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    venerdì
    ago302013

    Dollaro: moneta di occupazione mondiale

    La crisi economica in corso che ondeggia tra recessione e depressione non è soltanto colpa dell’eccessivo peso assunto dalla finanza e dalla mostruosa quantità di titoli spazzatura in circolazione sui mercati, calcolati in misura di ottanta volte il Prodotto interno lordo mondiale. Un termine che, a volerlo vedere bene, rappresenta una contraddizione in termini. La crisi è in realtà frutto del mito della crescita infinita del quale, inconsapevolmente o meno, sono vittime politici ed economisti. 

    Una convinzione idiota perché anche uno stupido comprende bene che, come succede in natura, non vi può essere una crescita infinita. Non è un caso quindi che i segnali di una ripresa economica si siano visti in due Paesi come gli Usa e la Cina nei quali i cosiddetti “fondamentali” sono drogati. Nel primo caso dallo stesso governo che attraverso la Federal Reserve ha pompato liquidità nel sistema per sostenere le banche e ha comprato a mani basse titoli pubblici. Nel secondo caso da un regime che continua a perseguire la politica di tenere bassissime le retribuzioni (un ottavo di quelle europee) e di obbligare i dipendenti delle imprese a ritmi di lavoro schiavistici. Una realtà che non sembra commuovere più di tanto le anime belle dell’Occidente sempre pronte a muoversi per i diritti di popoli che più sono lontani, più appaiono meritevoli di attenzione. 

    La spiegazione è comunque ovvia. La Cina è il più grande mercato di sbocco del mondo, è il primo Paese esportatore, cresce con tassi annui del 7% e di conseguenza offre a tutti opportunità di fare affari. Ma come tutte le realtà che sono cresciute troppo, la Cina appare come la classica tigre di carta, una realtà che potrebbe collassare su se stessa trascinandosi dietro il resto del mondo. E sarebbe un crollo eclatante se solo si pensa all’enorme quantità di titoli pubblici Usa detenuti dalle banche cinesi. 

    Un campanello d’allarme sta già suonando ed è quello dell’economia indiana della quale proprio in questo mese sono stati resi noti i dati che testimoniano una crisi reale e dagli esiti imprevedibili. L’India era ed è ancora, sia pure in misura minore, la seconda delle cosiddette “tigri asiatiche” sulle quali lo stanco Occidente contava per impedire che la recessione si trasformasse in depressione. Ma gli ultimi dati ufficiali sono scoraggianti. La crescita economica nel 2013-2014 sarà “soltanto” del 5,5%. Un dato che in Europa farebbe fare salti di gioia a chiunque ma che in India viene vista come una autentica sconfitta. E questa stima al ribasso è la terza dall’inizio dell’anno. Il deficit commerciale continua ad aumentare (un + 10% rispetto al 2012) e la moneta nazionale, la rupia, e il mercato azionario sono in costante calo. Così anche a Pechino si è diffuso il timore di imboccare la via del declino. 

    In Europa il timore è invece un altro, quello che la domanda di beni proveniente dall’Asia vada in caduta libera e che la recessione attuale si trasformi in una depressione capace di fare impallidire gli effetti di quella del 1929. E le premesse ci sono tutte. Un indebitamento generale di banche, cittadini ed imprese. Un mercato globale molto più interconnesso. E soprattutto una montagna di titoli spazzatura messi in circolazione grazie alla complicità e all’indifferenza dei governi e delle banche centrali. 

    L’Europa non può comunque nemmeno contare su un aiuto da parte degli Usa, dove erano apparsi segnali di una ripresa economica grazie ai bassi prezzi del petrolio (in particolare quello di tipo shale) che facevano presagire tassi di crescita tra l’1,5% e il 2%. Ma questa crescita stimata che fa sperare pure l’Europa si scontra con due realtà contrastanti ed inconciliabili. La prima è il continuo aumento del debito pubblico ben oltre il 100% del Prodotto interno lordo. Un debito che in ottobre toccherà i 16.700 miliardi di dollari. Dopo di che, democratici e repubblicani si troveranno costretti a trovare un accordo per alzare legalmente il tetto del debito ed evitare di trovarsi con le casse federali vuote. È già successo l’anno scorso in agosto e succederà ancora. Nessun problema comunque. Al di là della datata polemica tra statalisti e liberisti sui tagli della spesa improduttiva e di quella sanitaria e assistenziale, quando c’è in gioco la supremazia Usa e il ruolo del dollaro tutte le divisioni passano in secondo ordine. E la moneta verde potrà continuare ad esercitare il proprio predominio, come valuta di riferimento nelle transazioni internazionali, grazie al ruolo degli Usa come prima potenza militare globale. Quindi come una sorta di moneta di occupazione in tutti i Paesi dove Washington ha dislocato le proprie truppe. E non solo quelli. Un ruolo usurpato non fosse altro perché gli Usa sono in perenne deficit commerciale con il resto del mondo, ma la presenza di così tanti dollari messi in circolazione sta creando non pochi problemi negli Usa. L’inflazione tocca ormai il 2% e questo non può che preoccupare il capo della Federal Reserve che pure aveva pompato una enorme liquidità nel sistema. Da qui la decisione, già annunciata mesi fa, di diminuire progressivamente le immissioni di liquidità in dollari, con l’intento di frenare la spirale dei prezzi. Ma inevitabilmente frenerà pure l’economia che proprio grazie alla droga della Federal Reserve si stava riprendendo. Il classico cane che si morde la coda. E in tutto questo gli europei, quelli continentali ovviamente, si devono sentire rimproverare da Obama di fare poco per la crescita. In altre parole il maggiordomo di Wall Street imputa all’Unione di non aumentare il debito in maniera tale da assorbire più prodotti made in Usa. Un copione già visto e francamente insopportabile. 

    In ogni caso, una maniera per rinviare l’inevitabile resa dei conti, finanziaria ed economica, che lascerà dietro di sé soltanto macerie.

    Irene Sabeni

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