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    giovedì
    ago292013

    Egitto: il complottismo non serve

    Non fosse che in troppi erano occupati ad abbronzarsi sotto l'ombrellone, i fatti egiziani avrebbero sconvolto la digestione degli appassionati dei telegiornali mainstream. La strage, al contrario, è passata quasi inosservata nei pigri pomeriggi agostani, fatti salvi i rigurgiti dei complottisti da social network di tutte le fazioni: tuttavia la spiegazione dei massacri, da guerra civile mista a putsch militare, può seguire un filo logico molto più semplice.

    Naturalmente, come in ogni situazione di crisi, le grandi centrali di potere cercano sempre di dispiegare la loro influenza, però non sono necessariamente loro a innescare gli eventi, anzi possono trovarsi spiazzate e doverli inseguire adattandovisi loro malgrado: avendo, nei loro intrighi di corridoio, loggia e sacrestia, dimenticato alcune dinamiche base che sono proprie dei sommovimenti popolari.

    Ripercorrendo a volo d'uccello la “primavera egiziana” ci si ritrova alle “esaltanti” sommosse di Piazza Tahrir, dove forte era il desiderio di libertà del popolo egiziano dopo decenni di corrotto regime autoritario a base militare. Queste sommosse hanno avuto pieno successo nel rovesciare il regime, ma hanno immediatamente riscontrato forti resistenze nell'ambizione di sfociare in un ordinamento più libertario. Certo vi sono state libere elezioni, ma da queste è risultato “democraticamente” eletto l'uomo dei Fratelli Musulmani. Fin qui nulla di male, anche se ogni partito clericale è pericoloso per le libertà democratiche di un popolo, a partire dalla DC nostrana passando per altri schieramenti confessionali propri dell'Occidente “laico”: tuttavia negli ordinamenti democratici consolidati esistono le costituzioni che sono lì per impedire, con maggiore o minor successo, le derive autoritarie da dittatura della maggioranza, sia questa pretesca o poliziesca.

    Qui sta l'equivoco di fondo di considerare Morsi un presidente democratico “legittimo”. Egli è, sì, “legittimato” dal voto popolare, ma nulla più, essendosi dimostrato ben poco democratico, perché in Egitto la costituzione ancora doveva essere promulgata e in questo l'islamista ha scientemente frainteso e forzato  il significato di democrazia, cercando di imporre una costituzione antidemocratica. Morsi ha commesso l'errore di sopravvalutare il proprio potere, la cui legittimità superava di poco il 50% di voto popolare, ma non era sul voto che fondava il suo putsch teocratico e, forte dell'appoggio dei preti del Profeta, invece di accontentarsi di vincere ha voluto stravincere, così perdendo tutto.

    Le costituzioni, infatti, non sono un prodotto di risicate maggioranze, bensì il frutto di compromessi fra le ideologie in campo che devono sfociare in un documento quanto più possibile condiviso, il cui ruolo principale è di tutelare le minoranze e le libertà. I Fratelli Musulmani in questo hanno completamento fallito, pretendendo di imporre la Sharia, ben poco condivisa dal popolo degli insorti, come principio fondamentale. Ma  questo è quanto di più distante dal senso stesso di una costituzione che si vuole democratica: può essere principio base di un regime autoritario o totalitario, che voglia legittimarsi come Stato di Diritto, avendo, però, di questo solo i requisiti formali, ma non quelli sostanziali.

    Le confusioni occidentali di chi difendeva Morsi come democraticamente eletto, o che lo accusava come affossatore della democrazia, derivano da un errore di fondo dovuto al fatto che si è sedimentato il falso principio che la democrazia ed i suoi rituali liberal-parlamentaristi siano un valore in sé: quanto di più sbagliato. Il valore in sé è la libertà. La democrazia è solo uno dei metodi, ma nulla più di un metodo, anche fosse il migliore di tutti, per arrivare a garantire il massimo grado di libertà alle genti. Quindi anche un eletto dal popolo può essere quanto di più contrario al principio democratico di difesa della libertà. 

     

    Non vogliamo approfondire oltre la questione di cosa sia la democrazia, salvo ricordare che gli attuali regimi occidentali, che si vorrebbe fossero scimmiottati da tutti, non sono affatto democratici. Meglio si attaglia a loro la definizione di sistemi liberal-parlamentaristi, e questi non garantiscono né democrazia, né, ancor meno, libertà. Anche se dobbiamo ammettere che la nostra Voce del Ribelle può esistere ed esprimersi liberamente in uno dei regimi liberal parlamentaristi più marci, mentre nel caso di un retto paese fondato sulla Sharia, ad esempio, vedrebbe la testata soppressa e la redazione decimata.

