteriore punto di contatto fra Pd e PdL, pertanto, si fissa nel comune obiettivo di monopolizzare gli scontri di vertice, riducendo ogni altra formazione a un ruolo subalterno. Il che esige, però, che tra le due holding venga simulata una contrapposizione abbastanza marcata (polarizzata) da tenere avvinta la massima parte degli elettori, evitando che i più si rendano conto della sua illusorietà e si rivolgano altrove. A partire, nel quadro attuale, dal MoVimento 5 Stelle.

Com’è noto, invece, la decisione di mettere in piedi il governo di larghe intese ha fortemente incrinato la compattezza, e la credibilità, di questo copione, rendendo necessaria una variazione sul tema. Per mascherare la convergenza strategica, che è il tratto decisivo dei rapporti reciproci, si è rinverdito il classico dissidio fra berlusconiani e anti berlusconiani, facendo leva sulla sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna penale per frode tributaria. In effetti è una sottostoria, per usare un termine tipico delle sceneggiature, ma gonfiandola al massimo si spera che i gonzi abbocchino e si convincano daccapo che sì, perbacco e perdinci, le antiche rivalità non hanno perso la loro ragion d’essere: nonostante la sofferta e indigesta alleanza (con l’odiato Cavaliere per gli uni, con gli odiati “comunisti” per gli altri) i due popoli del centrodestra e del centrosinistra possono continuare a pensarsi differenti e incompatibili. Uniti in via del tutto eccezionale, nel supremo interesse dei patrii destini e sull’onda dei severi richiami di Napolitano, ma pur sempre diversi e irriducibili, come si conviene nelle guerre di religione. E negli odi fra tifoserie. E nelle faide tra clan. 

Ancora una volta, l’unica forma di intelligenza di chi detiene il potere consiste nel essere ben conscio della stupidità delle masse. E così persino lo scambio di tweet velenosi tra la Santanché e Gasparri finisce sotto i riflettori, titillando l’affezionatissima audience come in una qualsiasi puntata di “Un posto al sole”.

Federico Zamboni

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