    Una facile obiezione a chi contesta l'intervento delle Forze Armate, come se le rivoluzioni non possano mai essere fatte dai militari perché mai questi vanno verso la libertà, sta nel ricordare che se se i generali prussiani si fossero rivoltati all'Hitler nascente, con un putsch che avesse cancellato il voto popolare, forse la libertà ne avrebbe tratto vantaggio. Certo Morsi non era Hitler, ma neppure l'Hitler del 1933/34 era quello che si rivelò poi, anche se il rischio poteva  esser colto da subito, così come è stato colto in Morsi, che ha avuto  la sventura di arrivare decenni e decenni dopo il Fuhrer e trovare una casta militare pronta a cogliere l'occasione. Occasione che è stata proprio l'arrogante politica di Morsi a presentare all'esercito su un piatto d'argento.

    Egli aveva vinto sì le elezioni presidenziali, ma con un consenso in calo e grazie alla rendita di posizione  derivante dal fatto che, dopo la caduta di Mubarak, i Fratelli Musulmani erano l'unica organizzazione efficiente e ramificata sul territorio, evento che aveva permesso di ampliare oltremodo il seguito popolare, visto che le opposizioni correvano in ordine sparso. Le attitudini, autoritarie e irriguardose verso le proteste, del Presidente hanno portato in un primo tempo ad un ricompattamento delle opposizioni e successivamente a una crescente adesione alle loro istanze, perché, per quanto Morsi fosse il Presidente democraticamente eletto, le libertà andavano venendo sempre più conculcate: la libertà non consiste solo nel partecipare ad un ludo cartaceo, ma anche nel volgare bersi una birra o farsi una scopata senza timore di venir arrestati.

    Questo ha mosso il popolo, e non c'è bisogno di scomodar massoni o illuminati. L'egiziano, a fronte dell'avanzare della teotirannia, ha deciso di fottersene del fatto che questa fosse democraticamente imposta ed è insorto, trovando facile sponda nei militari. Militari che erano rimasti in disparte, lasciando cuocere Morsi nel suo brodo e lasciandolo avvitarsi nella sua politica spocchiosamente miope (nonostante fosse illuminata dal Profeta…), consci che il loro momento sarebbe tornato e che il popolo, o almeno buona parte di esso, si sarebbe di nuovo rivolta a lui.

    Di nuovo perché, nonostante il corrotto periodo Mubarak, l'esercito egiziano è fondato sullo spirito nasseriano e Nasser fu uno dei più grandi ed illuminati politici che Africa e mondo islamico abbiano mai conosciuto. Più che laico e democratico egli era socialista, ma nel senso nobile e non craxiano del termine, come invece il suo corrotto erede e fantomatico zio di Ruby negli scandali nostrani. Arrivato il momento, quindi, l’esercito è sceso in campo, sia, naturalmente, per riconquistare fette di potere, sia per fermare una deriva islamista, che almeno la metà degli egiziani paventava ancor di più del “quando si stava peggio”, decidendo di “stare meglio” prima che fosse troppo tardi.

     

    Le democrazie occidentali, e i loro esportatori, sono rimasti spiazzati dagli eventi, peraltro prevedibili, e non li hanno sobillati perché così facendo avrebbero potuto evidenziare le loro contraddizioni: privilegiare il metodo democratico, cioè Morsi, le avrebbe esposte alla constatazione che detto metodo non è sufficiente a garantire la libertà, mettendo così a nudo i limiti dei liberal-parlamentarismi ed in discussione la loro legittimità; privilegiando l'insurrezione, invece, avrebbero dovuto ammettere che la violenza è legittima quando il metodo democratico va contro la libertà, e questo proprio in una fase storica nella quale, in nome del Moloch della legittimazione popolare tramite croce su scheda (e poi lasciateci inciuciare in pace), si stanno restringendo sempre di più le libertà individuali e promulgando leggi che istituiscono reati di opinione su reati di opinione.

    Sostenere che siano stati agenti provocatori portatori di interessi stranieri a pianificare tutto ciò è ingenuo. Certo i poteri forti e occulti stanno cavalcano la tigre, ma pensare che questi tutto possano tramite le loro Ong e simili si scontra, ad esempio, con la realtà russa dove saldo al potere è, nonostante tutti i loro sforzi, uno dei loro peggiori nemici. Vedere il complotto talvolta è saggio, ma vederlo ovunque è altrettanto miope che non vederlo in alcun luogo. Qualunque nazione degna di tal nome si sarebbe comportata come quella egiziana, e nelle manifestazioni degli opposti schieramenti sia ben chiaro: gli eventi si spiegano senza dover scomodare fosche ed oscure trame.

    Certo siamo tutti colpiti dal numero di morti, ma in realtà è solo perché abbiamo ormai uno stomachino delicato, ma al contempo pelosetto, da suorina democratica. Per gli standard di una rivoluzione/guerra civile le vittime non sono poi così tante: è che abbiamo, purtroppo, dimenticato che la libertà è figlia del sangue e non della saliva.

    Ferdinando Menconi

     

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